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Voci senza gloria: 8 background vocals

ray raelettesCantano a sei metri dalla fama, come recita il titolo del documentario di Morgan Neville premiato con un Oscar 20 Feet from Stardom. Aggiungono valore alle canzoni che arrivano in vetta alle classifiche, ma raramente ricevono gloria, a volte nemmeno un equo compenso. Un tempo, i loro nomi non apparivano nelle note di copertina. Sono le coriste e i coristi a cui sono affidati controcanti, armonie, colori vocali come dimostrano questi otto brani che spaziano dal soul classico al rock anni ’70. Non sono stati presi in considerazione artisti celebri impegnati nell’accompagnamento (ad esempio Emmylou Harris con Gram Parsons), né musicisti che offrono armonie vocali ai propri gruppi (come i membri di Beach Boys, Beatles o R.E.M.) e nemmeno casi celebri di coriste diventate star (Sheryl Crow, che cantava con Michael Jackson). Non vuole essere una lista completa, ma una ricognizione dell’importanza dei background vocals attraverso otto canzoni e altrettante storie.

Don’t Be Cruel. Il fascino di Elvis Presley avrebbe ugualmente colpito l’immaginario senza l’accompagnamento vocale dei Jordanaires e in particolare di Gordon Stoker, ma Don’t Be Cruel vive anche della brillante punteggiatura vocale fornita dal quartetto. Elvis li aveva visti cantare un anno prima a Memphis. «Se mai firmerò un contratto con una grande etichetta discografica, voglio voi come coristi». Durante la medesima session fu incisa Hound Dog: il singolo che conteneva entrambe le canzoni fece di Presley il cantante di maggior successo della sua generazione. I Jordanaires hanno continuato ad esistere per molti decenni fino alla morte di Stoker avvenuta nel 2013, a 88 anni d’età.

Hit the Road Jack. Numero 1 in classifica nel 1961, la canzone di Percy Mayfield vinse un Grammy come migliore interpretazione rhythm & blues nella versione di Ray Charles. Parte dell’energia della canzone deriva dai cori di Margie Hendricks, che nel 1959 aveva dato al cantante della Georgia un figlio e che da lui sarebbe stata licenziata nel 1964. Hendricks faceva parte delle Raelettes, già note come Cookies, formazione vocale che accompagnava Charles in sala d’incisione e nelle sale da concerto. Erano celebri per gli infuocati call-and-response presi a prestito dalla musica gospel ed erotizzati. Pur avendo inciso anche da sole, le Raelettes non hanno mai raggiunto il successo, penalizzate fra le altre cose dall’instabilità della line-up.

He’s a Rebel. Phil Spector aveva solo 21 anni quando produsse il singolo delle Crystals He’s a Rebel, un formidabile esempio del suo modo di lavorare, dei temi preferiti dai cosiddetti girls groups e della noncuranza per lo status delle coriste. Scritto da Gene Pitney, il pezzo esprime l’ammirazione della protagonista per il tipico cattivo ragazzo, un tema caro ai gruppi femminili a cavallo fra anni ’50 e ’60. Il 45 giri portò le Crystals al numero 1 in classifica, ma in realtà non era stato cantato da loro. Le voci erano quelle di Darlene Love e delle Blossoms che cinquant’anni dopo sarebbero diventate protagoniste del documentario 20 Feet from Stardom.

I Heard It Through the Grapevine. Le americane Andantes non sono praticamente mai andate in tour, eppure hanno prestato le loro voci a una serie di grandi 45 giri soprattutto della Motown, da Money di Barrett Strong a My Guy di Mary Wells passando per Love Child delle Supremes e Reach Out I’ll Be There dei Four Tops. Grazie ai dischi Motown, il suono delle loro voci è entrato nella coscienza musicale americana, eppure pochi conoscono i nomi di Jackie Hicks, Louvain Demps e Marlene Barrow. La versione di I Heard It Through the Grapevine di Marvin Gaye non avrebbe avuto il medesimo impatto senza l’effetto creato da contrasto fra il timbro lievemente aspro del cantante (una novità per Gaye, abituato a cantare in modo più morbido) e gli “svolazzi” delle Andantes.

Respect. Quando si trovò a interpretare Respect di Otis Redding, Aretha Franklin ci aggiunse un finale originale, con lo spelling della parola “rispetto” e un paio di altre frasi: «R-E-S-P-E-C-T / Find out what it means to me / R-E-S-P-E-C-T / Take care… TCB / Sock it to me, sock it to me, sock it to me…». L’idea di cantare «sock it to me» in modo accelerato e di fare lo spelling non fu di Aretha, ma della sorella minore Carolyne Franklin, che si occupava dei cori della canzone con la sorella maggiore Emma. «Per poco non caddi dalla sedia quando sentii lo spelling della parola “respect” per la prima volta», avrebbe detto il produttore Tom Dowd.

Gimme Shelter. Merry Clayton venne chiamata dal produttore Jimmy Miller per contribuire a Gimme Shelter dei Rolling Stones (1969). Aveva vent’anni, ma era una dura, con già un ingaggio al fianco di Ray Charles in curriculum. Entrò in studio, decise che Mick Jagger era un «marmocchio pelle ed ossa» e offrì una performance strepitosa della prima strofa. Non andò oltre. Uscì dalla sala e disse che avrebbe continuato, sì, ma solo se si fossero messi d’accordo subito sull’ingaggio. Una quindicina d’anni dopo Clayton ha rivelato al Los Angeles Times che quel giorno era incinta e che lo sforzo per cantare Gimme Shelter provocò un aborto.

Walk on the Wild Side. Il nome Thunderthighs non dice nulla nemmeno al più accanito appassionato di rock. Eppure il trio inglese formato da Karen Friedman, Dari Lalou e Casey Synge è protagonista di uno dei coretti più celebri della storia, il «du du-du du-du-du du» di Walk on the Wild Side. Lanciate dal verso di Lou Reed «e tutte le ragazze di colore dicono…», Friedman, Lalou e Synge prendono in mano la canzone prima di consegnarla al sassofonista Ronnie Ross. Il trio cercò di cogliere il successo col singolo disco Central Park Arrest, che strizzava l’occhio al classico di Reed e che venne incluso dal NME nella lista dei 45 migliori del 1974. Hanno lavorato anche con Mott the Hoople e Crazy World of Arthur Brown.

The Great Gig in the Sky. Il fonico Alan Parsons invita Clare Torry a dare un contributo a una canzone di The Dark Side of the Moon, uno strumentale del tastierista Richard Wright. Lei ha solo 22 anni. Dopo essere stata incoraggiata dal gruppo a cantare note lunghe e usare la voce come uno strumento, per non dire del desiderio del chitarrista David Gilmour di sentire «la voce di una ragazza che urla come in preda all’orgasmo», Torry produce una mezza dozzina di performance che, montate, diventano The Great Gig in the Sky. Viene pagata 30 sterline. Solo dopo una trentina d’anni ottiene da un tribunale il diritto ad essere accreditata come co-autrice del brano.

leggi ancheIl segreto delle canzoni che finiscono al numero 1 in classifica? Non le melodie e nemmeno il ritmo, né tantomeno le armonie. Quel che conta è relegato solitamente sullo sfondo: i cori.

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