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Due registi nella mente di Nick Cave

cave autoIn una scena del documentario 20,000 Days on Earth Nick Cave guida una Jaguar per le strade di Brighton. Sul sedile del passeggero appare improvvisamente Blixa Bargeld, il musicista degli Einstürzende Neubauten che nel 2003 ha lasciato i Bad Seeds con un’email di sole due righe. Sembra una conversazione come tante e invece per la prima volta in dieci anni i due parlano della loro dolorosa separazione. «Ai tempi di Nocturama volevi prendere un’altra direzione», dice Bargeld. «È il motivo per il quale te ne sei andato?», gli chiede Cave. «No, ho lasciato perché non potevo continuare a essere sposato a due band. Non avevo problemi con te o con gli altri del gruppo». La scena è totalmente improvvisata: prima di salire sull’auto i due non avevano idea di quel che si sarebbero detti. «Prima del ciak li abbiamo tenuti separati per non rovinare la freschezza della scena. Speravamo accadesse qualcosa, ma non potevamo chiedere loro di parlare di un argomento tanto grande e irrisolto», spiega Jane Pollard, che con Iain Forsyth ha diretto il documentario che sarà proiettato nelle sale italiane martedì 2 e mercoledì 3 dicembre (all’estero è già uscito in dvd con 45 minuti di contenuti extra, in Italia sarà pubblicato nei primi mesi del 2015 da Feltrinelli Real Cinema). La Jaguar, su cui salgono anche Kylie Minogue e l’attore Ray Winstone, «è una bolla psicologica, il luogo dove ci permettiamo di sospendere il principio di realtà. Nick pensa alle collaborazioni e, boom, Blixa si materializza nell’auto».

cave locandinaPresentato nel gennaio 2014 al Sundance Film Festival, 20,000 Days on Earth mette sottosopra le regole dei documentari rock. Al posto di raccontare la storia dell’artista attraverso il consueto montaggio d’interviste e filmati d’epoca, Pollard e Forsyth ricostruiscono in modo fittizio una giornata di Nick Cave, la ventimillesima della sua vita, spinti dalla convinzione che «solo in un contesto totalmente artificiale si riesce a stabilire un qualche tipo di verità su un artista». E così ogni ambiente, dall’archivio personale di Cave al suo ufficio, è ricostruito ad arte. Solo la stanza da letto in cui si apre il film è autentica, un riferimento alla copertina di Push the Sky Away. La scelta di mescolare realtà e finzione avvicina concettualmente la pellicola a One plus One di Jean-Luc Godard sui Rolling Stones di Sympathy for the Devil e a The Song Remains the Same di Peter Clifton sui Led Zeppelin. Calando dialoghi spontanei in un contesto artificiale, la pellicola di Pollard e Forsyth si basa su un formidabile paradosso: l’arte e i meccanismi della creatività si possono narrare solo affrancandosi dalla necessità di raccontare una qualche verità giornalistica. «Il processo creativo non ha nulla a che vedere con l’ispirazione che viene dall’alto», spiega Pollard. «Per Nick Cave, creatività significa avere una mezza idea, proteggerla, lavorarci per vedere se si trasforma in qualcosa di più grande. È duro lavoro. È una lotta».

cave lenteA differenza di altri documentari rock che fanno leva sugli istinti nostalgici degli spettatori, 20,000 Days on Earth non è una celebrazione del passato. Propone, anzi, una riflessione sull’inattendibilità della memoria. Il passato è evocato, sì, ma nel contesto asettico dell’archivio dove Nick Cave custodisce filmati, fotografie, oggetti. «L’archivio esiste, ma ha sede a Melbourne, non a Brighton», spiega Forsyth. «È moderno, freddo, asettico. Un ambiente a temperatura controllata sterile e poco interessante». I registi l’hanno trasfigurato nel laboratorio di un’indagine scientifica. Nick Cave illustra la sequenza di foto di un concerto dei Birthday Party in Germania in cui un ragazzo sale sul palco e si mette a orinare sul bassista. Non commenta le immagini con la partecipazione, l’ironia o il disgusto che ci si aspetta, ma con il fare preciso e distaccato di un professore di scienze. «Nel nostro film le immagini del passato sono volutamente sfocate, passate attraverso lenti d’ingrandimento, distorte. Volevamo trasmettere l’idea che i ricordi non sono assoluti. Il tempo li cambia, li falsa».

cave registiIl metodo di Pollard e Forsyth offre un ulteriore vantaggio. Ricostruendo luoghi e situazioni, i due controllano la qualità cinematografica dell’opera. Ancor prima che un documentario, 20,000 Days on Earth è un film composto da immagini potenti. «Ci piace dire che usiamo ogni centimetro dello schermo, mentre gli altri documentari raccontano la storia usando per lo più l’audio, vale a dire musica e interviste», dice Pollard. Un’altra cosa distingue 20,000 Days on Earth da altri rockumentari: non racconta la lotta di un musicista contro le avversità. La narrazione di Crossfire Hurricane non va oltre la metà anni ’70, quando i Rolling Stones diventano un’istituzione. Pearl Jam Twenty di Cameron Crowe si ferma sostanzialmente all’indomani della tragedia di Roskilde. «Perché limitarsi a raccontare gli artisti solo quando sono nei guai?», è la domanda retorica di Forsyth. «Solitamente quel tipo di film viene girato a posteriori, quando gli ostacoli sono stati superati, e diventa una celebrazione del passato. Abbiamo preferito raccontare Nick Cave oggi, mentre è ancora attivo, offrendogli una parte creativa». È una scelta vincente: le sue narrazioni fuori campo sono fra le cose più poetiche della pellicola e rafforzano l’impressione che l’intero film sia una proiezione dei pensieri dell’artista.

cave analistaPollard e Forsyth si sono presi dei rischi e hanno sfidato la pazienza di Nick Cave. «Non ci siamo concentrati solo sugli aspetti che già conoscevano. Abbiamo sperimentato, improvvisato». E hanno guadagnato la fiducia del cantante. In una scena lo vediamo mentre guarda un film d’azione coi figli. La moglie Susie Bick appare solo di sfuggita, «non per scelta, abbiamo provato a darle un ruolo, ma non ha funzionato». Per girare la scena finale, i registi hanno lasciato Cave su una spiaggia per un’ora, al freddo delle 4 del mattino. Per ottenere spunti di conversazione originali gli hanno messo di fronte lo psicanalista Darian Leader. La seduta non ha avuto luogo in un vero studio, ma su un set. «Non si erano mai incontrati prima, ma avevamo la sensazione che il fatto di metterli nella stessa stanza avrebbe prodotto un dialogo interessante», spiega Pollard. «A un certo punto Nick ha raccontato di avere assistito alla trasformazione di Nina Simone, prima e dopo essere salita su un palco. Mentre lo diceva la stanza era carica d’elettricità. Parlava di lei, ma era come se stesse parlando di sé. Anche Nick si trasfigura in concerto. Diventa non-umano, una creatura mitologica». I due registi collaborano con lui dal 2008 e giurano che Nick Cave non è il personaggio cupo e litigioso descritto da molti. «Sospetto che in passato abbia vissuto questi stereotipi più di quanto li viva oggi», afferma Forsyth. «Forse era un modo per distanziarsi dal pubblico, per proteggersi. Respingere le persone serviva a gestire insicurezza e nervosismo. Se guardi i video dei concerti dei Birthday Party percepisci la tensione che c’è fra lui e le prime file. Oggi no. Oggi è come se le stringesse in un abbraccio».

Pubblicato originariamente su Rockol

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