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Layne Staley come nessuno ve l’ha raccontato (parte 1)

layne staley 1

È una palazzina senza pretese nel quartiere universitario, vicino alla Blue Moon Tavern: non una residenza di lusso, ma nemmeno la stamberga miserabile che hanno descritto per rendere più fosca la vicenda. Il 19 aprile 2002 la polizia ha sfondato la porta d’ingresso di uno degli appartamenti. Le luci erano spente, la scena illuminata dal fioco chiarore della tv. Un uomo di 34 anni giaceva senza vita sul divano, seduto. Era lì da due settimane, probabilmente dal 5 aprile. In quello stesso giorno, otto anni prima, Kurt Cobain si era suicidato. In un certo senso anche quell’uomo l’aveva fatto: «È stato un suicidio lungo una vita», avrebbe detto un amico. Attorno al cadavere: cocaina, pipe per fumare crack, aghi, 501 dollari in contanti. Nel sangue: morfina, codeina, cocaina. Tra le mani: una siringa con un’altra dose di eroina pronta a essere iniettata. Per le statistiche era l’ennesima vittima di eroina in città. Per la scena rock era Layne Staley, il cantante degli Alice In Chains. Per Nancy McCallum era un figlio, e una parte consistente della sua esistenza.

Sono passati molti anni da quel 19 aprile, eppure il pianto interrompe spesso le parole della donna, rendendo il suo discorso straziante. Ma è l’unica in grado di raccontarmi gli ultimi anni di Staley senza farsi sviare dal mito del cantante degli Alice In Chains: l’uomo che ha scelto il proprio lento martirio. «Lo chiamai. L’avevo fatto un paio di giorni prima e non avevo ottenuto risposta: ma credimi, non era inusuale, Layne ignorava spesso le telefonate. Questa volta però era diverso: c’era qualcosa che non andava. Nessuno lo sentiva da un pezzo. Perciò il venerdì chiamai la polizia. Entrarono forzando la porta e lo trovarono morto». L’ultima apparizione pubblica risaliva a quattro anni prima, ma aveva continuato a frequentare saltuariamente i familiari. «Lui viveva a Seattle, io in Alaska, quindi non lo vedevo regolarmente. Mia figlia passava a trovarlo di tanto in tanto. Le persone che frequentava erano quelle che gli portavano la droga oppure quelli con cui giocava ai videogame. Si vedeva con un amico dai tempi della scuola e un vicino di casa. Non aveva vita sociale».

Staley era diventato abile nel tenere lontane le persone che gli volevano bene. A volte non riusciva nemmeno a rispondere al telefono o andare ad aprire la porta di casa. «Era incredibilmente isolato. I danni della dipendenza da eroina li poteva vedere anche solo guardandosi allo specchio. Era cosciente che tornare indietro da quella situazione sarebbe stata un’impresa immane. Rammento un Natale in cui giocammo a Trivial Pursuit: mi stupì perché, nonostante si facesse, era ancora sveglio, preparato, con una memoria svelta. Ma c’era un’altra parte di Layne che era malridotta. Le droghe avevano danneggiato la parte di cervello dedicata all’autoconservazione. In qualche modo la sua personalità era compromessa. È stato sconcertante doverlo accettare. All’epoca non ero in grado di comprendere fino in fondo quanto drammatici fossero i danni cerebrali subiti, non volevo accettare il fatto che mio figlio non era in grado di uscirne vivo e tornare ad essere quello di una volta». Ogni tentativo di penetrare nel suo mondo si rivelava inutile e frustrante. Ci tentarono anche gli altri membri degli Alice In Chains. Hanno smesso di provarci, ma Nancy non li biasima. «A un certo punto avranno detto: non riesco a reggere l’angoscia che provo per il mio amico, non so più che fare per lui, se non andarmene, allentare la pressione su di lui, lasciarlo solo perché prenda la decisione cruciale della sua vita. Conosco gli sforzi che abbiamo fatto noi familiari: superare una certa linea, introdursi più profondamente nella sua vita significava allontanarlo. La dipendenza ti afferra e non ti lascia più. Nessuno merita una tale vita, una tale morte. Sono sopravvissuta al senso di colpa, ma ci convivo ogni singolo giorno. Dopo la morte di Layne molti ragazzi mi hanno contattata, ragazzi per modo dire: dai 6 ai 60 anni. Mi hanno spiegato quanto importante è stata la sua musica nelle loro esistenze. Non potevo ignorarli. Non potevo chiudermi nel mio dolore. Non potevo girarmi dall’altra parte. Mi chiesi se era possibile raccogliere dei soldi per aiutare ragazzi come mio figlio. Nel giro di sei settimane avevo fondato il Layne Staley Memorial Fund. Mi sono fatta forza e sono andata là fuori a raccogliere denaro per aiutare chi cerca di liberarsi dalla droga, per sensibilizzare, per educare le persone della nostra comunità sul problema della tossicodipendenza. Non volevo che la gente dimenticasse. Non avevo scelta. Dovevo trovare un modo per far nascere qualcosa di positivo da una tale tragedia. Fa parte di quello che sono, esattamente come Layne non poteva essere diverso da quello che era. Ha avuto un gran coraggio a musicare esperienze personali per mettere in guardia i ragazzi. Layne elaborava la sua rabbia sul palco. Io ho cercato di elaborare i sentimenti di confusione e tristezza che provavo per tenere vivo il problema».

Foto di Ebet Roberts, Seattle PI

Foto di Ebet Roberts, Seattle PI

Staley flirtava con gli stupefacenti da una vita. E parte del suo repertorio, a partire dal prodigioso album del 1992 Dirt, era una severa testimonianza sugli effetti nefasti dell’uso di droga. Era considerato il re dei tossici, uno che cavalcava l’ago come un cowboy strafatto. E invece non era orgoglioso di quel che faceva: si considerava una vittima di se stesso, sapeva che si stava logorando giorno dopo giorno, ora dopo ora. «Ho scritto di droghe», disse un giorno, «ma non l’ho fatto in modo sconsiderato o senza cautela. Per anni mi hanno soddisfatto, ora mi si rivoltano contro, ed è come stare all’inferno. Non voglio che i miei fan pensino che farsi d’eroina è figo». McCallum pensa che il figlio abbia iniziato a provare droghe molto presto, attorno ai 14 anni, forse prima. Fu uno shock, specie per una donna che viveva secondo principi salutisti: in casa non c’erano alcolici ed era persino difficile trovare medicinali. «Dai 14 ai 16 anni le discussioni divennero accese: ne ispezionavo la stanza, lo portavo dai consulenti, le tipiche cose che fa una madre. Dai 16 fino ai 18 anni è stato pulito. Ha ripreso quando ha cominciato a frequentare l’ambiente della musica. Perché lo faceva? Per qualche motivo cercava sollievo dalla vita, una forma di pace. Dall’incessante lavoro di documentazione che porto avanti, so che i tossicodipendenti hanno in comune una soglia di sopportazione di stati di stress inferiore al normale. Quando provo del dolore o della sofferenza psichica, so che passerà, sono in grado di affrontare la cosa, non ne vengo sopraffatta. I tossicodipendenti hanno una soglia più bassa e il dolore, di qualunque tipo, ha su di loro un impatto virulento. Ecco perché cercano sollievo in una qualche sostanza. Vogliono perdersi».

Layne Staley si era arreso? C’è un passo di una canzone dei Mad Season che recita: «Ho scelto il mio dolore». Era davvero così per lui? Aveva accettato il suo destino? «Non credo che si possa scegliere di diventare tossicodipendente. È una bugia diffusa dalla società perché è facile dire: se l’è scelto, l’ha voluto, è la sua volontà. È una bugia pericolosa e amorale. Mio figlio non era un tossico. Mio figlio non ha scelto di essere dipendente. Ma è vero che un giorno, non so di preciso quando, ma un giorno ha realizzato che la droga lo aveva sopraffatto. Non credo che fosse un pensiero razionale, ma in qualche modo aveva capito che non era più in grado di tornare indietro. Quel giorno ha smesso di lottare. È stato in disintossicazione quindici volte. È stato su un tavolo di rianimazione di un pronto soccorso. È stato dichiarato morto almeno tre volte, contando solo quelle di cui sono a conoscenza. Ma non l’ha scelto lui. Era una persona dolce e mite: non avrebbe mai scelto questa vita per lui e per la sua famiglia. Non è una scelta. La droga ha alterato la chimica del suo cervello: ecco cosa l’ha ucciso, non la sua presunta infanzia deprimente, i cattivi amici o una partner. Ma nel profondo credo che ogni singola mattina Layne si ripromettesse di stare lontano dalla droga, di stare lontano dal demonio».

 

Leggi la seconda parte dell’articolo

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