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Phil Selway e l’evoluzione del batterista nell’era digitale

drummer evolutionChe cosa succede quando un batterista rock è costretto a confrontarsi con drum machine, sequencer e percussioni programmate? Lo percepisce come un’invasione del suo spazio? Si sente minacciato? Prova disaffezione per il suo gruppo? L’ho chiesto a Phil Selway dei Radiohead, la band che quasi quindici anni fa ha riscritto le regole della canzone rock sfruttando le possibilità offerte dalla sala d’incisione, elettronica compresa. Ricordo un articolo del Time dedicato ai cento migliori album d’ogni tempo. Di Kid A si leggeva che «i Radiohead scavano ancora più a fondo nel solco della sperimentazione accogliendo nel sound sampler, sequencer e, per l’eterno sconcerto del batterista Phil Selway, drum machine». Oggi Selway non sembra affatto sconcertato, anzi. «Grazie all’influenza esercitata sul rock dall’hip-hop e dalla musica dance, drum machine e beat elettronici hanno migliorato immensamente il lavoro dei batteristi», dice. «Coi Radiohead mi capita di suonare assieme a un sequencer: mi spinge a creare dinamiche nuove, permette di trovare soluzioni inedite ai quesiti posti dagli arrangiamenti. L’elettronica è parte del dialogo musicale della band. È una sfida salutare. Ha cambiato il modo in cui suono».

RhythmiconCe n’è voluto del tempo per arrivare a un tale risultato. Le prime drum machine erano macchinari rudimentali, disegnati fin dagli anni ’30 per espandere le possibilità ritmiche dei compositori e fornire un accompagnamento ai musicisti. La prima drum machine era un’enorme cassa chiamata Rhythmicon commissionata a Léon Theremin dal compositore americano Charles E. Ives a beneficio dei colleghi Henry Cowell e Nicolas Slonimsky. Era una macchina in grado di produrre sedici diversi ritmi basati sul principio degli armonici, vale a dire i suoni concomitanti che accompagnano ogni suono principale. Era solo il primo di una serie di esperimenti culminati nel 1959 nella produzione della prima drum machine offerta in commercio al pubblico dalla Wurlitzer. Si chiamava Sideman ed era pensata per accompagnare gli organisti con dodici ritmi predefiniti, di cui si poteva variare la velocità. Il boom si ebbe negli anni ’60 col passaggio dalla tecnologia elettro-meccanica a quella a transistor. Alla fine del decennio e all’inizio dei ’70 non era inusuale imbattersi in incisioni, anche pop, prodotte con drum machine.

Roland 808Gli anni ’80 furono un periodo particolarmente fertile per i ritmi programmati grazie alla diffusione dei suoni campionati, un enorme passo avanti rispetto alle drum machine originali che producevano segnali elettrici che mimavano per approssimazione i suoni di una batteria. L’arrivo nel 1979 del costoso Linn LM-1, nel 1980 del Roland TR-808, nel 1981 dell’Oberheim DMX e nel 1982 del LinnDrum cambiò lo scenario e diede ad artisti come Prince un sound distintivo. Questi strumenti erano usati in modo a volte sottile, come il DMX in Every Breath You Take dei Police, l’808 in Sexual Healing di Marvin Gaye o la Linn in Mama dei Genesis. In altri casi, il suono della batteria programmata divenne un marchio di fabbrica, specie per alcuni gruppi new wave popolari, e un feticcio da disprezzare per chi, tipicamente all’interno del mondo rock, chiedeva suoni “autentici”. Eppure anche nel rock c’è chi ha trasformato i suoni programmati in un’estetica. È il caso dei Suicide, il cui sound primitivo ha esercitato un’influenza impensabile ai tempi in cui il duo incideva, un’influenza che arriva persino a Bruce Springsteen. Diverso è il caso di un musicista più tradizionale come J.J. Cale, che nei primi anni ’70 usava una drum machine per mancanza di un batterista in carne ed ossa. Eppure quel suono scarno e convenzionale, tutt’altro che attraente o sofisticato, scandito in maniera inesorabilmente meccanica, era in armonia con la filosofia artigianale di Cale.

Phil Selway e i Radiohead vivono in un mondo di suoni più avanzato. L’elettronica non serve più a mimare il beat regolare e scandito del rock, ma a creare variazioni e sottigliezze sonore che lo arricchiscono e lo rendono, per così dire, sfaccettato. Da molti anni i beat elettronici sono programmati per tenere conto di concetti musicali fondamentali come swing e dinamica. L’ampia varietà di suoni campionati e la possibilità di comandarli tramite sequencer hanno migliorato l’estetica dei ritmi elettronici, rendendoli attraenti a chi un tempo li considerava artefatti. L’atto stesso di misurarsi con manipolazioni digitali, e in genere con l’elettronica, ha spinto alcuni batteristi a ripensare il proprio lavoro, un cambiamento che pareva impossibile trent’anni fa, quando le drum machine sembravano mostri che li avrebbero resi disoccupati. «Nell’ultimo tour dei Radiohead», mi ha detto Phil Selway, «ero affiancato da un secondo batterista, Clive Deamer. Affascinante. Uno suonava in modo tradizionale, l’altro in un certo senso faceva la parte della drum machine, trasposta in una dimensione umana. Era un tira-e-molla, una sorta di gioco se vuoi, un dialogo a cui non saremmo mai arrivati senza l’ispirazione dei pattern elettronici». Vale anche il contrario. In un campo come quello dell’hip-hop in cui ritmi sono per lo più programmati, un batterista come Questlove dei Roots ha dimostrato l’efficacia dell’integrazione fra kit acustico ed elettronico arrivando a confezionare un pezzo come You Got Me in cui è difficile indovinare la natura dell’accompagnamento ritmico: è “umano” o digitale? Non a caso, Questlove è cresciuto in una cultura musicale ibrida: la famiglia era coinvolta nel circuito dell’R&B tradizionale, da cui ha attinto il gusto per la musica eseguita dal vivo, ma il suo punto di riferimento non è un batterista, bensì un programmatore di ritmiche, Jaydee.

SelwayDa quando l’elettronica non è più usata per sostituire il battito regolare di una batteria, ma come strumento dotato di una propria logica e di una propria estetica, musicisti come Phil Selway o Glenn Kotche dei Wilco hanno arricchito il proprio stile di svolte inattese e fioriture, arrivando a campionare se stessi e a “suonarsi” dal vivo. Basta prestare ascolto all’evoluzione dello stile del batterista dei Radiohead dal debutto del 1993 Pablo Honey a The King of Limbs del 2011 o al relativo Live from the Basement dove i brani sono eseguiti dal vivo: è più dinamico, vario, presente. Non è solo una questione di metriche inusuali, che si sono fatte strada nel repertorio dei Radiohead. È come se Selway stesse reagendo al contesto sonoro trasfigurato in cui è immerso incanalando le programmazioni elettroniche nel suo stile che è naturalmente incline al jazz e alle sue libertà. Ecco perché, dice oggi, «l’elettronica non toglie possibilità, semmai ne offre di nuove. Ora riesco a esprimermi come batterista in modo più completo». E più immaginativo.

 

Leggi l’intervista a Phil Selway su Rockol.it: il secondo album solista “Weatherhouse” e la missione dei Radiohead

 

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