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Nicole Atkins, bellezza e stupore a Milano

atkins bikoIl palco è disabitato. La musica risuona qualche metro più in là, di fronte al mixer. Avvolta in un vestito nero a stampe tiki, i capelli che scivolano elegantemente sulle spalle, la cantante è in mezzo al pubblico. La gente le sta attorno in cerchio, stupita. Lei al centro imbraccia la chitarra acustica e intona senza microfono un inno alla bellezza sfiorita della sua Neptune City, a 6500 chilometri da qui. Che modo meraviglioso d’iniziare un concerto. L’americana Nicole Atkins l’ha scelto per il debutto italiano, la prima volta su un nostro palco da headliner. S’era già esibita nel nostro Paese nell’aprile 2013 come supporter degli Eels. Lei e una chitarra semiacustica contro l’intero Alcatraz in attesa di sentire Mr. E i suoi “compagni di ginnastica”. Stasera è diverso, e non solo perché sul palco saliranno il chitarrista Davey Horne e il batterista Mike Graham. Stasera siamo qui per ricordarci che la musica non è quella cosa che ascoltiamo per trenta secondi su YouTube. Siamo qui per rammentare il potere della voce umana e la forza comunicativa del rock. Siamo qui per sentirci affranti ed euforici nello stesso momento, durante la stessa canzone.

Lo stupore è ovunque. È nel vibrato della voce meravigliosamente espressiva. È nello stile duttile, che passa da graffi d’elettricità a melodie d’altri tempi. È nell’ironia che ci mette. È nel modo in cui coinvolge il pubblico. È nella maniera in cui passa da un microfono all’altro, facendo sembrare il canto ora una carezza compassionevole, ora un ululato straziante. È nella versione dolorosa e intensa di My Autumn’s Done Come di Lee Hazlewood, la ripresa al ralenti di un disfacimento emotivo. È nella ricerca di una connessione. È in The Way It Is, una canzone che stasera infrange i cuori e cura ogni dolore. Che parlino di feromoni o della Luna finita dentro a un fiume, di rapporti sbagliati o di uragani, di amici o di avvoltoi, le canzoni di stasera esprimono una forma di struggimento che non sconfina mai nell’autocommiserazione o nel patetismo. Ti rendono più forte. Ogni cosa, qui, è redenta dalla bellezza.

«Vorrei essere nata nel 1948, non nel 1978», dice presentando un pezzo in cui canta di non sapere cos’è il country oggi, ma di sapere che cos’era un tempo. Prima di intonarlo lo insegna al pubblico che l’accompagna con un inglese un po’ così. Non siamo sicuri di cosa sia il rock oggi, però sappiamo perfettamente cos’era un tempo. Non era moda, né pettegolezzo. Non era un commento cinico e nemmeno tifo da stadio. Era una strepitosa forma di comunicazione e un tipo di bellezza anticonvenzionale. Nicole Atkins ci ha ricordato cos’era e cosa potrebbe ancora essere in uno di quei rari concerti che continuano a risuonare dentro di te mentre va a casa, e poi il giorno dopo, e quello dopo ancora. Prima di lasciarci andare torna in mezzo al pubblico per un’ultima canzone. Qualcuno, là in fondo, chiacchiera. «Se dovete parlare» dice lei sorridendo «fatelo in chiave di Re». Poi attacca un’appassionata Crying di Roy Orbison come se attorno a lei non fossimo dozzine di persone, ma migliaia. Una cosa così non l’avevo mai vista.

Nicole Atkins si è esibita l’8 ottobre al Biko di Milano, con Barbara Cavaleri in apertura. Foto di Alessandro Zanoni

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