Interviste

Jimi Hendrix, lo scultore del suono

jimi-hendrix-colorePare che non si smetta mai di parlare di Jimi Hendrix, per lo meno fra noi appassionati. Oggi la scusa è il film Jimi: All Is By My Side, ieri e probabilmente domani le registrazioni d’archivio che la famiglia pubblica con regolarità. Mi viene in mente un’intervista che realizzai un anno fa con Eddie Kramer, produttore e braccio destro del chitarrista in sala d’incisione. Aveva curato la produzione del disco dal vivo di Hendrix registrato nel ’68 al Miami Pop Festival. Ascoltarlo mi fece ripensare a Jimi Hendrix come a uno scultore del suono. Eddie era d’accordo.

 «Ehi, come vai?». Si presenta così, in italiano. «I’m a pazzo inglese», dice di sé. Eddie Kramer è molto di più. È stato il braccio destro di Jimi Hendrix in sala d’incisione, ha registrato in veste di fonico tutti i suoi album da Are You Experienced a Cry of Love, lo ha seguito dal vivo, ha contribuito a costruire l’Electric Lady Studio. Ha lavorato pure con Led Zeppelin, Traffic, Kiss, giusto per citare i nomi più popolari. E ha messo su nastro le performance di Woodstock. La famigliarità con l’italiano deriva da una permanenza in Toscana («Avevo un piccolo casa») e dalla frequentazione di Napoli, dove medita di organizzare una mostra delle sue fotografie di Hendrix. Oggi cura per la società Experience Hendrix i dischi postumi del chitarrista, come il nuovo live Miami Pop Festival. «Lo ricordo, il ’68». dice. «Arrivai in America in aprile. Jimi aveva bisogno di soldi, ecco perché accettò di suonare al festival. Impacchettammo le nostre cose e partimmo per Miami. Fu una specie di vacanza. Jimi si divertì parecchio e per me fu la prima occasione per registrare un suo concerto».

Cosa significa restaurare un’incisione come quella?

«La tecnologia odierna ti permette di lavorare su ogni singolo suono, una cosa impensabile all’epoca. Mischiando analogico e digitale, ho cercato di esaltare lo spirito primitivo del concerto».

Tempo di lavorazione?

«Due settimane».

Hai detto che Jimi in studio era rilassato. E in concerto?

«Non l’ho mai visto nervoso o agitato prima di un’esibizione. Sul palco era sicuro di sé, era nel suo ambiente naturale».

E giù dal palco, era altrettanto sicuro?

«Domanda interessante. Non l’ho frequentato se non in sala d’incisione e ti posso dire che lì era estremamente riflessivo. Esattamente il contrario di come viene dipinto. Si prendeva il tempo necessario per ponderare ogni scelta, che fosse una sequenza di accordi o il passaggio di un testo. Jimi era un grande autore di canzoni e credo che il documentario Hear My Train A Comin’ aiuterà a comprenderlo».

All’inizio del concerto di Miami lo si sente accordare la chitarra: lo faceva di continuo…

«Anche nel bel mezzo di una canzone. Suonava e contemporaneamente accordava: incredibile. E se una corda era scordata, la suonava in modo tale da farla sembrare intonata».

kramer hendrixÈ impressionante anche il modo in cui dava forma al suono. Come uno scultore. La sua chitarra ha una presenza fisica.

«Perfetto, hai afferrato il senso di quello che faceva. Lui scolpiva il suono. Mettendo mano al concerto di Miami ho cercato di restare fedele a quest’idea».

Perché i dischi che hai registrato con lui o con Jimmy Page hanno un suono strepitoso ancora oggi?

«Erano geni. Sapevano quel che volevano. Erano individui forti. La loro creatività non era castrata dai divieti dei dirigenti delle case discografiche, dei manager, degli avvocati. Si era liberi di sperimentare, nei limiti dell’equipaggiamento che era primitivo rispetto agli standard odierni».

Jack White mi ha parlato a lungo di questo aspetto. Lui dice che i limiti stimolano la creatività…

«Sono un grande ammiratore di Jack e sono pienamente d’accordo con lui: i limiti ti spingono a dare il massimo, a forzare le cose, a trovare soluzioni audaci. Oggi è fin troppo semplice incidere un disco. Grazie a Pro Tools qualunque idiota può mettere in fila dei suoni».

E gli strumenti? Forse quelli vintage erano e restano i migliori per suonare musica rock…

«Mmm, non direi che la bontà di quelle incisioni deriva dagli strumenti usati. Jimi suonava in modo favoloso qualunque chitarra».

Quante ore di registrazioni inedite ci sono negli archivi dell’Experience Hendrix?

«Amico, mi fai una domanda da quindici miliardi di liras… C’è un sacco di musica dal vivo. Diciamo che c’è materiale a sufficienza per altri otto o dieci album».

E il film sul concerto alla Royal Albert Hall del 1969 di cui si parla da anni?

«Ci abbiamo lavorato a lungo, ma ci sono problemi con la pubblicazione di alcuni nastri. Ma uscirà».

Progetti personali?

«Sto scrivendo un libro di memorie intitolato From the Other Side of the Glass: racconta la mia storia, gli incontri che ho fatto, il modo in cui sono diventato fonico. Sto preparando anche un libro fotografico con immagini di Stones, Hendrix, Traffic e tutti quelli con cui ha lavorato questo pazzo inglese».

 

Pubblicato originariamente su JAM 207, novembre 2013

 

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