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«Mamma, non voglio essere mediocre». Janis Winehouse racconta la figlia Amy

amy janisJanis Winehouse racconta la figlia Amy nella biografia Loving Amy: A Mother’s Story in uscita in Inghilterra giovedì e in un articolo pubblicato oggi dall’Independent. Amy, scrive la madre, «non ha lasciato risposte, solo domande. Negli anni successivi alla morte ho cercato di dare un senso alle estremità sfilacciate della sua straordinaria esistenza». Qui sotto, alcuni passi salienti dell’articolo.

L’idea del libro. «Nel 2007 venni avvicinata da un agente letterario che mi chiese se di scrivere un libro. L’idea mi metteva un po’ a disagio, però al termine dell’incontro pensai che avrei potuto farlo, ma solo quando Amy si sarebbe ristabilita. La chiamai e le chiesi cosa pensasse della proposta. “Non farlo, mamma”, mi disse. “Non voglio che la gente sappia chi sono”. All’epoca non pensai neanche lontanamente di tradire quel suo desiderio. Ma ora la vita è cambiata. […] Col passare del tempo la memoria svanisce e la mia sclerosi multipla peggiora le cose, perciò ho deciso di mettere i miei ricordi nero su bianco, prima che svaniscano».

amyUna bimba adorabile e insopportabile. «Sin dagli inizi, quand’era bambina, era forte e chiassosa, spaventata e sensibile. Era un fascio d’emozioni, a volte adorabile e a volte insopportabile».

Oltre i limiti. «Odiava l’autorità e andava sempre un passo oltre le persone che la circondavano. Era solita dirmi: “Mamma, odio la mediocrità. Non voglio essere mediocre”. Qualunque cosa fosse, di certo Amy non era mediocre. Aveva un talento fenomenale che ha spinto ai limiti; ha spinto la sua stessa vita ai limiti; ha spinto il suo corpo oltre i suoi limiti. Nella sua mente si sentiva invincibile, ma come tutti noi era vulnerabile ».

La voglia d’essere amata. «L’intera esistenza di Amy divenne proprietà pubblica e come famiglia eravamo al seguito. Chi si interessava di Amy credeva di conoscerla, tutti volevano un pezzo di lei in modi di fronte ai quali eravamo assolutamente impreparati. Camminava su un filo teso instabile tra volersi ritirare dalle luci della ribalta e il bisogno di essere notata».

La figlia protegge la madre. «Per qualche tempo, Amy ha cercato di proteggermi dalla realtà della sua vita. Voleva che rimanessi la sua mamma, incontaminata da quel che viveva. Amy aveva badato a me fin dalla giovane età, in particolare dopo la fine del matrimonio con suo padre Mitchell, e ho il sospetto che non volesse turbarmi».

amy 2La tossicodipendenza. «Negli anni peggiori della tossicodipendenza di Amy la vedevo e ogni volta pensavo che sarebbe stata l’ultima. Era diventata schiava delle sue droghe e parti della figlia che avevo cresciuto erano state lentamente spazzate via […] Vedevo il suo esile corpo disintegrarsi e non c’era niente che potessi fare».

La malattia. «Sono sempre stata pragmatica, ma pensare pragmaticamente alla dipendenza della tua figlia è una delle cose più difficili che una madre può fare. Ho lavorato come farmacista fino a quando la mia sclerosi multipla mi ha costretta al pensionamento anticipato, quindi il mio background medico mi ha aiutata a considerare i problemi di Amy come una malattia. Pur essendo armata di quella conoscenza ho lottato disperatamente per non crollare. Ho fatto affidamento alla terapia per dare un senso alla vita che si stava disintegrando attorno a me».

Finalmente pulita? «Fino all’estate del 2011 ho creduto che Amy avesse svoltato – tutti lo abbiamo creduto. Era pulita dalle droghe da quasi tre anni, riuscivamo a intravedere un futuro nuovo, anche se la sua esistenza ancora era punteggiata da episodi di alcolismo. Tuttavia, le nostre aspettative si erano rialzate ed ero ottimista su quello che la vita aveva in serbo per lei».

loving amyVoglia di morire. «Non credo nelle infinite speculazioni secondo cui Amy voleva morire. Non ho dubbi, ha combattuto con se stessa, con la persona che era diventata, ma sognava di avere figli, un giorno. Una buona parte di Amy aveva il gusto per la vita e le persone».

La collana di Amy. «Oggi indosso la collana di Amy. È una stella d’oro di Davide che le è stata regalata quand’era bambina. Non la tolgo mai. Indosso anche il suo anello. In alcuni giorni metto su anche i suoi vestiti – le sue T-shirt – e mi sento più vicina a lei. Come ho detto, il dolore non conosce regole. Ci sono giorni in cui mi sento in pace con Amy e ci sono notti in cui mi sveglio piangendo. Ma cerco di non soffermarmi sulle parti negative della sua vita, né su come la sua morte ha devastato la mia famiglia. Continuo, come ho sempre fatto, a tenermi occupata con quel che faccio. È l’unico modo per superare la giornata».

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