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Dirsi anticapitalisti e incidere per la Sony

last internationaleRitorna il rock impegnato? Lanciati da Tom Morello, che li descrive come un incrocio fra «il blues scarno e arrabbiato dei Black Keys e le invettive politiche dei Rage Against The Machine», gli americani Last Internationale sono partiti all’assalto delle classifiche come si parte per la guerra, armati di un album d’esordio, We will Reign, che esplora il confine fra musica e attivismo politico. Formato dalla cantante Delila Paz, dal chitarrista Edgey Pires e dal batterista Brad Wilk (dei Rage Against The Machine), il gruppo suona la carica del rock anti-capitalista e richiama fin dal nome l’internazionale dei lavoratori. I tre scrivono canzoni che somigliano a inni di protesta, mischiano rabbia e retorica, cantano d’indiani d’America, campi di battaglia, fuorilegge. Inneggiano alla rivoluzione come se fossimo nel 1968, non nel 2014. In un pezzo titolato proprio 1968 dicono che «più amo e più voglio fare la rivoluzione, più faccio la rivoluzione e più voglio fare l’amore». Slogan da crociati di sinistra con mezzo secolo di ritardo? «Intanto quella frase non è nostra, l’abbiamo vista scritta su un muro di Parigi nei giorni del maggio francese», spiega Paz, newyorchese d’origine portoricana. E assicura: «Nessun ritardo, nessuna nostalgia: oggi siamo vittime dello stesso tipo d’oppressione che esisteva negli anni ’60». […] Ma è possibile dirsi anti-capitalisti e incidere per una multinazionale? «Viviamo in una società capitalista, non possiamo chiamarcene fuori», ammette Paz. «Così come è difficile evitare di fare la spesa al supermarket e vivere solo dei frutti della terra, allo stesso modo non puoi fare a meno dell’appoggio di una major discografica se vuoi raggiungere certi obiettivi. Grazie alla Sony possiamo portare la nostra musica ovunque e comunicare con una platea vasta. E poi, diversamente, niente Brendan O’Brien».

Leggi l’intervista integrale su Rockol

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