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Suonare meglio suonando peggio

chitarraScrive troppo bene, i suoi libri sono spazzatura. Recita benissimo, ecco perché i suoi spettacoli sono pessimi. Dipinge in modo perfetto e di conseguenza i suoi quadri sono orribili. Se qualcuno esprimesse uno di questi giudizi lo prendereste per matto. Nella letteratura, nel teatro, nella pittura – nell’arte in genere – padroneggiare il proprio mestiere è una precondizione per il raggiungimento di un buon risultato. Conoscete qualcuno che si rifiuta di vedere un film perché regista e attori sono troppo bravi?

Eppure nella musica rock succede. Il rock è l’unica forma espressiva in cui una fetta del pubblico – quantitativamente minoritaria, ma composta da grandi consumatori, in alcuni casi conoscitori esperti – considera la bravura tecnica un disvalore. Ricordo il sentimento d’incredulità quando, una ventina d’anni fa, lessi che Vs dei Pearl Jam era un disco peggiore del precedente perché era suonato meglio. E si trattava dei Pearl Jam, non di virtuosi come i Dream Theater. Non era la prima volta che leggevo qualcosa del genere, né sarebbe stata l’ultima. Centinaia di recensioni, interviste e saggi bollano i musicisti dotati di una tecnica eccellente come “onanisti” innamorati della propria bravura. Negli ultimi anni, la parola preferita dai censori della tecnica è “autoreferenziale”, come se non fosse “autoreferenziale” un musicista che per un’ora suona due accordi divertendosi un mondo a farlo, e magari pretendendo che anche gli altri ne godano.

Colpa del punk, suppongo. Tra la fine degli anni ’60 e la metà dei ’70, il prog provoca una formidabile accelerazione nella crescita tecnica dei musicisti. Pochi anni prima i protagonisti del rock stavano ancora imparando a padroneggiare gli strumenti. In alcuni casi, non erano in grado di suonare correttamente le proprie canzoni. I Rolling Stones sono emblematici: alcune parti dei loro dischi sono eseguite o rafforzate da session man. Nel giro di pochi anni, una nuova generazione di strumentisti, a volte dotati di un background “colto”, s’affaccia sulla scena britannica. Suonano meglio, conoscono le leggi dell’armonia, non si limitano alle misure in 4/4. Quando il progressive esaurisce la sua spinta innovativa, i musicisti punk riportano il rock allo stadio iniziale: pochi accordi, emozione, rabbia. È una vera liberazione. Studiare uno strumento, oltre ad essere noioso, è considerata una grande perdita di tempo.

Il punk porta con sé un messaggio universalmente condivisibile: “L’espressività è più importante della tecnica”. Si può suonare meglio suonando peggio: non lo facevano già i Velvet Underground? Come dire che c’è un fine e c’è un mezzo, e il primo è più importante del secondo. Poi sono subentrate l’abitudine e l’ideologizzazione. A forza di ascoltare dischi dall’estetica primitiva e in alcuni casi sciatti, la musica ben suonata e prodotta sembra artefatta. L’errore diventa estetica e gli ideologi si lanciano con furore contro gli strumentisti “autoreferenziali”. A causa del cambiamento di percezione, il semplice piacere derivante dall’ascolto di un bravo musicista svanisce. Sull’altro lato della barricata avviene un fenomeno uguale e contrario. A partire dagli anni ’80, specie in campo hard & heavy e prog metal, si suona in modo dannatamente complicato, veloce, efficiente. A forza di immergersi in questa estetica perfezionista e nel culto della performance i dischi prodotti in modo elementare diventano inascoltabili. Ecco i due fronti contrapposti: l’emozione e la tecnica.

Il bello è che non dobbiamo scegliere. Non c’è alcuna contraddizione fra emozione e tecnica. Se c’è, state ascoltando la musica sbagliata. Il punto è che la tecnica non è un valore di per sé, ma uno strumento. È un mezzo per migliorare l’espressività. Ce l’insegnano i musicisti classici: non si mettono ad eseguire scale in velocità nel bel mezzo di una sonata di Schubert, ma lavorano sull’espressività di ogni passaggio, aiutati da tecnica e sensibilità. Curiosamente, negli ultimi anni la digitalizzazione dei meccanismi produttivi ha reso meno importante lo scontro fra emozione e tecnica. In un mondo in cui le parti vocali sono corrette in sala d’incisione fino a sembrare robotiche e la musica è assemblata in ambiente digitali sterili, emozione e tecnica sono diventate meno importanti dello stile. Oggi è sempre più raro riuscire a sentire le persone dietro agli strumenti, perciò non importa più il fatto che suonino bene o male. Stavamo a discutere di virtuosismi e primitivismi, e intanto quelli si sono presi la musica.

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