Interviste

Le mani di Jimi: Waddy Wachtel racconta Hendrix

wachtel hendrixLo sentite nelle incisioni di Warren Zevon, Linda Ronstadt, Carole King, James Taylor. È in The Pretender, Bella Donna e Little Criminals. Ha suonato con Don Henley, Dolly Parton, Bob Seger, Cher, Ringo Starr. Era sul palco del concerto No Nukes e in tour con Keith Richards. Trovate il suo nome nei dischi di Bob Dylan, Brian Wilson, Iggy Pop, Rolling Stones. È uno di quegli incredibili musicisti che stanno all’ombra dei giganti, un chitarrista e produttore che suona a sei metri dalla celebrità. Recentemente, Waddy Wachtel si è fatto carico di un compito difficile: riprodurre lo stile di Jimi Hendrix nel film di John Ridley Jimi: All Is by My Side. Quando Andre Benjamin tocca la Strato, è Waddy che suona. Inoltre, data l’impossibilità di utilizzare le canzoni originali, Wachtel ha dovuto scrivere nuova musica nello stile del primo Hendrix. Un compito impossibile? Non per Mr. Wachtel e per i suoi partner musicali Leland Sklar (basso) e Kenny Aronoff (batteria).

Come hai affrontato la sfida di riprodurre lo stile di Hendrix? È difficile “mimare” il suo stile?

«Potrà sembrare un po’ da folli, ma appena mi è stato affidato il lavoro mi sono messo seduto nella mia stanza a suonare per ore e ore ogni santo giorno, facendo scale e un paio di esercizi che mi porto appresso da tutta la vita. Volevo che le mani fossero agili. Fondamentalmente mi sono imposto di suonare ogni giorno più veloce, prima il più veloce possibile e poi veloce in modo fluido. Volevo essere in grado di fare in modo naturale le cose che faceva Jimi. Era un grande dal punto di vista della tecnica, e lì dovevo arrivare. Suonavo finché le dita erano nere, facevo una pausa per rilassarmi, cenavo e poi di nuovo in sala per un’altra ora o giù di lì. Solo allora ho cominciato ad ascoltare gli elementi sonori che pensavo fossero la “firma” di Hendrix, come la fine dei licks o il suo bending. È stato un compito affascinante».

Nel film assistiamo all’evoluzione del suo stile dai giorni con Curtis Knight fino a quando diventa una star. Hai lavorato anche su questo aspetto cambiando attrezzature e strumenti?

«No, non ho cambiato attrezzature e strumenti per illustrare l’evoluzione del suo stile. Come si vede nel film, non aveva una chitarra sua. Sono rimasto fedele alla Stratocaster, che per me è un po’ la sua firma. È il suono col quale siamo tutti cresciuti».

Le mani di hendrixQual è il segreto del suo sound? Hai fatto ricerche? Si tratta semplicemente della combinazione di Strat, ampli Marshall e pedale wah?

«Per me, il segreto sta nelle sue mani, nella chitarra, negli amplificatori Marshall. Aggiungi magari un pedale pre wah wah. Alla fine della pellicola riproduciamo la sua performance di Wild Thing, ma nel film non si sente l’introduzione. Alla prima prova ho detto: “Ma no, è impossibile, nessuno può farlo”. Mentre ci provavo, ho chiesto il parere di varie persone. Mi hanno suggerito di utilizzare tutto questo o quell’effetto, pedali, phaser, fuzz. Ogni giorno, dopo aver suonato a casa mia, andavo in sala prove, mi mettevo davanti al mio ampli Marshall e suonavo la Strat più forte che potevo per due, tre ore. A quel punto ho riascoltato l’introduzione e ho deciso che si sbagliavano tutti quanti. Si tratta di chitarra, amplificatore, volume e controllo del feedback. Alla fine, sono arrivato molto vicino al rifare alla perfezione l’introduzione di Jimi. Ne puoi sentire un frammento nella scena in cui escono dallo studio e lui e la ragazza litigano per strada».

L’anno scorso ho parlato dello stile di Jimi con Eddie Kramer. Abbiamo convenuto sul fatto che Jimi sembra uno sculture del suono. Ha senso per te?

«Eddie Kramer ha un talento formidabile e capisco quel che vuoi dire, ma io non vedo le cose in questo modo. Quando ascolto la sua musica chiudo gli occhi e sento delle composizioni. Jimi faceva musica classica, questo penso. È una faccenda di orchestrazione e arrangiamenti, con assoli incredibili piazzati sopra».

Non potere utilizzare le canzoni originali ha rappresentato un grosso problema, immagino. Hai dovuto scrivere nuova musica adatta al catalogo di Hendrix. E hai fatto un gran lavoro…

«All’inizio non sapevamo che non saremmo stati in grado di usare la sua musica. In ogni caso avevo programmato di scrivere nuova musica per far capire che cosa avrebbe potuto suonare quando incontrò Noel Redding e Mitch Mitchell. Avevo bisogno di mostrare come quei tre sono diventati una band. Così ho scritto questi groove e frammenti che possono somigliare a cose giovanili di Jimi. Ma non avevamo idea che ci avrebbero impedito di usare la sua musica».

Mi ha sorpreso non sentire Hey Joe. In fondo non è una composizione di Hendrix…

«Anche noi siamo rimasti sorpresi. Anzi, una delle prime cose che abbiamo fatto in studio è stata una copia esatta di Hey Joe nella versione di Jimi. È uno dei motivi per cui ho voluto Kenny Aronoff nella parte del batterista della mia versione della Experience. In passato l’ho visto trascrivere parti in studio, così gli ho detto che avevo bisogno della trascrizione dei fill di Hey Joe. Mi ha richiamato un paio di giorni più tardi: “Guarda Waddy, ho trascritto ogni fill fino all’assolo. Pensi che a quel punto posso iniziare a ripetermi?”. Ho detto: “Sì, tanto non credo che l’intero brano finirà nel film”. Una volta incisa, la nostra versione ha sorpreso per primi noi stessi. Andre è venuto a cantare in studio con noi e il risultato è stato incredibilmente buono. Ne eravamo fieri. Poi ci hanno detto che non potevamo usare Hey Joe a causa di un accordo sui diritti d’autore che trovo discutibile. In fondo Jimi ha rubato la versione da Tim Rose. È stato quest’ultimo a rallentare la canzone rispetto all’originale dei Leaves. Vai su YouTube e ascolta la versione Leaves, ne resterai scioccato».

Wind-Cries-Mary-Purple-HazeParlando da chitarrista, produttore e amante della musica, cosa c’è di tanto affascinante nello stile di Jimi Hendrix?

«La cosa più affascinante per me è il modo in cui teneva la chitarra. È il suo modo di suonare, la maniera in cui tocca il manico. Era piuttosto evidente per me sin dal lato B del primo singolo scritto da lui. Eravamo tutti stupefatti da Purple Haze, ma quando ho girato il 45 giri e ho scoperto The Wind Cries Mary l’ho ascoltata tutta la notte, letteralmente. Il suo tocco mi parlava. Sono cresciuto suonando jazz e sentendo Jimi sapevo che anche lui aveva ascoltato quei chitarristi. Sapeva suonare in modo delicato, e questa è una cosa che sfugge a un sacco di persone. Quando i chitarristi imitano Hendrix puntano sul lato più emozionante e aggressivo, dimenticando il lato incredibilmente delicato. Eppure è l’essenza del suo stile».

Avevi 20 anni quando uscì l’esordio dell’Experience e 23 quando Hendrix morì. Conoscevi la sua musica allora o l’hai scoperta in un secondo momento? Quanto è stata importante per te?

«Probabilmente avevo meno di 20 anni… Dopo il singolo Purple Haze, non vedevo l’ora che uscisse il suo disco successivo. Li ho comprati tutti non appena furono pubblicati. Axis: Bold as Love è stato fondamentale per me, e lo è ancora. Devo averne consumate migliaia di copie. La combinazione tra la produzione e il lavoro di fonico di Eddie Kramer ha qualcosa di geniale».

Hai avuto modo di vederlo suonare dal vivo?

«Ero in Vermont con la mia band, in pieno inverno. Mio fratello mi chiamò per dirmi che dovevo tornare a New York per vedere questo grandissimo gruppo che aveva appena visto chiamato Big Brother and the Holding Company. “Ma c’è una tormenta”, protestai. E lui: “Non m’interessa, devi assolutamente sentire questo gruppo e la sua straordinaria cantante”. Così la mia band ed io siamo saliti in auto e ci siamo fatti sei ore e mezza di viaggio fino al Greenwich Village. Purtroppo Janis Joplin ha avuto una serata no. Succede. Fu piuttosto deludente, specie pensando a tutta la strada che avevo fatti per portare le chiappe fin laggiù. Alla fine del concerto mi girai verso mio fratello per dirgli quel che pensavo e in quel momento vidi Jimi Hendrix che ci passava accanto. Mi sono tappato la bocca e l’ho guardato salire sul palco. Ci siamo spostati avanti. Suonava una bella Stratocaster blu e un po’ di pedale fuzz. C’erano anche Al Kooper e Buddy Guy quella sera, ma Jimi era il protagonista assoluto. Così, la serata che stavo cercando di cancellare dalla memoria mi è rimasta impressa nella mente e sempre lo sarà. Jimi ha suonato blues per tutta la notte. Eh sì, fanstastico».

Alla fine degli anni ’60 il ruolo di chi faceva il session man non era affatto riconosciuto. Non erano nemmeno menzionati nelle note di copertina. Negli anni successivi è andata meglio. Ma oggi un sacco di gente ascolta la musica in formato digitale e non sa nemmeno chi le suona. Non è deludente?

«È stato Peter Asher a insistere per includere i crediti negli album. È stato lui il primo a farlo. Oggi, anche se tutti scaricano e ascoltano in streaming, possono sempre andare su Internet e scoprire chi sta suonando cosa. Non è detto che ottengano informazioni corrette, ma comunque si fanno un’idea. Quindi sì, è deludente, ma noi musicisti non lo facciamo per diventare delle star, lo facciamo affinché le star facciano dischi incredibili. Quindi va tutto bene. Internet ci aiuterà a rimanere nella testa delle persone, e mi auguro anche nel loro cuore».

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