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La storia dietro le canzoni di Tony Bennett & Lady Gaga

bennett gagaUn crooner di 88 anni amante del buon gusto e delle canzoni di una volta e una pop star di 28 anni che se ne va in giro abbigliata come un’aliena ubriaca – quando decide di mettersi addosso qualcosa, beninteso. A dispetto delle apparenze, la coppia formata da Tony Bennett e Lady Gaga funziona. L’album di duetti Cheek to Cheek, nei negozi il 23 settembre, è un viaggio nel Great American Songbook, il repertorio coniato poco meno di cent’anni fa da prodigiosi compositori a cavallo fra canzone, jazz e teatro musicale. Un repertorio che ai minori di 50 anni sembrerà datato e privo di forza comunicativa e che invece offre testi arguti, soluzioni melodiche e armoniche favolose, esecuzioni brillanti. Se fare canzonette è un’arte, gli autori del Great American Songbook sono grandi artisti, fra i migliori del ventesimo secolo.

Cheek to Cheek non è il meglio in circolazione, pur essendo suonato da musicisti di primo livello: Bennett ha fatalmente perso smalto e Gaga, pur essendo a suo agio nel ruolo e pur avendo cantato il jazz in età adolescenziale, non è nata per interpretare questo repertorio. In compenso, il contrasto fra la voce matura di lui e quella entusiasta di lei crea un’atmosfera ironica e ammiccante, la stessa evocata dal servizio fotografico in cui i due interpretano cantanti venuti da un’altra epoca per insegnarci il languido potere dei vecchi classici – lui proviene da un’altra era, effettivamente.

«Questo disco è una liberazione», ha detto Lady Gaga al Telegraph. «È un atto di ribellione al mio repertorio pop». I due dicono di averlo inciso per offrire ai giovani un’introduzione a piccoli e grandi classici. Ecco allora la storia dietro le undici canzoni di Cheek to Cheek (la versione deluxe ne contiene sedici): navi da crociera, hippie ante litteram, balli favolosi, coppie squattrinate, musical da sogno e flop da incubo, nottate passate al bancone di un bar con gente disperata. «Questo disco mi ha resa felice», ha detto Lady Gaga. «Mi ha salvato la vita».


anything goesAnything Goes
. Succede in crociera, a bordo della SS American diretta a Londra. Billy s’imbarca clandestinamente per conquistare il cuore di una sconosciuta che ha incontrato in taxi. Si chiama Hope e viaggia col fidanzato e futuro marito Lord Evelyn. Billy chiede all’amica Reno di sedurre Evelyn per separarlo da Hope. Anything Goes era uno dei numeri chiave del musical omonimo, anno 1934, canzoni di Cole Porter, libretto di Guy Bolton e P.G. Wodehouse. La storia di Billy, Hope, Evelyn e Reno, appunto. La canzone appare alla fine del primo atto, quando Reno informa Billy di avere baciato Evelyn e che i due presto di sposeranno, in un repentino rovesciamento degli eventi. «Un tempo intravedere le calze di una donna era considerato scioccante ma ora, buon Dio, va bene tutto», canta Hope commentando in modo leggero i mutamenti della morale nel «mondo impazzito» degli anni ’30. Qualcuno la ricorderà cantata in mandarino dall’attrice Kate Capshaw (futura moglie del regista Steven Spielberg) nella scena iniziale di Indiana Jones e il tempio maledetto, anno 1984. Bennett l’ha registrata con l’orchestra di Count Basie nel 1959, tre anni dopo le versioni di Frank Sinatra e di Ella Fitzgerald. Gaga dice di essersene innamorata a soli 13 anni, vale a dire alla fine degli anni ’90. Privata dei riferimenti relativi al periodo in cui fu composta che la rendevano effettivamente datata, la versione della coppia diventa un numero frizzante doppiamente ironico: «anything goes» è qualcosa che un uomo della generazione di Cole Porter avrebbe scritto osservando le performance pop di Lady Gaga, che offre una performance entusiasta.

Cheek to Cheek. Scritta da Irving Berlin per il musical del 1935 Cappello a cilindro dov’è cantata da Fred Astaire mentre balla con Ginger Rogers. Molti la conoscono per le prime parole: «Heaven, I’m in heaven…». La versione originale ebbe una nomination agli Oscar e rimase cinque settimane in vetta alla classifica. Il carattere soave di quell’interpretazione era abbinato a un arrangiamento che passava repentinamente dal melodramma alla romanticheria all’ironia, uno spettro emotivo perfetto per la strepitosa scena di ballo di Astaire e Rogers. Nella versione di Gaga e Bennett diventa un jazzino brioso dall’arrangiamento dinamico che dell’originale mantiene ironia e passione. «È la nostra conversazione col jazz», ha detto lei.

eden-and-natNature Boy. L’americano Eden Ahbez (anzi, edel ahbez, perché voleva si scrivesse tutto minuscolo) era un hippie ante litteram. Mentre i ragazzi che avrebbero affollato i prati di Woodstock erano a malapena nati, negli anni ’40 lui girava barbuto e capellone in sandali e tuniche da santone. Dicono che a un certo punto si fosse accampato sotto la scritta Hollywood. Frequentava una comunità di tedeschi immigrati a Los Angeles che professavano il ritorno alla natura ed erano perciò considerati “nature boys”. Proprio Nature Boy è la canzone che nel 1947 ahbez propose a Nat “King” Cole. Il cantante la portò in cima alla classifica americana l’anno dopo, diventando una star anche presso il pubblico bianco. Frank Sinatra e Sarah Vaughan la fecero loro, mentre Life, Time e Newsweek rivolgevano le loro attenzioni allo strano personaggio di ahbez. Ritratto di un vagabondo in cerca d’amore, la cui figura è ispirata alle dottrine tedesche Naturmensch e Lebensreform, Nature Boy ha un carattere musicale piuttosto singolare, un’elegante mestezza sottolineata dall’uso di cromatismi e accordi in minore che rendono il ritratto del protagonista della canzone come irrisolto. Il compositore yiddish Herman Yablokoff fece causa per plagio poiché il pezzo somigliava alla sua Shvayg mayn harts; ahbez affermò di averla sentita «intonata dagli angeli tra le nebbie delle montagne californiane», ma alla fine sborsò 25.000 dollari per evitare il processo. Una parte del brano presenta similitudini con il Quintetto per pianoforte n. 2 di Antonín Dvorák. Nel film di Baz Luhrmann Moulin Rouge è interpretata da David Bowie. La versione di Nat King Cole è però imbattibile: sembra venire da un’altra dimensione. Più colloquiale e ordinaria quella di Gaga e Bennett.

I Can’t Give You Anything But Love. Un ritorno al tempo delle riviste anni ’20, a quegli spettacoli leggeri che combinavano musica, recitazione e intrattenimento con un tema ricorrente, ma senza la trama tipica dei musical. Scritta da Jimmy McHugh e Dorothy Fields, I Can’t Give You Anything But Love faceva parte della Blackbird Revue, riproposta poi come Blackbirds of 1928, che in quell’anno batté il record di repliche a Broadway per uno spettacolo “nero”. Fu l’ultima canzone ad essere composta per la rivista. McHugh e Fields furono ispirati dal dialogo di una coppia orecchiato davanti alla vetrina di Tiffany, sulla Quinta di Manhattan: «Mi piacerebbe comprarti un gioiello come quello, tesoro, ma per ora tutto quel che posso darti è amore». Non si contano le versioni della canzone, ma è possibile che l’abbiate ascoltata nella colonna sonora di The Aviator, nell’interpretazione di Django Reinhardt. Gaga e Bennett catturano il carattere leggero del brano: uno sguardo rétro alla cultura bling americana? Ai gioielli non rinuncia nessuno e perciò la coppia ha venduto la canzone a H&M.

Rogers RobertaI Won’t Dance. È l’ultima creazione di Jerome Kern con Oscar Hammerstein II (famoso per il sodalizio compositivo con Richard Rodgers), più l’apporto di Otto Harbach per il testo. Fu composta per il musical londinese Three Sisters, un flop nel 1934 incentrato sulle vite sentimentali di tre sorelle alla vigilia della Prima guerra mondiale. Il musical fu rappresentato per soli due mesi e poi sostanzialmente dimenticato per sessant’anni. In compenso la canzone fu subito inclusa nel musical Roberta e nel film del 1935 da esso tratto, dov’era cantato da Ginger Rogers con Fred Astaire al piano. Il testo fu adattato appositamente per la pellicola dagli autori di I Can’t Give You Anything But Love McHugh e Fields. Undici anni fa Jane Monheit l’ha cantata con Michael Bublè. Gaga e Bennett la trasformano in un dialogo, scambiandosi liberamente i versi.

Firefly. Una creazione datata 1958 della coppia formata da Cy Coleman (1929-2004) e Carolyn Leigh (1926-1983), i cui nomi sono legati a The Best Is Yet to Come e Withcraft. I due la scrissero nelle prime fasi del musical Gypsy come provino, nella speranza di diventarne autori. Gli furono preferiti Stephen Sondheim e Jule Styne, che fecero del musical un successo strepitoso. Coleman e Leigh tennero le canzoni che avevano scritto. Firefly, poco meno di due minuti di durata, fu affidata a Tony Bennett che la incluse nell’album In Person! With Count Basie and His Orchestra. Lo stesso Coleman, cantante e pianista jazz, l’ha interpretata negli anni ’70. Ora Bennett la canta con Lady Gaga, ma diciotto anni fa l’ha usata per duettare con la rana Kermit in una puntata dei Muppets, includendola due anni dopo nell’album per bambini The Playground, rana compresa. No, Kermit e Gaga non cantano le stesse parti. Perfetta per il carattere leggero e ammiccante di Cheek to Cheek.

dukeLush Life. Un classico di Billy Strayhorn, che cominciò a scriverla che era adolescente e la fece ascoltare a Duke Ellington guadagnando l’ingaggio nella sua orchestra. La canzone debuttò dotata di testo nel novembre 1948, alla Carnegie Hall. È la triste riflessione di un uomo sulla propria vita notturna, divertente ma vacua, fatta di jazz e cocktail. L’arrivo di una lei sembra strapparlo dalla sua routine, ma solo per un attimo: la vita è nuovamente orribile. «Passerò un’esistenza da ubriacone in qualche piccolo localaccio / E me ne starò lì a marcire / Assieme ad altre persone sole». Se in altri brani Lady Gaga riversa una vitalità giovanile, qui offre un’interpretazione drammatica con l’accompagnamento predominante di un pianoforte. «È un pezzo autobiografico», ha detto Gaga, che quando l’ha incisa usciva da un periodo duro. «In studio sono scoppiata a piangere. Tony mi ha abbracciata. Gli ho detto: Tony, sono un casino. Non voglio essere un casino per te. Interpretare Lush Life è stato terapeutico, mi ha aiutata a lasciare alle spalle i dolori della fama». La composizione ha letteralmente attraversato la storia del pop e del jazz finendo per essere interpretata da Johnny Hartman (con John Coltrane), ma anche da Donna Summer, da Natalie Cole così come da Queen Latifah.

Sophisticated Lady. Uno dei grandi standard jazz, scritto da Duke Ellington con Irving Mills e Mitchell Parish, che ci aggiunsero il testo. È stata rifatta così tante volte che è persino difficile capire cos’è: lo strumentale dell’era dello swing o la canzone intonata da decine di cantanti, da Sarah Vaughan a Billy Holiday? Se interpretata correttamente, la canzone è molto difficile da rendere per via della modulazione di appena mezzo tono fra due diverse sezioni, modulazione che le dà un senso di seducente instabilità. Nel disco è interpretata dal solo Bennett. Per il titolo Ellington si ispirò alle “ladies” più sofisticate che avesse conosciuto nell’infanzia, tre ragazze che di inverno insegnavano e d’estate giravano il mondo.

seguendo la flottaLet’s Face the Music and Dance. Un altro classico di Irving Berlin composto per il film del 1936 di Mark Sandrich Seguendo la flotta. È la serenata di Fred Astaire a un’inconsolabile Ginger Rogers, preludio a una celebre scena di ballo che fu girata una ventina di volte. Bennett l’ha incisa nell’album del 1957 The Beat Of My Heart e ancora in quello del 1987 Bennett/Berlin, ma ci sono passati in ordine sparso anche Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Shirley Bassey, Nat “King” Cole, Diana Krall, Willie Nelson, Barbra Streisand. La versione della coppia Bennett-Gaga è brillante e ritmata, con un tocco latineggiante.

But Beautiful. A un certo punto, negli anni ’40, Bing Crosby, Bob Hope e Dorothy Lamour interpretarono una serie di commediole avventurose e satiriche accomunate dalle location esotiche e dal titolo: Road to Singapore (1940), Road to Zanzibar (1941), Road to Morocco (1942), Road to Utopia (1946), Road to Rio (1947). Ne uscirono poi altri due: Road to Bali (1952) e The Road to Hong Kong (1962), in quest’ultimo però Lamour appariva solo in una parte minore, mentre il ruolo principale era affidato a Joan Collins. Nelle versioni italiane, il “road to” era sostituito da “avventura a”. In Avventura in Brasile del 1947 compariva una canzone di Jimmy Van Heusen e Johnny Burke intitolata But Beautiful. Crosby, completo gessato e papillon a pois, la canta a Lamour a bordo della nave che li porta a Rio, dietro allo schermo di un cinema all’aperto, per la confusione degli spettatori che mischiano realtà e finzione. È nel repertorio di decine di grandi cantanti, da Billie Holiday a Barbra Streisand, da Frank Sinatra ad Aretha Franklin. Bennett e Gaga ne rispettano la naturale eleganza della canzone, nota anche per le rime triple («gay», «way», «play»). È da tempo nel repertorio del crooner e appare nel suo album del 1975 col grande pianista jazz Bill Evans.

It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing). Un’altra creazione di Duke Ellington, con testo di Irvin Mills. Il grande jazzista la registrò nel 1932 con la voce di Ivie Anderson, che era da poco entrata a far parte della sua orchestra. Il titolo – in sostanza: “non ha valore se non ha swing” – era a quanto pare una sorta di motto del trombettista Bubber Miley. Usandolo come titolo, Ellington catturò il sentimento dei musicisti jazz devoti allo swing, intenso non ancora come genere musicale, ma come padronanza del fraseggio in grado di migliorare l’espressività dell’esecuzione. Già nel repertorio di Tony Bennett e di centinaia di altri artisti, chiude Cheek to Cheek in modo brillante, con un «Whoo!» urlato da Lady Gaga. «Nei miei dischi pop, produttori e discografici hanno usato sempre di più Auto-Tune togliendo il vibrato alla mia voce e facendola suonare robotica. Hanno il controllo della mia voce. Questo disco mi ha liberata».

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