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Jim Morrison era un bluff?

jim morrisonSuccede, ogni tanto. Succede che un commentatore metta in dubbio il valore artistico di Jim Morrison. Consegnato alla storia come frontman carismatico dei Doors, poeta, icona del maledettismo, cantante dalla personalità magnetica, viene ciclicamente accusato d’essere inconsistente, superficiale, banale, ubriacone vanaglorioso. Questa volta lo fa Jillian Mapes in un articolo intitolato “Jim Morrison è stato il fenomeno di un momento, non una leggenda” uscito la settimana scorsa su Flavorwire.

Mapes dice sostanzialmente otto cose. 1) Morrison è diventato un mito perché glorificato dai giornalisti appartenenti alla generazione dei baby boomer, in particolare da quelli di Rolling Stone. 2) Gli atteggiamenti del cantante hanno messo in ombra l’opera dei musicisti che l’accompagnavano. 3) Morrison è il simbolo dell’artista che vive intensamente e muore giovane, ma è privo della sfacciataggine di Mick Jagger e della visione di Lou Reed. 4) Il pubblico americano di fine anni ’60 si affezionò ai Doors per una sorta di rivalsa nazionalista nei confronti dei gruppi inglesi dell’epoca, che erano decisamente migliori. 5) Glorificato come un poeta, Morrison scriveva testi banali, scarti di Bukowski. 6) I Doors ci sono stati trasmessi come una parodia, basti guardare il film che Oliver Stone ha dedicato loro. 7) La loro discografia è «un mistero», al di là delle compilation contenenti i grandi successi. 8) L’aura di leggenda che circonda il cantante è il riflesso della fascinazione del pubblico rock per i musicisti dalle vite disordinate e delle morti premature. Jim Morrison conclude l’articolo, «fu un fenomeno del suo tempo, sintesi delle controculture che andavano per la maggiore (il beat, il rock-blues, l’amore libero, la psichedelia) assieme a una mascella cesellata, pantaloni di pelle attillati e un performer dalla sessualità spiccata».

Mapes dice cose in parte vere – non i punti 4 e 7, uno decisamente opinabile, l’altro semplicemente falso – e applicabili a gran parte dei miti del rock, ma non dimostrative dell’inconsistenza di Morrison. È vero, come scrive, che la parte più memorabile di Light My Fire è il riff di Ray Manzarek, ma non significa che l’interpretazione di Morrison sia paragonabile alla «proposta sessuale di uno sconosciuto ubriaco che vi costringe nell’angolo della cucina e che rifiutate nel giro di tre secondi». Per dimostrare che lo scarso valore dei testi dei Doors, Mapes si limita a citare l’attacco di People Are Strange e dimentica le cose migliori scritte da Morrison. Mette in dubbio la bontà di L.A. Woman come se fosse l’album di riferimento del quartetto, dimenticando completamente il disco d’esordio The Doors.

Nonostante le debolezze personali e artistiche, Jim Morrison ha trasmesso un lascito ricco e un’influenza duratura. Da Patti Smith a Eddie Vedder, la lista degli artisti che hanno ereditato qualcosa da lui è lunga e ricca di personalità di primo piano, oltre che di imitatori maldestri. Eppure Mapes centra due punti essenziali – il numero 1 e il numero 8 – non tanto in relazione al caso Morrison, ma alla mitologia che ha finora circondato il rock e che per ragioni generazionali sta tramontando. Ha ragione lei: è ora di liberarsi dei miti creati dai baby boomer. Ma il rock può catturare ancora le menti e i cuori delle giovani generazioni ora che è finalmente privo del suo alone leggendario?

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