Interviste

Quando David Byrne ballava con la storia

ballando con la storiaIl 30 settembre esce In Da Club, una raccolta di remix delle canzoni di Here Lies Love. Nel caso l’abbiate scordato, si tratta del concept di David Byrne e Fatboy Slim sulla vita di Imelda Marcos, la moglie del dittatore filippino Ferdinand Marcos. Era un album pieno zeppo di ospiti, tra cui venti cantanti di sesso femminile, è diventato una rappresentazione teatrale e poi un altro disco registrato dal cast, oggi è una raccolta da club i cui proventi vanno a Gawad Kalinda, organizzazione che mira a strappare dalla povertà cinque milioni di filippini entro il 2024. Byrne venne a presentare il progetto a Milano nella primavera del 2010. Ecco il resoconto della nostra chiacchierata.

 

L’hanno dipinta come una pericolosa macchietta, la spalla inconsapevole di un feroce dittatore, un’eccentrica signora che amava la bella vita e che collezionava scarpe, migliaia di scarpe. L’Imelda Marcos di David Byrne è più umana: non una caricatura, ma una donna che proietta sullo scenario pubblico i conflitti che l’attanagliano. Così l’ex first lady filippina è dipinta del doppio Here Lies Love, un ciclo di 22 canzoni che ne racconta ascesa e caduta parallelamente al destino della sua ex bambinaia Estrella Cumpas e dell’intera nazione schiacciata dalla legge marziale proclamata dal presidente Ferdinand Marcos. Per comporre l’opera Byrne è stato nelle Filippine, ha raccolto testimonianze, ha visionato filmati e letto libri, articoli, interviste. S’è preso pochissime libertà e ha costruito i testi in base alle dichiarazioni dei protagonisti, cercando di tradurne in musica idee, aspirazioni, sentimenti. Ha depurato l’opera da ogni giudizio morale costruendola come una serie di quadri evocati dai diretti protagonisti: ha lasciato che la storia parlasse da sé. Il finale è apparentemente irrisolto: nell’estremo dialogo (immaginato) tra Imelda ed Estrella le recriminazioni si mescolano a una richiesta d’amore che l’altra non può esaudire, né comprendere. È il destino del Paese: «here lies love» è la scritta che Imelda vuole sulla tomba, ma è anche l’epitaffio di una vicenda drammatica che Byrne ha concepito dopo aver letto un libro sulla corte di Haile Selassie ed essersi domandato «che cosa muove i potenti, che cosa li guida nella loro ascesa».

È curioso che per musicare la vicenda l’artista newyorchese abbia scelto di concentrarsi sulla musica da ballo: affiancato da Fatboy Slim, cui è co-intestato il progetto nonostante compaia solo in metà delle canzoni, ha costruito suoni da club ricchi di rimandi al soul di Philadelphia, alla disco anni ’70 e allo snodo cruciale in cui essa si trasforma in dance. Per interpretare i brani ha chiamato a raccolta un cast straordinario di voci femminili, una ventina, da Tori Amos a Cyndi Lauper, da Sharon Jones a Santigold, da Natalie Merchant a Róisín Murphy. «Non sarei stato credibile se avessi interpretato io le parti di Imelda ed Estrella: mi servivano voci in grado di esprimere il sentimento dei brani», mi racconta Byrne. È vestito completamente di bianco: camicia, pantaloni, scarpe sportive, persino l’orologio. Non l’ho mai visto così sorridente, disponibile, rilassato. Mi spiega che sta lavorando alla cover di I Don’t Remember per lo «scambio di canzoni» con Peter Gabriel: «Ho sentito la sua Listening Wind: quasi irriconoscibile, un’incisione meravigliosa. I Don’t Remember me l’ha praticamente imposta lui: è un compito difficile perché è famosissima, dovrò cambiarla radicalmente».

Indica la versione deluxe di Here Lies Love che ho poggiato sul tavolo: «Se la gente se la può permettere, raccomando quest’edizione». Ha ragione: oltre al doppio cd, offre un dvd d’immagini d’archivio abbinate a 6 canzoni, ma soprattutto un libro coi testi commentati e contestualizzati, formidabile chiave d’accesso al ciclo di canzoni sulla «farfalla d’acciaio», sulla sua bambinaia e sul dittatore che si calcola abbia fatto torturare 35 mila oppositori, uccidendone 1000.

ballando con la storia 2Hai detto che la musica dance esprime sensazioni simili a quelle che si provano in un regime illiberale. Ce lo spieghi?

«Penso alla sensazione d’intossicazione che si può provare su una pista da ballo. Al desiderio di escapismo. Al senso d’onnipotenza provocato da quel tipo di musica».

L’accostamento tra un impianto narrativo e la musica da club è ardito.

«È stata Imelda Marcos a portare la musica», risponde ridendo. «Organizzava balli a palazzo, frequentava lo Studio 54 di New York, danzava con Kissinger, apparteneva a quel mondo. Ma è vero che gran parte della musica da club non l’assoceresti a una narrativa. Infatti ho scelto la strada più tradizionale, quella della canzone. Mi rifaccio a un vecchio tipo di musica da ballo: non remix da 10 minuti, ma il soul di Philadelphia. Prendi Here Lies Love, la canzone: è molto old school, molto O’Jays».

Mentre la storia di Imelda e di Estrella procede, la musica evolve di conseguenza.

«È vero. Le prime canzoni hanno un feeling latino: sono quelle in cui si raccontano l’infanzia, la giovinezza, le radici del personaggio. Più ci avviciniamo ai giorni nostri, più i suoni si fanno dance in modo “duro”».

Che cosa pensavi della musica da club all’epoca dei Talking Heads?

«L’amavo. Non frequentavo regolarmente le discoteche, ma apprezzavo la musica che usciva di lì. La trovavo innovativa e radicale nel minimalismo e nel modo in cui destrutturava le canzoni. Sì, era radicale almeno quanto le cose che uscivano dal CBGB’s».

Ai tempi però si doveva scegliere: o rock o disco.

«Infatti era considerato inusuale che io e gli altri Talking Heads amassimo entrambi i generi. Credo che si capisse dalla musica che producevamo».

Se posso avanzare una critica a Here Lies Love riguarda alcune scelte musicali. Personalmente sento la mancanza di interplay tra gli strumentisti, del gusto per la musica suonata insomma.

«È vero che a volte l’elettronica è costruita in modo pedestre: ho ascoltato troppi dischi in cui non senti dei musicisti, ma un programma per computer. Ecco perché ho contattato Fatboy Slim: usa i campionamenti in modo intelligente, divertente e musicale. Riesce a trascendere le macchine».

ballando con la storia 3Martha Wainwright interpreta la giovane Imelda, la «rosa di Tacloban» che si fa largo nel mondo sognando il jet set…

«Tu sai quanta rivalità artistica c’è nella famiglia Wainwright», dice con un sorriso malizioso. «Hai presente il concerto in cui Rufus rifà Judy Garland? A un certo punto sale sul palco Martha e con un solo pezzo quasi ruba lo show al fratello, cantando in uno stile che non è il suo, per niente folk. Mi ha lasciato a bocca aperta. In quel momento ho capito che avrebbe potuto partecipare a Here Lies Love».

Steve Earle è assieme a te l’unico cantante maschio. Interpreta la parte del presidente Marcos: non è bizzarro?

Ride di gusto: «Mica tanto, se ci pensi. Marcos ha paragonato più volte le Filippine al vecchio West. Ho pensato: forse un cantante country potrebbe rendere quel tipo d’attitudine. Steve vive a New York come me, e conosco le sue idee politiche di sinistra: ero sicuro che si sarebbe divertito a calarsi nella parte».

È facile immaginare la melodia del pezzo che gli hai assegnato, A Perfect Hand, cantata da te. Mi chiedo se hai intenzione di includere nel tuo repertorio alcuni di questi pezzi.

«Credo che accadrà, ma più in là. Non voglio che la gente ascolti questi brani interpretati da me, non subito per lo meno. Sono convinto che le versioni delle cantanti di Here Lies Love siano più credibili delle mie: loro sì che riescono a esprimere compiutamente i sentimenti provati dai protagonisti. Danno l’idea di essere sincere, ecco. Temo che se le avessi cantate io, quelle stesse canzoni, la gente ci avrebbe letto un intento ironico che invece è assolutamente estraneo al lavoro».

Il tuo duetto con Shara Worden in Seven Years è uno dei momenti drammatici della storia. Eppure la melodia è amabile e l’interpretazione non è carica. È crudele ma in modo sottile.

«Mmm, potresti avere ragione. Abbiamo cercato di descrivere un periodo buio in modo teatrale. La parte in cui Shara/Imelda dice “Gesù Bambino, Gesù Bambino, abbi cura di lui” non è inventata, è una vera preghiera che la Marcos fece. Sembra sinceramente preoccupata per il destino dell’oppositore del regime Benigno Aquino, con cui era stata legata in gioventù. Ma allo stesso tempo lo avverte che se torna nelle Filippine, farà una brutta fine».

Ed è quello che accade: Aquino viene ammazzato appena sbarcato, all’aeroporto di Manila. L’unica altra canzone che interpreti tu è America Troglodyte, sull’americanizzazione delle Filippine. Ma è impossibile non pensare che stai cantando degli Stati Uniti di questi anni Duemila.

«Vero. Mi sono preso la libertà di citare nel testo 50 Cent e Internet, che ovviamente all’epoca non c’erano. Il resto potrebbe davvero venire dagli anni ’50 o ’60. Il punto è che le motivazioni che spingevano all’azione Imelda Marcos sono le stesse che muovono i potenti di oggi. Non gli ideali, ma la psicologia. So che è un clichè hollywoodiano, ma contiene un elemento di verità. Il problema è che la loro psicologia finisce per plasmare il loro rapporto con l’intera nazione. È una cosa malata».

Noialtri italiani ne sappiamo qualcosa…

«Naturalmente», conferma ridendo.

Pensi che la tua Estrella personifichi il destino delle Filippine?

«In un certo senso sì. Alla fine della storia è arrabbiata e tradita».

La cosa interessante è che anche Imelda si sente così.

«E in Why Don’t You Love Me? le due cantano le stesse parole: è l’unico dialogo che mi sono immaginato. La natura umana vede solo ciò che vuole vedere».

L’attacco della canzone fa molto Abba…

«Sì, è vero», ride di gusto.

ballando con la storia 4Non ti ha imbarazzato scrivere canzoni su una persona vivente?

«No, l’unica preoccupazione era di tipo legale. Come avrebbero reagito al fatto che ho inserito nei testi porzioni di interviste e discorsi pubblici? Ho chiesto consiglio a John Adams [uno dei massimi compositori americani viventi] che aveva fatto una cosa simile per Doctor Atomic. Mi ha rassicurato: non ci sono problemi».

Leggo sul New Musical Express che Imelda ti avrebbe chiamato chiedendoti di cantare nel disco: è vero?

«È una bella diceria, ma è solo una diceria».

Nessuna reazione da parte sua?

«Credo non abbia ancora avuto modo di ascoltare le versioni definitive: cercherò di fargliele avere. Nel mio viaggio nelle Filippine ho incontrato una donna molto vicina a Imelda, che era influenzata e non mi ha ricevuto. È stato, per usare un’espressione di George W. Bush, un attacco preventivo da parte loro, che avevano saputo che stavo lavorando al soggetto. Questa donna ha cominciato a darmi informazioni del tipo “Imelda non è mai stata povera”. Ho capito che non avrei potuto replicare, solo immagazzinare le loro informazioni».

Nell’opera ti astieni dal dare giudizi morali. Questa scelta dà un certo tono al lavoro.

«Non volevo offrire una lettura morale. Volevo che la vicenda parlasse da sé».

Però sei stato criticato per non avere enfatizzato i crimini compiuti da Marcos. Ti sei pentito di non averlo fatto?

«Per includere anche quella parte», che comunque compare in Order 1081 con Natalie Merchant e in Seven Years, «avrei dovuto inserire un nuovo personaggio: sarebbe stata una forzatura. Però è vero che sto cercando di trovare un modo, magari nella versione teatrale, di includere in Here Lies Love più informazioni sul regime, sulla cancellazione dei diritti civili, sugli abusi. Ripeto: senza offrire giudizi. Miro a dare le informazioni al pubblico affinché si faccia una sua idea».

Una delle cose che rendono interessante la tua Imelda è quant’è sfumata in lei la linea che separa il bene dal male.

«È un modo più interessante di presentare la storia, ma soprattutto più accurato. In lei convivevano angeli e demoni, come in tutti noi del resto. I demoni hanno la meglio quando abbiamo a disposizione troppe opportunità, troppo potere: allora accadono cose terribili Voglio dire che viviamo in un mondo in cui siamo influenzati e controllati da altre persone: questo a volte ci impedisce di portare a termine i nostri progetti peggiori. Ma se i controlli cadono, come nel caso dei potenti, finiamo per perpetrare inevitabilmente degli abusi».

Here Lies Love Public Theater/LuEsther HallHai parlato di una versione teatrale: puoi dirmi qualcosa di più?

«Non sarà un musical, non sono interessato a quella forma in cui si alternano dialoghi e canzoni. Ci dev’essere un altro modo di farlo, ci dev’essere una maniera per dare informazioni senza fermare ogni volta la musica. Spero andrà in scena entro la fine dell’anno. Ci sto lavorando col regista Alex Timbers. È uno che porta agli occhi del pubblico pezzi di realtà senza aggiungerci alcun commento morale. Un suo lavoro è Hell House. Prende nome dalle case degli orrori che i fondamentalisti cristiani preparano a Halloween, nei granai della campagne americane. Solo che al posto di zombie e vampiri ci mettono quelle che considerano le atrocità del mondo contemporaneo: aborti, droghe, alcol. Le trasformano in una lezione morale. Alex ha ricreato una hell house in un teatro di New York, dove ovviamente quel tipo di roba ottiene una reazione completamente diversa. Prima di farlo è andato a chiedere il permesso a una delle chiese che approntano le vere case degli orrori cristiane e loro gliel’hanno concesso. L’hanno considerata una forma di evangelizzazione: i loro messaggi arrivavano sino a Gomorra, sino a New York. Alex ha fatto qualcosa di simile con Scientology inscenando uno spettacolo di bambini in cui gli innocenti non cantano di Gesù, ma di L. Ron Hubbard», ride. «Timbers non ha aggiunto commenti né sofisticazioni: ha portato la realtà su un palco, lasciando che fosse il pubblico a farsi un’idea. Il suo giudizio era, come dire, implicito».

Vista la connessione col mondo della disco, l’idea iniziale era di mettere in scena il lavoro in una vera discoteca.

«Immaginavo una megadiscoteca col palco e degli schermi. Il pubblico avrebbe seguito la rappresentazione ballando o bevendo o facendo quel che si fa in discoteca. Ovviamente era un’idea impossibile da realizzare».

Però Here Lies Love è stato presentato dal vivo…

«Come concerto, in Australia. Una parte della platea era stata trasformata in una pista da ballo coi tavolini alti su cui poggiare i drink. La gente ci ha messo un po’ a entrare nel clima. All’inizio se ne stavano impalati ad ascoltare. Ma a metà spettacolo hanno iniziato a ballare».

Questo è un concept, più di un concept. Sei preoccupato per la morte dell’album?

«Se vuoi che la gente non ascolti solo due o tre canzoni, devi darle un motivo per farlo».

Un motivo come Here Lies Love?

«Sì, un’opera completa, unitaria. È stato un esperimento. Mi sono detto: vediamo se la gente si mette ad ascoltare 22 canzoni con una storia e un libro illustrato, un oggetto che aiuti a rafforzare l’identità delle canzoni, che le riveli. Ma non mi preoccupa la morte dell’album. È inevitabile. Si troverà un altro modo per portare la musica alla gente».

Non è deprimente per un artista vendere sempre meno dischi? Non ti chiedi mai: perché la gente non vuole più ascoltare quel che faccio?

«Effettivamente i dati di vendita non sono quelli di una volta. Il compact disc è un oggetto orrendo, ma è il formato che ha sostituito il vinile: non è un dramma che sparisca. Ci saranno altri formati integrati: ascolteremo musica, vedremo video, leggeremo i testi sul telefonino. Sarà un’esperienza più appassionante che ascoltare un mp3. La musica ha ancora un significato profondo per la gente: questo importa».

 

Pubblicato originariamente su JAM 170, maggio 2010

 

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