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L’aliena: appunti su St. Vincent

st.vincentAnnie Clark si muove come l’aliena di Mars Attacks!: non cammina, scivola sul pavimento con grazia innaturale. Un po’ geisha e un po’ marziana, dispensa mosse robotiche e sorrisi affettati. Disegna nell’aria forme geometriche con le braccia. Ondeggia come se avesse le labbra attaccate al microfono. Lancia sguardi fra l’ironico e l’allucinato. Ma quando attacca un assolo di chitarra elettrica suona in modo viscerale e fantasioso.

Ironica e magnetica, St. Vincent basa i suoi concerti sui contrasti: da una parte le ripetizioni meccaniche delle tastiere, dall’altra le due imprevedibili invenzioni chitarristiche e il suo cantato elegantemente melodico, mai sopra le righe. È una presenza aliena, al contempo leggera e imperiosa. Trova un singolare equilibrio fra il pathos e distacco emotivo.

St. Vincent fa a pezzi l’idea rock che la musica sia autenticità e che i musicisti sul palco debbano essere se stessi. Lei no. Lei si muove in modo studiato. Scandisce le parole con enfasi. Fa teatro. Nascondendosi dietro una maschera stravagante e irreale, Annie Clark trova il modo di essere espressiva e comunicativa, in modo originale. Persino l’inchino per i saluti finali ha qualcosa di rituale, con un braccio piegato sulla pancia e l’altro dietro la schiena. Ma il trucco sfatto e il sorriso disegnato sulle labbra sono fra le cose più sincere di un suo concerto.

 

Tratto da una recensione apparsa su Rockol

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