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Beck vuole che suoniate uno strumento

beckLa ragazza carezzò il viso di donna raffigurato in copertina. S’interrogò sul mistero di quelle perle – o erano bolle? – che salivano dal basso lambendone il lineamenti. Lesse con deferenza la scritta imponente “Traumerei” e il nome dell’autore R. Schumann piazzato appena sopra il logo dell’editore. Senza togliere gli occhi dallo spartito si sedette al pianoforte. Indovinò la tonalità di Fa maggiore e cominciò a suonare cercando di allargare le dita della mano sinistra per eseguire una decima. Dalla tastiera uscivano suoni stonati e zoppicanti, e alla quarta misura la regolarità delle battute era fatalmente svanita sotto il peso dell’impegno richiesto per eseguire a vista la partitura. Ma la gioia di sentire la musica palesarsi dal nulla era impagabile. Si girò verso la madre, sorrise e riprese da capo contando più lentamente: u-no-du-e-tre-e-quat-tro.

Nel 1902 comprare uno spartito e suonarlo al pianoforte o alla chitarra rappresentava una delle poche possibilità di ascoltare musica in un contesto casalingo per una ragazza della classe media europea e americana. L’industria musicale si basava sul commercio degli spartiti, che arrivavano a vendere decine di milioni di copie. Nel giro di pochi anni la diffusione del fonografo e della radio avrebbe cambiato ogni cosa. È un fatto di cui ci si dimentica nell’epoca della musica-a-distanza-di-un-clic e dei software che mettono in grado chiunque sia dotato d’immaginazione musicale di comporre e ascoltare immediatamente il risultato. C’è stata un’epoca in cui ascoltare una canzone o un brano strumentale era un atto creativo e a volte faticoso. E c’è un musicista che vorrebbe rinnovare quel rito.

song reader coverUn anno e mezzo fa Beck ha pubblicato il disco più strano della sua carriera, Song Reader, una raccolta di venti canzoni sotto forma di… spartito. Non ricordo un esperimento simile in tempi recenti, certamente non da parte di un musicista contemporaneo e popolare quanto Beck, noto per gli arrangiamenti elaborati e la massa di microsuoni con cui ama arricchire i dischi, rendendoli in molti casi ineseguibili con una chitarra o un pianoforte. Composto da canzoni scritte appositamente per il progetto, Song Reader è a tutti gli effetti un album, solo che per ascoltarlo dovete suonarlo. Domanda la vostra partecipazione e solletica la vostra fantasia. Esige che sia interpretato nelle fogge più strane. È precisamente quello che hanno fatto centinaia di acquirenti del libro contenente gli spartiti che hanno postato le loro versioni delle canzoni di Beck in una giocosa interpretazione collettiva del pensiero musicale dell’autore. Il risultato è apprezzabile sul sito songreader.net.

Oggi Beck pubblica una versione tradizionale di Song Reader senza tradirne lo spirito. Si limita a dare forma a una sola canzone della raccolta intitolata Heaven’s Ladder. Le altre diciannove sono affidate ad altrettanti artisti, da Jack White a Norah Jones passando per Laura Marling, Jarvis Cocker, David Johansen, Jason Isbell, Marc Ribot, Loudon Wainwright III, Jeff Tweedy. È come se l’autore non avesse voluto strappare definitivamente l’album dal mondo della potenzialità offrendo una versione ufficiale che solo lui poteva incidere. Il disco non è che la versione aggiornata del sito songreader.net: venti musicisti professionisti fanno quel che decine di dilettanti hanno fatto nell’ultimo anno e mezzo, misurandosi con l’immaginazione di un autore e infondendo vita alle sue astrazioni.

L’operazione Song Reader invita alla riflessione sul confine che separa le canzoni che ascoltiamo e il modo in cui, talento permettendo, possiamo suonarle. Ma dice qualcosa d’importante anche sulla natura delle canzoni. Per cinquant’anni le abbiamo ascoltate da 45 e 33 giri, musicassette, poi compact disc. Fino a usurarli. Fino a convincerci di possedere la musica. Fino a pensare che l’oggetto (il supporto) fosse importante quanto il concetto (la composizione). Eppure ai tempi di Traumerei la musica esisteva senza che qualcuno la registrasse. Nella musica classica, poi, non c’è la versione ufficiale di una composizione. La cosa che più vi si avvicina è la registrazione di una propria opera realizzata da un compositore attivo nell’era dell’industria discografica. Ma anche in quel caso, è possibile che esistano innumerevoli interpretazioni dello stesso spartito, più o meno riuscite, più o meno autorevoli. Per non dire del jazz, le cui idee di improvvisazione e di libera interpretazione sono antitetiche al concetto di invariabilità sotteso ai dischi pop e rock.

sheet_samplesNell’era digitale la musica s’insinua in ogni dove. Vive ovunque, non solo nei dischi. Si moltiplica, assume forme inattese, s’addensa in nuvole virtuali. La diffusione di bootleg ufficiali, l’accesso ai filmati live, il carattere liquido dei suoni sfida il concetto di fissità che abbiamo imparato ad apprezzare grazie al disco. Forse stiamo tornando all’epoca prima del fonografo, quando le canzoni erano nell’aria e non erano cose. Un tempo l’album era la musica. Per gli appassionati era un feticcio, per gli artisti era l’unica chance di sopravvivere a se stessi. Era disperatamente importante. Era un modo per cercare di afferrare l’inafferrabile, di rendere permanente la meraviglia. Ma a forza di catturare la bellezza in un supporto di plastica l’abbiamo ridotta a un pezzo da collezione. Forse è questo che Beck e i suoi amici ci stanno dicendo: la musica non è un oggetto da museo o un culto intoccabile. È una cosa su cui possiamo mettere le mani.

 

approfondimentiPrefazione di Beck a Song Reader sul New Yorker Intervista al musicista sul sito dell’editore McSweeneys / Sito con le interpretazioni di Song Reader / Store ufficiale del libro

 

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