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Il rock ha vinto, ed è diventato irrilevante

Gene Simmons of US rock group Kiss perfoL’ultima sentenza risale a pochi giorni fa. L’ha pronunciata Gene Simmons, basso e lingua dei Kiss: il rock è morto e non di vecchiaia. È stato ammazzato dall’industria e dal file sharing – come se fosse un virus selettivo che colpisce solo i rocker bianchi dotati di chitarra elettrica, con o senza makeup. È storia vecchia. Già trent’anni fa Sting diceva che il rock non stava granché bene, ma la sua era una preoccupazione di carattere estetico. Nel frattempo abbiamo avuto tanta di quella musica esaltante da rendere irrilevanti le parole di Sting. O forse erano solo premature. La musica degli ultimi dieci anni è carta da parati, afferma su Rolling Stone il giornalista e scrittore Francesco Pacifico, autore del romanzo generazionale Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York. Le generalizzazioni si prestano a facili confutazioni, ma temo che Pacifico abbia ragione e la cosa valga soprattutto per il rock che negli ultimi dieci anni ha mollato la presa sull’immaginario collettivo. Non è un effetto della crisi della musica. È proprio il rock che ha perso terreno nei confronti di altri stili come pop, hip-hop e R&B che sembrano scaldare i cuori, agitare i sederi e far tintinnare i portafogli. Un tempo riusciva a raccontare la realtà, a registrarla, a volte persino a cambiarla – nel suo piccolo, s’intende. Narrava il presente. Era un linguaggio unificante parlato da milioni di persone. Oggi sta sullo sfondo della discussione pubblica. È carta da parati, appunto.

Non dico che il rock è morto. Dico un’altra cosa. Dico che, nonostante la presenza di grandi talenti che ne rinnovano il linguaggio, il rock non riesce più a catturare i cuori e le menti di adolescenti e post adolescenti. Non è più una parte importante delle loro vite. Eppure mi guardo attorno e vedo rock dappertutto. Dischi un tempo impossibili da trovare ora sono a pochi click di distanza. Saggi storici abbondano nelle librerie, in edicola, nella Rete. Le catene dei grandi magazzini vendono t-shirt di gruppi che un tempo erano culto di pochi come i Sonic Youth. I grandi del rock sono protagonisti di biopic. Gli stadi sono pieni di gente in festa. Tutti parlano di e praticano il «rock’n’roll lifestyle», lo spirito trasgressivo rock. E allora che cosa manca? Volontà? Talento? Mercato?

Temo che il rock abbia esaurito il suo ruolo storico o se preferite la sua funzione sociale. Per cinquant’anni ha rappresentato in modo più o meno compiuto la liberazione sessuale, la volontà d’indipendenza, l’individualismo, la lotta per i diritti civili, l’uguaglianza, la critica ai valori borghesi, l’idealismo, la trasgressione. Non abbiamo più bisogno di essere liberati dal rock perché siamo già liberi, per lo meno nei termini immaginati dai musicisti che hanno fatto grande questa musica. Viviamo nel mondo da loro immaginato. Buona parte dei personaggi che popolano le colonne di gossip ha uno stile di vita rock’n’roll. Mick Jagger è un borghesuccio rispetto all’ultima ragazzina uscita dalla macchina d’intrattenimento Disney. Il rock che lottava contro la “macchina” – anche in modo puerile e vanaglorioso – ora non vede l’ora di fare parte di quel meccanismo. La lingua di Gene Simmons è diventata la lingua di Miley Cyrus.

Ci sono altri fermenti in atto, ma il rock non li rappresenta, non li cattura. Non riesce o non vuole raccontarli, resta ai margini, non offre una colonna sonora potente della contemporaneità, non aggrega la collettività. Ha perso la sua centralità narrativa, superato da altre modalità espressive. È un linguaggio ancora suggestivo e può evolversi, ma non ha più una missione epocale da compiere in questa parte di mondo. La maglietta dei Ramones non la indossa più il tipo strambo da cui stare alla larga, ma la modella che tutti vogliono imitare. Il rock è diventato irrilevante non perché ha perso la sua battaglia, ma perché l’ha vinta.

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