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Jimi Hendrix = Miles Davis = Igor Stravinsky

jimimilesigorUn paio d’anni fa scrissi una cosa molto sentita a proposito dei rapporti fra musica rock e classica. Lo feci stimolato dall’ascolto di certi dischi e dal lavoro di un critico straordinario, l’americano Alex Ross. Lo feci, anche, riflettendo sulla mia esperienza personale di ascoltatore che passa in modo perfettamente naturale da John Grant a John Zorn a John Adams. Quel pezzo mi è tornato in mente ora che Steve Reich pubblica una composizione ispirata a due canzoni dei Radiohead. Allora mi esprimevo sulla labilità dei confini fra i generi musicali e sulla necessità di scrivere di musica in un certo modo. Mi sembrano spunti ancora validi, anche come incitamento – prima di tutto a me stesso – ad allargare le prospettive e pensare meglio.

Lo sentite questo rumore? Lo udite anche voi questo fragore di macerie? È il crollo dei muri che dividevano i generi musicali e ingabbiavano pensieri e desideri. È il suono che si ribella alle etichette, terremotando i confini artificiali che abbiamo costruito. È la natura della musica che si prende la rivincita sulle teorie. È nell’aria: un numero sempre maggiore di artisti maneggia materiali provenienti da vari mondi sonori e basa la propria opera su questa splendida indeterminatezza. Ogni disco, una piccola spallata al muro. Non è una rivoluzione, ma è una delle cose belle che accadono nel rock.

Lo so, lo so perfettamente. Arrangiamenti discutibili e gusto kitsch rendono irrisolto il rapporto fra mondi musicali, in particolare fra rock e classica. Eppure le cose stanno cambiando. Una nuova generazione di musicisti sta riscrivendo le regole del gioco. Spesso hanno fra i 30 e i 40 anni, non sono rock star, orbitano nel mondo delle etichette indipendenti. Non si limitano a usare elementi classici per abbellire le canzoni, ma si gettano a capofitto nella composizione con un desiderio bruciante di scoperta e rinnovamento. E così, per Jonny Greenwood dei Radiohead o Dave Longstreth dei Dirty Projectors, scrivere un quartetto d’archi o una canzone pop è una cosa ugualmente naturale. E un ensemble colto come l’americano Alarm Will Sound si misura con Steve Reich, ma anche con Aphex Twin.

E chi ascolta? Internet ha spalancato nuovi mondi, ha aperto possibilità inedite. Farsi una cultura non è mai stato altrettanto facile. Un concerto degli Who del 1971 è a pochi clic di distanza, ma lo è anche un capolavoro di Ligeti o una session di Miles Davis con John Coltrane. È tutto lì. Ed è meravigliosamente mischiato, senza regole, né gerarchie. Non come nei negozi di dischi, dove il rock sta da una parte, il metal dell’altra, il jazz in un cantuccio e la classica al piano di sotto. Su Internet stanno l’uno accanto all’altro come nelle collezioni dei nostri amici che magari non sanno chi è Hal Willner o inorridiscono al pensiero di un’opera lirica di Berio, però tengono Beethoven sullo stesso scaffale dei Beatles e di De Andrè. Com’è naturale che sia.

All’estero l’hanno capito. Basta leggere Alex Ross, critico di classica del New Yorker che scrive grandi articoli su Björk e i Radiohead. Uno che dedica cinquanta pagine di Senti questo (Bompiani) a seguire come un detective una linea di basso che unisce ciaccona rinascimentale, walking blues di inizio secolo e Dazed And Confused dei Led Zeppelin. Qui da noi lo dice bene Enrico Merlin nel voluminoso 1000 dischi per un secolo (Il Saggiatore). È una ricognizione delle musiche del Novecento attraverso mille album fondamentali selezionati misurandone la carica innovativa, senza limiti di genere. E così Olivier Messiaen convive felicemente coi Byrds e con Charlie Parker. Musicista, insegnante e già co-autore di un libro su Bitches Brew che mi dicono notevole, Merlin spiega che «le suddivisioni di genere non hanno ragione di esistere» anche perché «la musica, attraverso gli artisti più creativi, se ne infischia delle barriere costruite da discografici, critici e fan irriducibili». Perciò mette nero su bianco la formula «Igor Stravinskij = Miles Davis = Jimi Hendrix». La chiama equazione di base. A me sembra perfettamente risolta.

C’è dell’altro. Questi autori si avvicinano alla musica pronti ad accoglierla, spogliandosi da preconcetti e pressapochismi. Ross è un campione in questo campo. Merlin lo fa bene, nonostante l’estrema sintesi delle sue schede. Chiacchiere sullo stile di vita rock’n’roll nei 1000 dischi per un secolo? Zero. Gossip sui musicisti? Praticamente nessuno. Improbabili analisi sociologiche? Non pervenute. Stoccate a noi critici rock? Tante, decisamente troppe. È l’unica caduta di stile del libro. Chiunque faccia questo mestiere si ribalterà dalle risate di fronte all’accusa di essere «prezzolato». Ma il punto non è questo. Il punto è che in questi libri si scrive di musica in modo acculturato. C’è tanto “testo” e poco “contesto”, un bilanciamento salutare. Non siamo qui per la musica? Non siamo stati, un giorno, folgorati dal suono?

È una strada difficile da battere. Servono dedizione, studio, un po’ di pratica. Né facilita il fatto che la prima raccomandazione che fanno i caporedattori delle testate non specializzate è: «Scrivi di musicisti, ma non scrivere di musica». Eppure quando apro le pagine del Guardian o del New York Times leggo di musica, spesso in modo appassionante. I tempi esigono che si alzi l’asticella. Chi salta?

 

Originariamente pubblicato sul sito jamonline.it

 

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