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Layne Staley come nessuno ve l’ha raccontato (parte 2)

layne staley 2

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Gli Alice In Chains non provenivano dall’humus cultural-musicale che aveva dato vita alla scena Sub Pop. Amavano l’hard rock e quel che gli altri consideravano metal dozzinale. Agli Stooges preferivano Ozzy Osbourne. Si erano imposti nell’ambiente in parte per affinità musicali, in parte per attiguità, in parte perché mettevano in scena un rosario di afflizioni che il mondo, là fuori, pensava fosse il grunge. Ne era in verità l’antitesi, o quasi: non una celebrazione spaccona e alcolica della propria diversità, un’esplosione di vita e vigore giovanile, ma un lamento funebre e una traduzione in musica del grigiume che copre Seattle buona parte dell’anno.

BellevueStaley era cresciuto in due sobborghi a est della città, oltre Lake Washington: Kirkland dov’era nato nel 1967 e soprattutto Bellevue, dove crebbe nel calore di una piccola comunità. La madre ricorda «che era come una grande famiglia: si tenevano i figli degli altri e ognuno organizzava una qualche attività. Con Layne si passava molto tempo sulle spiagge dei laghi o del Puget Sound. Faceva sci d’acqua. In vacanza si andava sull’oceano. Sono sicura che serbasse bei ricordi della natura di quassù. E apprezzava che in città succedesse sempre qualcosa». Trovò lavoro al turno di notte presso la sala prove Music Bank, sotto il ponte di Ballard. Lavorava, dormiva, viveva lì. A volte riusciva a mangiare solo grazie alle offerte degli amici. Al Music Bank presero vita gli Alice In Chains, dall’incontro di Staley con un altro musicista che frequentava la sala, un chitarrista di Tacoma chiamato Jerry Cantrell. Con loro c’erano il batterista Sean Kinney, conosciuto dal cantante sulla spiaggia di Alki e figlio di un investigatore del caso Green River, e un amico del chitarrista, il bassista Mike Starr; quest’ultimo e Cantrell avevano suonato nei Gypsy Rose. Una mattina furono svegliati dalla polizia: era in corso una grande operazione antidroga ed erano pregati di lasciare la sala. Dormirono con la loro attrezzatura sotto al ponte davanti al Music Bank.

In breve tempo i quattro avevano un nome, un repertorio, alcuni ingaggi nei locali cittadini, dalla Central Tavern al Vogue. Staley non aveva ancora compiuto 21 anni: per entrare doveva aspettare l’inizio del concerto, e uscire di corsa prima di incrociare qualsiasi alcolico. «Ma quando abbiamo fatto due sold out di fila alla Central Tavern, è stata la realizzazione di un sogno». Tra l’87 e l’88, un paio d’anni prima dei Pearl Jam, si ritrovarono al London Bridge Studios con Rick Parashar per registrare i primi demo professionali con l’assistenza dei manager Susan Silver e Kelly Curtis. Il loro repertorio si riempì di canzoni sulla dipendenza. Il primo a scriverne fu Cantrell, e non si trattava di un inno allo sballo. Mentre si recava alla sala prove in bus vide un gruppo di ragazzini di nemmeno 12 anni spacciare droga: scrisse We Die Young, moriamo giovani. L’argomento sarebbe diventato centrale nel secondo album Dirt, frutto di un periodo caotico, di una lancinante fame di musica, di un tour tossico. «Per qualcuno il nome di Dio è Droga», cantava Staley in un album che illustrava in modo ferocemente vivido gli effetti dell’uso di stupefacenti. Il disco era quasi un concept che si muoveva dalla celebrazione della noncuranza di chi fa uso di droga (Junkhead) alla coscienza che una vita in quelle condizioni non è possibile (Angry Chair e Hate To Feel). Il lavoro sui colori e sulle strutture, la miscela di riff rocciosi, accordi sinistri, armonie vocali piene di delicata sensibilità, suoni acustici e una complessiva sensazione di malessere trasmessa da melodie e arrangiamenti rimarcavano la distanza dal metal tradizionale: gli Alice In Chains avevano trovato una propria voce, ed era impressionante. Se era un esorcismo, non funzionò. Quando fu inciso, Layne s’era portato in studio lo spacciatore di fiducia. L’ambiente era insalubre. I giornalisti che all’epoca raccontavano la formazione, appunta McCallum, «erano giovani ed entusiasti di frequentare la band e saggiare quel mondo di sballi. Perciò non si facevano le domande giuste. Bastava ascoltare la musica. I testi delle canzoni erano a volte insignificanti, a volte importanti. E quelli significativi lanciavano un allarme, spiegavano l’inferno in cui si ficca un consumatore di droga. Alcuni ragazzi hanno prestato attenzione e hanno smesso di farsi. Altri proprio non ci arrivavano. Ricordo che Layne veniva a lamentarsi da me. “Mamma” diceva “i fan vengono e mi danno pacche sulla spalla. Sono ubriachi o fatti e ne sono orgogliosi: cercano la mia complicità. Perché non ascoltano le parole delle canzoni? Perché non ci arrivano?”. Questo era Layne».

Alice In ChainsFu la pervicacia dei mass media a far diventare la loro cupezza uno dei paradigmi della scena, tant’è che per un breve periodo dopo la morte di Cobain e il tramonto commerciale dei Pearl Jam, gli Alice In Chains erano diventati il gruppo per eccellenza di Seattle, al pari dei Soundgarden. Nel 1994 Jar Of Flies fu il primo extended play della storia a raggiungere la vetta della classifica di Billboard, portando involontariamente con sé un’interminabile serie di luoghi comuni sulla depressione di una generazione e di una città, sul carattere ombroso del grunge. Loro erano responsabili solo della musica che facevano, e in quel periodo era meravigliosamente inquietante. Lo era anche quella della band che Staley aveva fondato con Mike McCready dei Pearl Jam, Barrett Martin degli Screaming Trees e il bassista John Baker Saunders, i Mad Season: più che un supergruppo, una band di caratteri problematici uniti dall’impegno comune di non ricascare nella dipendenza da alcol e droga. Non funzionò, né per Saunders né per Staley, che pure s’era impaurito dopo la morte di Cobain e si era disintossicato per l’ennesima volta. «La gente» dice la madre «pensa che se conosce un ragazzo, li conosce tutti. Io dico che Layne e Kurt erano molto diversi. È stata una coincidenza che siano morti lo stesso giorno. Layne non ha scelto di morire. E non è morto per overdose: il suo corpo si era talmente indebolito che ha ceduto. Non voglio che si pensi a lui come a un personaggio negativo. Ha avuto una vita meravigliosa, circondato da amore e opportunità. Voglio che sia ricordato con onestà e che la sua storia non sia drammatizzata o che venga identificato con Kurt». I due non si conoscevano bene. «Mi disse che lo aveva incontrato una sola volta. E aggiunse, lo ricordo benissimo: “Mamma, non m’interessa quel che scrivono: Kurt è stato assassinato”. Non credo avesse letto i libri di Ian Halperin, anzi non penso che leggesse libri da un bel pezzo. Ma aveva frequentato lo stesso tipo di persone che circondava Kurt: spacciatori, tossici, gentaglia. Sapeva di quel che parlava: Layne e Kurt erano ricchi e perciò erano circondati da una comunità di approfittatori che stringevano sempre più la loro morsa. La droga era a portata di mano: bastava una telefonata, era dietro una porta, era per strada. Ricordo che Layne usciva dalle cliniche di riabilitazione e già aveva della droga in tasca. Quanto forte devi essere per resistere a tali pressioni?». Intanto, Mark Arm dedicava a Staley una strofa della velenosa Into Yer Shtik descrivendolo come una persona prigioniera della propria debolezza, dell’incapacità di tenere lontane le persone che più gli facevano del male. Ce n’era anche per la manager delle Hole, Janet Billing, e per il chitarrista del gruppo Eric Erlandson e la sua nuova fidanzata, l’attrice Drew Barrymore. Il testo offriva anche una celebre descrizione che calzava a pennello a Courtney Love: «Perché non ti fai saltare il cervello anche tu?».

Nell’ottobre del ’96 la fidanzata di Layne, Demri Parrott, morì per cause collegate all’uso di eroina. A quel punto i due vivevano al 552 di Ward Street, a Queen Anne. Per Staley fu un duro colpo: finì per cedere all’idea di avere i giorni, i mesi, gli anni contati. «Fu profondamente colpito dalla morte di Demri», rammenta la madre. «L’adorava. Si adoravano». Più la dipendenza progrediva, più la sua carriera regrediva. McCallum ricorda in particolare l’ultimo tour con gli Alice In Chains. «So per certo che c’era chi si occupava di far trovare alcol e droghe a ogni data, un lavoro disgustoso. Consideravano l’uso di droga come un’attività ricreativa. E invece quando ti fai, non riesci a ragionare in modo normale. E quando anche ti circonda ne fa uso, è facile che non vengano prese le decisioni migliori per la tua salute. Non ci sono scuse, come recita quella canzone. Puoi permetterti di fuggire da quella situazione quando hai il dovere di portare a termine il tour, quando hai contratti firmati, quando c’è gente che lavora con te? Layne me ne parlava. Se accadesse oggi, gli direi: non sentirti responsabile per chi ti sta attorno, cura te stesso e la tua salute, bada alla tua felicità. Non lo feci, ma all’epoca non immaginavo che il punto d’arrivo di quella situazione sarebbe stata la morte. Credevo che Layne avesse le risorse per affrontare e superare quell’ostacolo, credevo che gli sarebbe stato d’aiuto l’amore di cui era circondato e il fatto di essere cresciuto con gli insegnamenti della chiesa. Perciò gli dissi: hai preso degli impegni e ora tocca a te e solo a te decidere che cosa fare. Era disperato».

Era il 1998 quando Staley, dopo essersi rifiutato di incidere un secondo album dei Mad Season, registrò due nuove canzoni per il box set Music Bank: pesava 36 chili. Da allora non si fece più vedere in giro, se non raramente. Non avrebbe condiviso il suo calvario con altri. Si chiuse in quell’appartamento nell’U District lasciando il mondo fuori. L’eroina chiedeva il conto: aveva le braccia infestate da pustole, i denti gli cadevano, aveva perso almeno un dito a causa della mancanza di circolazione nella mano. Aveva superato il punto di non ritorno. «La sua lotta quotidiana» ha detto un amico a Charles Cross «era procurarsi la dose», che chiamava medicina. «Abbiamo fatto di tutto per fargli scegliere la vita», ha detto Susan Silver. Lui aveva scelto la morte. Chiuso nel suo appartamento, era andato incontro al destino cui si era tragicamente arreso. Al funerale Mark Lanegan lo ricordò intonando Last Out In The World, Nancy Wilson scelse le parole di Ring Them Bells di Bob Dylan. Agli astanti fu distribuito uno scritto di Barrett Martin in cui ricordava l’amico assorto nella lettura di Il profeta di Kahlil Gibran: concepiva la sua musica come una missione spirituale. «Credo sia evidente dalle sue parole e dal timbro della sua voce. Era un artista autentico in un tempo di impostori». Un comunicato ufficiale della band lo ricorda come «uomo dolce, dotato di un grande senso dell’umorismo e una profonda umanità». Era «troppo fragile per questo mondo», ha scritto Ann Wilson delle Heart.

Il giorno dopo la morte si era tenuta una veglia all’International Fountain, laddove era stato pianto Kurt Cobain. Fu spontanea, nata da un appello alla radio: vi parteciparono i familiari e gli amici musicisti. Furono avvistati Chris Cornell e Eddie Vedder. Una seconda veglia “ufficiale” fu organizzata nel medesimo posto per permettere di onorare Staley a chi non aveva saputo della prima. Si presentarono 400 ragazzi. La fontana fu chiusa e usata per esporre lettere, fiori, ricordi, candele. Fu un’occasione triste, e mesta. Non fu circondata da alcun clamore e nemmeno dall’atmosfera di commozione mediatica che aveva caratterizzato la veglia di Cobain otto anni prima nello stesso luogo. Non è che la città si fosse assuefatta a certe tragedie. Pensava che il grunge e Staley fossero morti da un pezzo.

 

Tratto dal libro Grunge. Il rock dalle strade di Seattle (Tsunami)

 

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