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Girare l’America, per restare fermi

foos«Racconta l’isolamento», mi suggerisce Dave Grohl con aria da cospiratore. Gli ho appena spiegato che sto scrivendo un libro sul perché il grunge è nato a Seattle e non altrove, sulla connessione fra la cultura del Nordovest e il rock locale, su come quella musica è stata influenzata dall’ambiente in cui è nata. Oggi, alcuni anni dopo, Grohl ha fatto qualcosa di simile – decisamente più in grande, è evidente. Sonic Highways è la serie della HBO nella quale Dave Grohl e i Foo Fighters girano l’America, parlano con i musicisti locali e registrano nelle sale d’incisione del posto, in una sorta di esplorazione delle radici della musica rock statunitense. Perché allora l’album che accompagna il progetto non riflette queste esperienze?

«Ogni città ha il suo suono, ogni suono ha la sua storia», ha detto Dave Grohl. È un formidabile punto di partenza. Ogni canzone dell’album Sonic Highways è stata registrata in una diversa città, spesso in studi o in sale particolarmente significativi. E spesso nei testi echeggia le conversazioni con i musicisti incontrati. Something From Nothing è stata incisa agli Electrical Audio Studios di Chicago, Illinois; The Feast and The Famine agli Inner Ear Studios di Arlington, Virginia; Congregation negli studi di Zac Brown a Nashville, Tennessee; What Did I Do? / God As My Witness a Austin, Texas; Outside a Joshua Tree, California; In the Clear alla Preservation Hall di New Orleans, Louisiana; Subterranean ai Robert Lang Studio di Seattle, Washington, dove i Nirvana effettuarono l’ultima incisione; I Am a River al Magic Shop di New York. Il tutto è stato prodotto da Butch Vig.

L’autostrada sonica non ha portato i Foo Fighters lontani dalla loro sala prove. L’atmosfera e l’influenza esercitata dalle città sono state lasciate fuori dagli studi di registrazione e l’album ci restituisce la band che conosciamo. Per dire, nonostante la presenza di Zac Brown, Congregation ha ben poco di Nashville e l’ascolto di In the Clear lascia trapelare appena la storia formidabile del luogo in cui è stata incisa, né sfrutta appieno il talento dei musicisti di New Orleans coinvolti. A volte gli strumentisti aggiunti offrono poco più di colori, a volte sono legittimi co-protagonisti dei pezzi, quasi mai portano un pezzo della loro città nella musica dei Foo Fighters. Del resto, è lecito chiedersi quanti musicisti sarebbero in grado di lanciarsi in un percorso fra hardcore, jazz e country senza combinare un pasticcio.

Sonic Highways è un viaggio, sì, ma nella tenacia con cui i Foo Fighters sono riusciti a mantenere ispirazione e “tiro” a distanza di quasi vent’anni dal debutto. È compatto – otto canzoni per quarantatre minuti, come nell’epoca precedente l’avvento del compact disc –, dinamico, privo di momenti fiacchi. Anche se non può contare su canzoni notevoli, la band se la cava con performance eccitanti. Sonic Highways è un omaggio a un modo di fare rock diretto, semplice, “fisico”, e proprio per questo motivo fallisce nel trasmettere il senso d’immersione nella più ampia storia musicale americana. Ma è un gran bel fallimento.

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