Interviste

Peter Gabriel, l’eroe della classe media

gabrielIl ritorno in Italia di Peter Gabriel mi fa venire in mente un’intervista che gli feci tre anni fa, di cui riporto qui i passaggi salienti. Eravamo lì per parlare di New Blood, l’album in cui rifaceva le sue canzoni con l’accompagnamento di un’orchestra. Siamo finiti a parlare della mitologia rock, della stupidità di Keith Richards e del carattere conservatore dei fan. Con Peter Gabriel non si sa mai. Quando, nel 2002, lo incontrai negli studi Real World a Bath per farmi raccontare del suo nuovo lavoro, Up, la prima raccolta di canzoni inedite dal 1992, preferì farmi vedere un filmato di uno scimpanzè bonobo impegnato a suonare una tastiera.

Alcuni artisti fanno parte di una tradizione. Bruce Springsteen, ad esempio, si riallaccia a Dylan, che a sua volta si rifaceva a Woody Guthrie. Tu non fai parte di alcun filone. In un certo senso l’hai dovuta inventare, la tua tradizione…

«Ho preso qualcosa dal soul, qualcosa dal pop, qualcosa dal rhythm & blues, qualcosa dalla world music, qualcosa dal jazz, qualcosa dalla classica. Forse sono semplicemente più avido degli altri».

Il pubblico tende ad essere nostalgico. Mi riferisco a tutta la gente…

«Che mi chiede dei Genesis…».

Che ti chiede dei Genesis, esatto. Tu invece sei uno che guarda avanti. Mi chiedo se a tua volta, in quanto appassionato di musica, hai provato lo stesso tipo di nostalgia. Magari negli anni ’70 pregavi per una reunion dei Beatles…

«Certo, è successo anche a me… Sai, quando sei un adolescente ha una mente più aperta. Hai vissuto nella pancia di tua madre, poi a casa dei genitori. E ora cerchi di forgiare una tua identità, un modo per affrancarti dalla famiglia, di diventare indipendente. Lo cerchi negli amici, nei film, nell’abbigliamento, nei giochi, oggi nei social network. E ovviamente nella musica. Non ti sentirai più così vivo, quello che ascolti resterà con te per tutta la vita. È la musica che continuerai a desiderare. Ecco perché la gente affolla i concerti delle reunion».

L’ultima volta che ci siamo parlati era il 2002 e stava per uscire Up. Mi dicesti: sono cambiato, il prossimo disco uscirà più o meno fra un anno…

«Ora conosci il significato di quel “più o meno” (risate, nda)».

Però ti accingi a lavorare a un disco di canzoni nuove, no?

«Sì, riprenderò a lavorarci in gennaio. Non so ancora se mi dedicherò al materiale che ho inciso in questi anni e che è per metà finito oppure se darò inizio a un progetto completamente diverso».

gabriel giovaneNon provi invidia per il giovane Peter Gabriel che pubblicava un disco all’anno?

«No. Adesso ho una vita più interessante e libera. Posso parlare con medici e scienziati delle loro ricerche e scoperte. Lavoro affiancato da persone provenienti dal mondo della tecnologia e dalle organizzazioni per la difesa diritti civili, dall’arte e dalla politica. Voglio essere giudicato in base al numero di idee interessanti che riesco a far circolare, non dal numero di dischi che produco».

Se avessi la possibilità di incontrare il giovane Peter Gabriel, che cosa gli diresti?

«Lo inciterei ad essere audace. Gli direi che non immagina quali traguardi può tagliare se non si affanna a prendersene i meriti. Gli consiglierei di rilassarsi e cercare di rendere interessante la sua esistenza. A scuola non ero granché, non riuscivo a passare gli esami, non sono nemmeno arrivato all’università. Ma sono stato sufficientemente fortunato da combinare qualcosa di buono. Credo fermamente che se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque. A patto che sia tenace e lavori duramente».

Hai parlato di «rilassarsi». Non eri un tipo sciolto, da giovane?

«Ero ansioso. Quando sei giovane cerchi di trovare un posto nel mondo. Con la maturità ho capito meglio chi ero. E l’ho capito dalle cose che sono andate per il verso sbagliato: sono quelle da cui riesci a trarre più insegnamenti».

Quanto è importante per te? Il fatto di essere amato è una delle ragioni che ti spinge a fare questo mestiere?

«Ho scritto una canzone intitolata Love To Be Loved, quindi… Qualunque performer prova il desiderio di essere amato. Ma più invecchio e meno diventa importante: non è più al centro della mia attività. Non sento più la necessità bruciante di essere apprezzato, né mi addolora se qualcuno odia quel che faccio, come accadeva quand’ero giovane».

Quand’è che le cose sono cambiate?

«Verso i 40 anni».

gabriel usAll’epoca di Us?

«Sì. Andare in analisi mi ha aiutato ad avere una diversa comprensione di me stesso. Più ti apri, più facilmente affronti i problemi».

Gente come Springsteen o Lennon ha messo in musica la propria storia. La loro legittimazione deriva anche dall’autenticità delle esperienze che hanno rappresentato. Tu sei una razza d’artista diverso…

«Sono influenzato dalla letteratura e dal cinema, i cui autori non hanno una prospettiva necessariamente autobiografica. È anche vero che da ragazzo Lennon era uno dei miei artisti preferiti, ce l’ho nel dna. Ma non sento la necessità di stare da una parte o dall’altra».

In una recente intervista hai ammesso di aver preso degli acidi una volta. Qual è la cosa più rock’n’roll che hai fatto?

«Mmm [silenzio]».

Mettiamola così: lo stile di vita dissoluto e i sentimenti antiborghesi fanno parte della mitologia rock. E i rocker sono spesso presentati come «eroi della classe operaia», per dirla con Lennon. Tu non hai mai imboccato quella strada…

«A parte un paio di eccezioni, gran parte degli eroi della classe operaia erano in realtà eroi della classe media che si atteggiavano a eroi della classe operaia… Fin dai tempi dei Genesis ho sempre pensato che fosse più onesto dire: veniamo dalla classe media, non nascondiamo il fatto di essere istruiti. Ho sempre desiderato organizzare un festival incentrato sul songwriting, proprio perché ha la capacità di aggirare stupidaggini e mitologie. Inviterei gli Sherman Brothers con le loro canzoni per i film Disney come Mary Poppins e Il libro della giungla, e li farei esibire prima di Trent Reznor: li considero entrambi songwriter. Mi infastidisce la glamourizzazione dell’autodistruzione. In molti casi è una posa artefatta. Questa cosa ha ucciso molti ragazzi che tentavano di imitare questi “eroi”. Keith Richards scrive di avere avuto un incidente d’auto mentre era completamente fatto, coi figli sul sedile posteriore. Non è cool. È stupido ed egoista».

 

Originariamente pubblicato su JAM 186, novembre 2011

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...