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Il femminismo è pop

beyonce feminist«Femminismo significa parità di diritti fra uomini e donne. Vuol dire infondere coraggio alle ragazze. Ecco il messaggio che do a quelle che mi seguono: diventate voi stesse». Davanti a me non ho una vecchia femminista, ma una pop star inglese di 22 anni chiamata Charli XCX. Come ogni altra stellina del pop, veste in modo appariscente – oggi indossa un babydoll verde scuro con spacco inguinale, giubbotto nero di pelle e stivaletti con la zeppa –, canta di marinare la scuola per divertirsi con le amichette, interpreta canzoni colorate come lecca lecca. L’ultima, Boom Clap, è finita nella colonna sonora del film campione d’incassi Colpa delle stelle, mentre I Love It da lei composta un paio d’anni fa è diventata un tormentone eurodance in bocca al duo svedese Icona Pop. Ecco, Charli XCX è una che parla con eguale disinvoltura del colore degli smalti e di diritti delle donne. Non è nemmeno l’unica cantante under 30 a farlo. Dopo un lungo periodo in cui la parola era sparita dal vocabolario pop, nell’ultimo anno il femminismo è tornato inaspettatamente a occupare un angolo di cultura popolare ridefinendo se stesso e diventando uno slogan comprensibile ai millennials. La domanda è: abbiamo qualcosa da imparare da una ragazza di 22 anni che non ha mai letto un libro sull’argomento?

bikini killIl pop ha scippato la narrazione femminista al rock. A ben vedere, il femminismo in senso stretto ha avuto un impatto relativo sul rock mainstream, quello che riempie gli stadi. Ma è pur vero che a un certo punto la donna da oggetto è diventata soggetto della canzone persino in quel mondo governato tradizionalmente da maschi. «Non volevo scopare con Mick Jagger, volevo essere Mick Jagger», mi ha detto Nancy Wilson, chitarrista delle Heart che negli anni ’70 misero sottosopra le classifiche americane forgiando una variante accattivante della musica dei Led Zeppelin. Le donne si sono prese la scena, una rivoluzione copernicana che affonda le radici nelle storie belle e tremende delle grandi cantanti blues e jazz, trovando nel rock un canale espressivo perfetto per proclami battaglieri e disinibizioni. L’ultimo movimento rock che ha fatto un uso consapevole e ben pubblicizzato del femminismo è stato quello delle riot grrls, venti e rotti anni fa. Era l’epoca della terza ondata di femminismo e le giovani punk uscite dall’ambiente progressista dell’Evergreen State College di Olympia, Washington usavano toni acuti, timbri aspri e parole affilate per denunciare il sistema capitalista-maschilista, nella società così come nel rock. «Credo con tutto il mio cuorementecorpo che le ragazze costituiscano una forza rivoluzionaria che può cambiare il mondo», recitava il manifesto programmatico del movimento scritto da Kathleen Hanna, cantante e ideologa delle Bikini Kill. Non potevano cambiare il mondo queste «crociate punk-rock con l’anima» (definizione loro). Non potevano perché erano elitiste.

we can do itLe cose potrebbero cambiare ora che la parola femminismo è finita nel campo pop, un fatto che solo cinque anni fa pareva improbabile, se non impossibile. Lo scorso 23 agosto otto milioni di americani – e svariati altri nel mondo – hanno seguito in diretta da Los Angeles i Video Music Awards, il chiassoso e spettacolare circo di MTV che ogni anno abbina discorsi commossi e commenti cinici, esibizioni sopra le righe e scandaletti, parterre di star e fan vocianti. Durante i diciassette minuti della performance di Beyoncé, impegnata in un medley delle canzoni del suo omonimo album uscito nel dicembre 2013, è apparsa sullo sfondo la scritta gigantesca “feminist”. A distanza di pochi minuti, la pop star era in bilico su una sedia impegnata a fare mosse da Crazy Horse mentre le luci ne disegnavano il profilo generoso. L’ammiccamento sessuale è una caratteristica dello show di MTV almeno da quando Madonna vi è apparsa vestita da sposa per cantare Like a Virgin, ma la scritta “femminista” è un fuori programma che ha seminato una scia di domande e polemiche. Ci si può atteggiare da spogliarellista e intanto citare la conferenza TED “Dovremmo essere tutti femministi” in cui la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie punta il dito sul modo in cui la società frustra l’ambizione femminile? È quel che fa Beyoncé nella canzone Flawless. Un mese prima dell’esibizione la pop star americana s’era fatta fotografare nella posa di Rosie the Riveter, simbolo delle lavoratrici americane durante la Seconda guerra mondiale, quella dello slogan «We can do it». Quando ha caricato l’immagine su Instagram, ha totalizzato quasi un milione e mezzo di like e oltre 20.000 commenti.

miley wreckingPoi è arrivata Miley Cyrus, la pop star più divisiva degli ultimi anni. « Sono la più grande femminista del pianeta perché incito le donne a non avere paura di nulla», ha detto alla BBC scatenando proteste e derisioni. Cyrus non è la stessa persona che nel video di Wrecking Ball lecca voluttuosamente un martello e cavalca una palla da demolizione completamente nuda, fatta eccezione per gli stivaletti? Quando Cyrus ha postato su Twitter, accompagnate dal commento «Coolest ever», due vecchie foto di Kathleen Hanna con la parola “Slut”, sgualdrina, scritta sulla pancia, la cantante delle Bikini Kill le ha suggerito di fare assieme «un disco che solo Miley oserebbe incidere», una sorta di chiusura intergenerazionale del cerchio. La parola femminismo è finita in bocca anche a Nicki Minaj, la rapper che ha preso l’idea maschile di come debba essere una donna, l’ha trasformata in una potente caricatura e l’ha usata per ottenere successo – una parabola di empowerment dura da accettare per chi è cresciuto con l’idea che usare la propria sessualità con tanta disinvoltura sia moralmente sbagliato. Persino la rassicurante stellina del country-pop Taylor Swift s’è detta interessata al dibattito dopo essersene tenuta fuori, ammettendo l’influenza esercitata sulle sue opinioni dall’amica Lena Dunham di Girls. «Quand’ero adolescente», ha detto Swift al Guardian, «non capivo che dirsi femministe significava sperare in pari diritti e opportunità per uomini e donne. Dal modo in cui la parola era declinata nella società credevo avesse a che fare con l’odio per gli uomini. Se ora c’è un risveglio femminista è perché molte ragazze hanno compreso il vero significato della parola». La rivelazione del cantautorato pop Lorde, 17 anni appena, le dà ragione. Si è detta convinta che il femminismo è perfettamente naturale e che «non radersi le ascelle, bruciare il reggiseno e odiare i ragazzi sono rappresentazioni del femminismo da età della pietra». E forse questo è il punto.

ani bnDurante il discorso alle Nazioni Unite dello scorso settembre, l’attrice di Harry Potter Emma Watson ha detto che «più parlo di femminismo e più mi rendo conto che battersi per i diritti delle donne è diventato troppo spesso sinonimo di odio per gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire». Secondo uno studio commissionato a un linguista da una giornalista di Time, le parole più comunemente associate a “femminismo” in tv, in radio, nella carta stampata e sul web sarebbero “militant”, “radical” e “manhating”, ovvero quanto di più lontano esista dall’immagine proiettata da queste star disimpegnate, mainstream e seduttrici. Che lo facciano per posa o per profonda convinzione, le nuove femministe pop hanno raggiunto un risultato: hanno tolto la polvere che s’era cumulata sulla parola femminismo. L’hanno resa nuovamente attraente emendandola dalle implicazioni negative e liberandola dal lezzo di bacchettonismo. Una ricerca commissionata nel 2013 dall’Huffington Post ha rivelato che il 20% degli americani si dice femminista a fronte dell’82% che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica fra i sessi. Il nuovo femminismo pop parla al 62% che crede in certi valori, ma non vuole usare la parola-che-inizia-per-effe. «Ci sono vari tipi di femminismo», ha detto Chimamanda Ngozi Adichie, chiamata in causa dalla citazione di Beyoncé. «Il mio è inclusivo, consiste nell’invitare le persone e parlare con loro, non respingerle alla porta. Giovani nigeriane che probabilmente non avrebbero mai sentito la mia conferenza al TED se non fosse stato per Beyoncé ora parlano di femminismo». Una delle artiste ad avere tenuto alta negli anni ’90 la bandiera del femminismo di terza generazione è la folksinger americana Ani DiFranco. Una come lei, il cui motto è «On her own» e la cui casa discografica di nome fa Righteous Babe, ha il bagaglio culturale e d’esperienza per criticare le femministe parvenu. E invece lancia un «wow!» di piacere alla notizia dell’apparizione della scritta “feminist” ai Video Music Awards. «Chiunque dovrebbe usare la parola femminismo», taglia corto. «Tanto meglio se lo fa un modello di ruolo potente come Beyoncé, giacché nella cultura afro-americana non c’è una tradizione di donne che si definiscono tali. Ci dobbiamo lavorare tutti assieme, uomini e donne, Beyoncé e Ani DiFranco. Il femminismo non è riservato a gente come me. È per tutti».

patti smithIl femminismo ha suggerito a generazioni di cantanti che c’era un’alternativa all’esibizione del corpo della performer al desiderio del pubblico maschile. Avere un’alternativa significava essere in grado di scegliere. E così negli anni ’70 Patti Smith, una che ha sempre messo l’arte sopra ogni definizione di genere e che guarda con sospetto ogni -ismo, proiettava un’immagine influente e a suo modo sensuale pur non rientrando in ordinari canoni di bellezza. Ma anche aderire a quegli stessi canoni può essere frutto di una scelta consapevole. E così oggi Charli XCX, che non è cresciuta masticando i testi fondamentali della controcultura ma sorbendo la bibita fresca del girl power servita dalle Spice Girls, ricorda che «se femminismo significa non conformarsi, allora non ci si deve confermare nemmeno a chi dice come si deve abbigliare o comportare una femminista». Dietro a questa pattuglia di novelle femministe si può rintracciare qualche precedente – ad esempio nei testi del trio R&B delle TLC oppure delle rapper Salt-N-Pepa – ma nessuna cornice teorica e men che meno ideologica. Non se ne sente la necessità: sono canzonette. La musica pop viene presa poco e troppo sul serio. Chi ragiona sul femminismo tende a sminuire le prese di posizione come quelle di Beyoncé come superficiali e velleitarie oppure, al contrario, vi attribuisce un’importanza che trascende il mezzo col quale sono espresse. In un mondo in cui a qualcuno è saltato in mente di costruire misuratori di femminismo per le opere di finzione (esiste e si chiama Bechdel test), in cui ogni gesto è catalogato in tempo reale come appropriato o inappropriato da giudici accomodatisi su scranne social, la musica pop sta riportando il femminismo al suo messaggio base. Lo sta deintellettualizzando. Come dice Ani DiFranco, «la questione è molto semplice: se credi nell’eguaglianza fra i sessi allora sei femminista». Vale per le aspiranti Susan Sontag di questo mondo e per le adolescenti che affollano i concerti di Miley Cyrus.

capitale eroticoVa da sé che il femminismo pop non ha una risposta adatta a ogni aspetto della questione femminile. Non riguarda la disparità praticata sui luoghi di lavoro e nemmeno la violenza, per fare due esempi. È vero che Beyoncé ha scritto un breve saggio per Shriver Report puntando il dito contro la disuguaglianza retributiva negli Stati Uniti, ma le canzoni, i videoclip, le esibizioni pop possiedono per loro natura un elevato grado di eloquenza solo quando trasmettono messaggi elementari. E così il femminismo pop ha a che fare soprattutto con l’empowerment e con la libertà di scelta nel campo dei costumi. È la colonna sonora della lotta contro lo slut shaming, la tendenza a bollare come inferiori le donne che assumono comportamenti sessuali espliciti. «Non vedo alcuna contraddizione fra il dirsi femminista e spogliarsi sentendosi a proprio agio con la sessualità», ha spiegato la sociologa e autrice del Capitale erotico Catherine Hakim commentando le uscite di Miley Cyrus. «Non sarò certo io a fermare una donna che esprime la propria sessualità e ne percepisce il potere», mi ha detto Ani DiFranco a proposito di Beyoncé. Quello che le ragazze del pop stanno dicendo è: sii padrona del tuo corpo ed esibiscilo, se desideri farlo. Che è come dire: lotta per diventare te stessa e sii felice alle tue condizioni. È femminismo applicato, il più eloquente. Queste sono femmine, cioè, che non rivendicano quote rosa. Se le prendono.

2013 MTV Video Music Awards - ShowE così nel pop il femminismo militante è stato sostituito dal femminismo seducente. Che non si esprimerà per manifesti profondi e mai avrà sottintesi politici, però rischia di funzionare poiché veicolato da star che incarnano modelli di bellezza, di stile e di ruolo. E magari finiranno per diffondere l’idea di uguaglianza fra i sessi insidiata a destra dal vecchio maschilismo e a sinistra dal nuovo moralismo. Se sessant’anni fa il rock’n’roll ha contribuito a liberare l’uomo, oggi il pop cerca di liberare la donna dal moralismo selettivo, quello che prende di mira sempre e solo le donne. Forse il gesto a noi contemporaneo più simile al roteare del bacino di Elvis Presley in tv è stato il famigerato twerking di Miley Cyrus durante un’altra chiacchierata edizione degli MTV Video Music Awards quando s’è piegata in due e ha agitato il sedere in faccia (diciamo) a Robin Thicke, uno che passa per essere il più maschilista fra i maschilisti del pop. Con una differenza: nel 1954 l’ancheggiare di Presley era stato accolto dai commenti scandalizzati, ma nessuno s’era permesso di dargli della lurida sgualdrina.

 

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