Interviste

Arrivano i Pink Floyd, quelli “falsi”

britfloydAmano dire che ai loro concerti non c’è bisogno di chiudere gli occhi per immaginare di essere di fronte ai Pink Floyd. Perché non si limitano a riprodurre le musiche di Roger Waters e David Gilmour nota per nota, ricalcandone suoni, timbri e sfumature. Ne riprendono anche le trovate sceniche del periodo di Pulse: lo schermo circolare, le luci, i filmati, i gonfiabili. Si chiamano Brit Floyd e arrivano in Italia in ottobre (il 28 al Gran Teatro Geox di Padova e il 29 al Fabrique di Milano) con lo spettacolo Discovery che nell’arco di tre ore ripercorre il repertorio dei Pink Floyd dal 1967 al 1994. Sono un esempio notevole di tribute band 2.0: non un gruppo di amatori di talento, ma una band di dieci musicisti e cantanti in grado di suonare negli stessi posti in cui si esibiscono (in questo caso, si esibirebbero) gli originali. Tempo fa ne parlai col direttore musicale della band Damian Darlington, già leader degli Australian Pink Floyd, uno che dal 1994 suona e canta come David Gilmour. Volevo comprendere le dimensioni del fenomeno, capire se un’operazione del genere deve avere il benestare del gruppo e chiedere a Darlington: tu nel 1974 saresti andato a vedere i Pink Floyd o una cover band dei Beatles?

È difficile suonare i Pink Floyd?

«No, non è tecnicamente arduo. L’ostacolo non è imparare la musica, è ricalcare il suono e soprattutto il feeling, il mood. I pezzi più difficili sono quelli di Ummagumma. E poi quelli con Syd Barrett, ma per un altro motivo: i Pink Floyd non erano ancora musicisti formati e avevano un suono primitivo, naïf».

I veri Pink Floyd apprezzano?

«Ho suonato al cinquantesimo compleanno di David Gilmour. Richard Wright è salito sul palco con noi. L’osso duro è Roger Waters: non ha mai detto una parola su di noi».

Dovete pagare dei diritti per usare certe immagini o il maiale volante?

«Sono nostre creazioni e fortunatamente non dobbiamo pagare nulla. Non come quando Gilmour andò in tour coi Pink Floyd senza Waters e dovette cambiare il design del maiale per evitare grane. Ma i due non erano esattamente amici all’epoca…».

Dieci musicisti, venti roadie, l’apparato scenico… È un tour costoso?

«Molto più di quello che la gente pensa. Siamo la tribute band più costosa della storia. Dobbiamo fare migliaia di spettatori per concerto per guadagnarci qualcosa».

Il record d’affluenza, festival esclusi?

«Malta, 15 mila persone».

Non è che la gente viene da voi perché non ha a disposizione gli originali?

«Eh no, c’è pubblico anche quando Waters e Gilmour vanno in tour. Anzi, forse di più. Il desiderio di sentire la musica di questi giganti della musica sembra inesauribile. Perché ascoltare un cd è una cosa, ma un concerto è un’esperienza di livello superiore».

È anche una questione di nostalgia…

«Ovviamente. Io stesso sono nostalgico degli anni in cui uscivano quei dischi fantastici. Nostalgia di un’epoca che non ho vissuto».

Ma la nostalgia è un sentimento positivo? Tu, nel 1974, saresti andato a vedere una tribute band dei Beatles o i veri Pink Floyd?

«Non la metterei così. Quello delle tribute band è un fenomeno legato ai tempi in cui viviamo. Guarda, ormai è come la musica classica: i Brit Floyd che rifanno i Pink Floyd sono come la London Philharmonic che rifà Beethoven e Mozart, o un gruppo di jazzisti che rifà i capolavori di Duke Ellington».

Originariamente pubblicato su JAM 195, ottobre 2012

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