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L’inutilità dell’aggettivo inutile

inutili«Questo disco è inutile», amano scrivere i nostri critici rock. Vai a capire cosa intendono dire. Di solito lo scrivono di dischi non orrendi che però non aggiungono nulla di nuovo. Album che non dicono granché, un po’ fiacchi, già sentiti. A loro proprio non piacciono e allora sfoderano quell’aggettivo: inutile. Come se la musica – o l’intrattenimento o l’arte in genere – potesse essere valutata secondo criteri di utilità. «Tutta l’arte è completamente inutile», ha scritto Oscar Wilde. Molti critici rock non la pensano così e continuano a dividere i dischi fra utili e inutili. Per non dire di quelli che proiettano il concetto di utilità su uno sfondo più ampio, sociale o politico. E allora il disco diventa – che orrore – necessario.

Utili a chi? Alla società? A chi li ascolta? Al progresso della musica? Al fatturato dell’artista? Se i dischi hanno una qualche utilità, essa è puramente soggettiva. Sta nella testa di chi ascolta. Un disco esteticamente mediocre può essere utilissimo, magari per superare un brutto momento o anche solo per ballarci su. Ma sono utilità minuscole e personali, troppo poco perché le si trasformi in criteri di discernimento critico. La musica non ha bisogno d’essere utile o inutile. Esiste, e tanto basta.

 

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