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Il cuore metal dei giovani islamici

heavy metal islam

Sembra di leggere storie del rock da giovane: dischi censurati, musicisti accusati di satanismo, chitarristi spiati dai servizi segreti. Con una differenza: si parla di paesi in cui per il rock si finisce in galera. Quel che da noi è diventato passione, gioco o metafora, in Egitto o in Iran è una faccenda maledettamente seria. Il libro di Mark LeVine Rock The Casbah! I giovani musulmani e la cultura pop occidentale (Isbn) analizza l’intreccio di rock e politica nelle terre di Nord Africa e Medio Oriente. Ci ricorda quanto poco sappiamo delle musiche che s’ascoltano in quell’angolo di mondo. Svela un aspetto di quei paesi epurato dalla narrazione mediatica: l’esistenza di controculture rock. Se ci sono giovani del Mena (acronimo per Middle East North Africa) che ascoltano metal, ragiona l’autore citando il marocchino Reda Zine, è perché le loro vite sono metal.

Musicista e insegnante di Storia mediorientale all’Università della California di Irvine, Mark LeVine racconta un viaggio appassionato in luoghi in cui lo slancio giovanile rischia d’infrangersi contro il muro del tradizionalismo. Gli interessa raccontare come rock, metal e rap s’inseriscono nelle dinamiche politiche del Mena dove estremisti e moderati si fronteggiano per la conquista dei cuori e delle menti dei giovani islamici. È un viaggio autentico, il suo: incontra i musicisti sul luogo, ci suona assieme, si fa raccontare il modo in cui la cultura pop occidentale parla ai giovani musulmani. LeVine porta con sé storie scioccanti come quella accaduta in Marocco nel 2003: quattrodici musicisti e fan metal sono stati condannati per avere minato la fede dei musulmani. È una vicenda raccontata (in modo romanzato) anche nel film di Ahmed Boulane Les anges de Satan, gli angeli di Satana: tra le scene più curiose, quella in cui un poliziotto vuole far ammettere i ragazzi che i metallari amano mangiare i gatti. In Egitto, sei anni prima, erano scattati gli arresti per un centinaio di presunti adoratori del demonio. In Iran mostrare strumenti musicali in televisione o donne che cantano da sole sono considerati atti contro la religione. L’Ershad, il Ministero della Cultura, decide se le canzoni sono «islamicamente accettabili» o se vanno cambiate: «Ordina spesso a un cantante di cambiare i testi, la melodia o il ritmo», spiega Benham Marandi di Teheran Avenue. In alcuni paesi i mukhabarat, termine arabo per servizi segreti, spiano e spaventano i musicisti per ridurli al silenzio. In luoghi come questi la musica diventa colonna sonora della resistenza contro corruzione e oppressione. «Le circostanze la rendono più intensa. È anche vero che di recente i governi hanno allentato la pressione sui musicisti: resta da capire se per questo motivo rock e metal perderanno la loro carica sovversiva».

Nel suo viaggio LeVine registra moti di rottura con la tradizione: per i giovani metallari egiziani la mitica Oum Kalthoum non è la «stella dell’oriente» come per noialtri occidentali, ma «oppio dei popoli». Ci sono esperienze di continuità: gli israeliani (con chitarrista libico-iracheno) Orphaned Land offrono al pubblico heavy un immaginario religioso e uno stile che unisce metal occidentale e suoni orientali. Ai loro concerti, scrive LeVine, «hardcore goth rocker facevano headbang di fianco a ragazzini che ondeggiavano in trance durante brani ispirati alla preghiera tradizionale ebraica». È spiazzante. Del resto i luoghi comuni non s’adattano alla gioventù d’Israele, come spiega Anna Momigliano in Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n’roll, un saggio dedicato alla «generazione Rabin». Siamo in un paese in cui la principale radio pop si chiama Galgalatz ed è gestita dall’esercito. I ragazzi dal destino tradito cresciuti sperando invano negli accordi di pace di Oslo finiscono per rifugiarsi a Goa, dove ballano la trance in spiagge chiamate Tel Aviv Beach. Musica e società s’intrecciano in modi inattesi: l’ultima persona ad avere abbracciato il premier Yitzhak Rabin pochi istanti prima che venisse ucciso è Aviv Geffen, il rocker renitente alla leva, il «cattivo ragazzo» – oggi partner di Steven Wilson nei Blackfield – diventato simbolo di una generazione ribelle e pacifista, di una Fucked Up Generation, come recita il titolo di un documentario a lui dedicato. Festival come il Boulevard des Jeunes Musicians che si tiene a Casablanca e il Dubai Rock Festival attirano migliaia di persone. E sono milioni quelle che comprano i dischi di superstar come i Junoon, «gli U2 pachistani» secondo il New York Times, «la più grande rock band della storia ad est di Berlino» secondo LeVine. I media occidentali iniziano a prendere nota: il canale Vh-1 ha dedicato loro un documentario narrato dall’attrice Susan Sarandon, il cantante Salman Ahmed è il protagonista di The Rock Star & The Mullahs della Bbc. Il gruppo metal iracheno degli Acrassicauda è stato immortalato nel documentario Heavy Metal In Baghdad: l’ostilità degli integralisti, la sala prove distrutta dai missili, i concerti coi carri armati fuori dalla porta, l’esilio. Il luogo da cui provengono è per ora più rilevante della loro musica, ma intanto è arrivato anche in Italia l’ep d’esordio Only The Dead See The End Of The War.

Sono storie che affondano le radici più o meno a metà degli anni 80 coi primi tentativi di imitazione delle band occidentali. Secondo LeVine il processo di maturazione artistica è giunto a conclusione solo negli ultimi due anni: «Le scene si stanno affrancando dagli stili occidentali, creando qualcosa di unico. Il loro rock è derivativo dal nostro? Il nostro nasce dal blues, che a sua volta viene dall’Africa. Alla fine, chi influenza chi?». Di certo la cultura pop occidentale è il punto di riferimento per i musicisti che del Mena, che però non sembrano preoccupati della sua vacuità, ma la usano per scardinare le convenzioni. Il caso degli Acrassicauda è esemplare: si sono avvicinati alla musica occidentale ascoltando le boy band, comprando dischi e videocassette al mercato nero; hanno scoperto l’hard rock commerciale; sono passati ai Metallica trovando finalmente la propria identità. «I giovani» commenta LeVine «si avvicinano alla cultura pop occidentale come a una cosa esotica per poi prendere da essa quel che sembra bello, utile, eccitante; il resto lo buttano. Il risultato non può più essere considerato né orientale, né occidentale, né islamico: è il bello della musica di quelle regioni dove la globalizzazione produce ibridi interessanti. Il paradosso è che si tratta di un processo innescato dalla colonizzazione. Ci sono musicisti che maneggiano due culture, tre lingue, cinque stili musicali: non è straordinario? Siamo noi quelli che reprimono la diversità, quelli che hanno problemi ad accettare le ibridazioni. Noi siamo i colonizzatori. Ma loro sono il futuro». È interessante notare che i gruppi metal occidentali popolari nel Medio Oriente non sono quelli più famosi o commerciali. «Solo i più duri, i più estremi, perché parlano di morte insensata, corruzione e decadenza, guerra. Perché parlano di un mondo che i ragazzi mediorientali sperimentano ogni giorno nella vita reale. Presente Eddie, la mascotte degli Iron Maiden? Ecco, per un ragazzo del New Jersey è una fantasia. Per loro è la realtà». In quelle zone il metal finisce per rappresentare una cultura di vita che si oppone a una cultura di morte. «Musiche dai temi forti diventano un modo per sopportare la vita in luoghi dove sembra non vi sia futuro. I mullah celebrano la violenza, i metallari la criticano».

Rock The Casbah! non è l’unica prospettiva sull’argomento. LeVine sta girando un documentario che dovrebbe vedere la luce l’anno prossimo e ha curato la raccolta antologica Flowers In The Desert, edita dalla Emi. L’anno scorso il dvd Heavy Metal In Baghdad ha raccontato la storia degli Acrassicauda. Nelle sale cinematografiche I gatti persiani di Bahman Ghobadi narra le vicissitudini di un gruppo rock nell’Iran dei giorni nostri. Qualcosa si muove. Ma perché proprio ora? «Per due motivi. Primo: in occidente la gente è in cerca di una chiave di lettura di quel che accade laggiù, un modo nuovo per rivedere i rapporti tra loro e noi. I vecchi luoghi comuni hanno perso efficacia. La musica offre uno spiraglio di speranza e dà conforto. Sapere che i giovani iraniani ascoltano metal o rap ce li fa sentire meno ostili, più simili a noi. Quando ogni altro canale di comunicazioni fallisce, resta la musica. Il secondo motivo dell’emersione delle scene rock di Medio Oriente e Nord Africa sta nel loro grado di maturazione: i musicisti e registi che quindici anni fa erano solo ragazzini oggi sono nella posizione di portare allo scoperto le realtà da cui provengono». Credo ci sia un terzo motivo: le storie di questi gruppi, di questi ragazzi sono migliori delle nostre. Da noi la musica rock è diventata una merce o una forma d’intrattenimento o un passatempo. Nei paesi del Mena può essere ancora una questione vitale: mette in gioco pulsioni potenti, gioca un ruolo nella società, parla all’anima della nazione. «Amo citare Fela Kuti: la musica è l’arma del futuro, diceva. Lo è quand’è parte integrante della lotta politica. Pensaci: quand’è l’ultima volta che la musica occidentale è stata davvero potente? È stato con l’hip-hop anni ’80, prima che il rap diventasse un affare commerciale. E prima ancora quando negli anni ’60 il rock bianco era la voce del movimento per i diritti civili. Il punto è che la musica ha qualcosa di forte da dire solo quando offre uno spaccato sociale. Negli Stati Uniti non è più così: la musica è depoliticizzata, la gente s’è chiusa in se stessa, niente conta se non il nostro benessere personale. Ne parlavo con Bruce Dickinson degli Iron Maiden a un festival a Dubai. Mi diceva: guarda che i prossimi Led Zeppelin verranno dal Medio Oriente. Lì stanno i semi del cambiamento. Lì la musica è ancora un modo per salvarti l’anima». C’è un’altra differenza rilevante. Da noi la musica è considerata impegnata quando lancia messaggi: «Fanculo il sistema», cantano i Rage Against The Machine, e tutti ad applaudire per il coraggio. In Medio Oriente e Nord Africa la musica è politica in modo meno sfacciato, ma più dirompente. «In certi paesi essere un metallaro è di per sé un fatto politico. Laggiù farsi crescere i capelli o indossare una maglietta degli Iron Maiden sono affermazioni precise. Laggiù se dici “Fanculo il sistema” ti ritrovi in galera con un manganello ficcato su per il culo».

Non è quel che accadeva negli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti o in Inghilterra – e persino nella nostra Italietta? Quando Elvis Presley agitava il bacino o Robert Plant invitava a «spremermi il limone» non lanciavano proclami di sfida al sistema: era la loro stessa presenza a scombinare costumi e consuetudini. L’emersione stessa della musica annunciava la presenza di un pubblico giovane – un fatto ancora rilevante nelle nazioni musulmane dove la percentuale di popolazione appartenente alla fascia demografica che va dall’adolescenza fino ai 30 anni è il doppio che in Europa o Stati Uniti. «Ci sono affinità tra le scene rock islamiche e quel che accadeva ai tempi del primo rock’n’roll in America» ragiona LeVine «poiché in entrambi i casi è in corso una trasformazione sociale e politica radicale. E in tale trasformazione il rock è in primo piano. Come musicista, come attivista e come studioso invidio la condizione in cui si trova l’arte nel Mena. Voglio dire che laggiù la musica è reale. Negli Stati Uniti abbiamo un sacco di musica decente, certo. Ma non ha quel tipo di urgenza». Quando chiedo a Mark LeVine qual è stata l’esperienza più scioccante del suo viaggio, non mi parla della repressione poliziesca in Marocco o degli scontri a fuoco tra Hamas e Fatah a Ramallah. «No, il momento più scioccante è stato quando mi hanno detto dell’esistenza una scena metal in Marocco. Superato lo stupore mi sono chiesto: perché non ne sapevo nulla? La verità è che siamo terribilmente “occidentocentrici”. L’immagine di ragazze col velo che fanno headbang è per noi inconcepibile». E anche quando ci occupiamo di musiche del mondo lo facciamo con l’animo del colonizzatore. Vorremmo quei musicisti con in braccio l’oud, loro preferiscono le chitarre elettriche. Affermare che la musica di un giovane musicista marocchino è valida nella misura in cui si rifà alla tradizione musicale di quel paese equivale a contestare Bob Dylan perché nel 1965 ha elettrificato la sua musica. «Chi si occupa di musiche del mondo disprezza questa roba» conclude LeVine. «Eppure un gruppo metal egiziano è un’espressione culturale legittima e genuina tanto quanto Oum Kalthoum».

 

Originariamente pubblicato su JAM 171, giugno 2010

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