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5 parole per capire il nuovo di Cohen

cohenCome si arriva a 80 anni d’età, e al tredicesimo album in studio, in un tale stato di grazia? Me lo sono chiesto ascoltando Popular Problems, l’album che Leonard Cohen pubblicherà il prossimo 23 settembre. In attesa di risentirlo e di leggerne con attenzione i testi, per ora non disponibili, mi sono venute in mente cinque parole chiave che in qualche modo lo descrivono, a partire da…

Lentezza. Popular Problems ribadisce che l’arte di Leonard Cohen è in perfetta antitesi con la velocità con la quale si muove la società oggigiorno. Il disco è fuori dal tempo e immagino risulti insopportabilmente fiacco per la maggior parte dei minori di trent’anni. È pacato nel passo musicale. È meditativo nel respiro narrativo. È lento nell’intenzione e infatti si apre con una specie di manifesto chiamato Slow: «Sto rallentando la canzone, non mi è mai piaciuta veloce». E ancora: «Voi volete arrivarci velocemente. Io voglio arrivarci per ultimo». Del resto in musica si può essere lenti se si ha…

Carisma. Cohen apre la bocca e ti obbliga ad ascoltare la storia che racconta. Ti dà l’idea che ogni parola abbia un peso, che le canzoni siano meditazioni o preghiere. Il suo eloquio è magnetico come pochi altri. È una qualità inafferrabile chiamata carisma. L’artista ne ha in abbondanza nonostante il…

Blues. È blues il tocco limpido di chitarra che apre My Oh My. È blues l’accompagnamento di Slow. E anche di blues canta Cohen in Almost Like the Blues. Come in ogni altro suo album, nelle canzoni di Popular Problems profondità e leggerezza si affrontano. Privilegi della…

Vecchiaia. La sentite nella voce bassa e roca, segnata dagli anni (sono 80 il prossimo 21 settembre). Una voce che in Samson in New Orleans sembra spezzarsi sotto il peso delle parole e nell’introduzione di Did I Ever Love You assume un timbro ghiaioso alla Tom Waits. Più che cantare Cohen recita. Non è mai un passo oltre la sua età: una lezione su come invecchiare con grazia, anche nel bel mezzo di un…

Dramma. Non ne mancano, in Popular Problems. Ci sono gli scenari apocalittici di Almost Like the Blues. C’è l’uragano Katrina, evocato in Samson in New Orleans. C’è l’11 settembre sullo sfondo di A Street. C’è la guerra in Nevermind, un pezzo abbellito dagli arabeschi intonati da Donna De Lory (che immagino abbia portato il produttore e co-autore Patrick Leonard). Eppure Cohen non cede mai al melodramma o all’enfasi. «Mi fai cantare anche se porto brutte notizie», recita l’attacco di You Got Me Singing mentre un violino disegna una melodia country rasserenante. Da quando l’album è iniziato sono passati 36 minuti. Potevano essere 60 oppure 25, non importa: Leonard Cohen possiede la capacità di piegare il tempo e di farne musica.

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