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50 album per il 2015

2015Mi aspetto un grande disco rock dalle Sleater-Kinney, qualche cover spiazzante da Bob Dylan, un altro po’ di bizzarrie da Björk. A giudicare dalle informazioni sinora diffuse, il 2015 potrebbe essere un ottimo anno per la musica. Ho provato a mettere assieme un elenco dei cinquanta dischi che (forse) usciranno nei prossimi dodici mesi, fra quelli che attendo e quelli che temo. Anche se l’esperienza insegna che gli album migliori sono quelli che non t’aspetti.

I dischi che ho ascoltato Il migliore è No Cities to Love delle Sleater-Kinney. Sapete come sono i dischi delle band che si rimettono assieme dopo una decina d’anni, no? Fiacchi. Questo no. Questo l’ascolti e ti sembra d’essere in sala prove con la band. È breve, diretto, semplice. Ma pure affilato, puntuto, eccitante. Corin Tucker m’ha spiegato che ci hanno messo quasi un anno a decidere che il materiale che avevano per le mani era all’altezza dei vecchi album. È notevole anche What a Terrible World, What a Beautiful World dei Decemberists. Niente concept e nemmeno personaggi letterari, questa volta, ma un riassunto appagante delle tante passioni musicali della band, un po’ Brit e un po’ Americana. È uno di quei dischi in cui t’accomodi volentieri perché già sai cosa aspettarti, ma le canzoni ci sono. Ce n’è una, poi, che racconta come solo Colin Meloy sa fare le distorsioni del rapporto fra gruppo e fan. Modern Blues è stata una bella sorpresa. Non m’aspettavo granché da un nuovo album dei Waterboys, e invece Mike Scott è volato a Nashville e lì ha inciso uno dei dischi più rock della sua discografia, pieno di stimoli, spunti sonori, immagini potenti, un’epica che non sarà tanto moderna, ma piacerà a chi ha visto con dispiacere il gruppo perdersi negli ultimi tot anni. «È la mia sfida ai grandi rocker di oggi: che provino a fare altrettanto», mi ha detto Scott con un filo d’enfasi. Non ho dedicato molto tempo a Panda Bear Meets the Grim Reaper, ma non mi pare all’altezza dei due precedenti album di Panda Bear, ovvero l’acclamato Person Pitch e il più dark Tomboy. Ho invece ascoltato con attenzione Girls in Peacetime Want to Dance di Belle and Sebastian ed è un bel dischetto dove Stuart Murdoch è riuscito a far convivere la sua canzone più personale di sempre e pezzi politicizzati, echi di folk-rock fine anni ’60 e kitsch danzereccio. «Ci siamo presi parecchie libertà», mi ha detto il tastierista Chris Geddes e fate attenzione che il singolo The Party Line non rende la bellezza sfaccettata dell’album.

I dischi da cui mi aspetto qualcosa (sperando di non essere smentito) In cima alla lista c’è Shadows in the Night di Bob Dylan. L’idea di un album composto interamente da cover di brani già interpretati da Frank Sinatra ha incuriosito alcuni e fatto arrabbiare altri, che ancora considerano Dylan il cantante di protesta del 1963 e Sinatra un reazionario mafioso della peggior specie. Io appartengo alla prima categoria. E poi chi Dylan lo conosce bene ha già spiegato che l’idea del disco non è poi così strana. Punto il mio euro anche su Short Movie di Laura Marling, giacché Once I Was an Eagle è stato uno degli album migliori del 2013. Di certo l’antipasto, la title track, non è affatto male. Facile scommettere anche su Steven Wilson, ormai una certezza: Hand.Cannon.Erase esce a fine febbraio ed è un concept scritto da un punto di vista femminile. Non saprei cosa aspettarmi dal nuovo dei Faith No More a giudicare dal solo pezzo pubblicato sinora, Motherfucker, ed è una buona cosa. Di sicuro ascolterò con attenzione i nuovi lavori di My Morning Jacket e Death Cab For Cutie, di cui però non si sa granché se non che nei prossimi due anni Jim James e la sua band pubblicheranno tre album di cui uno solista e che il disco dei Cuties sarà il primo senza il chitarrista Chris Walla. I nomi grossi più attesi sono Radiohead e Björk: stanno lavorando a nuovi dischi, sì, di cui però non si sa granché. Nonostante il vento iconoclasta che da qualche tempo spira su Thom Yorke & Co (dopo gli U2, sono loro il monumento da abbattere), i Radiohead sono ancora una delle band migliori in circolazione e Björk non sbaglia mai un album, specie quando s’imbarca in progetti impossibili come usare solo la voce umana o strumenti costruiti ad hoc. Mal che vada, sarà un altro Volta. A proposito di icone, il 2015 potrebbe essere anche l’anno dell’album a cui David Gilmour ha lavorato parallelamente a The Endless River. Mi accontenterei di un altro On an Island che fra una cosa e l’altra è uscito nove anni fa. Ah, e spero che Nicole Atkins pubblichi un disco in coppia con Jim Sclavunos dei Bad Seeds e che Joanna Newsom ci faccia una sorpresa. Sarebbe ora.

I dischi da cui non mi aspetto nulla (sperando di essere smentito) A me il progetto High Flying Birds sembrava morto già in partenza, per cui non m’aspetto granché dal secondo album della band di Noel Gallagher Chasing Yesterday, se non qualcosa di simile a ciò che il titolo annuncia. Di Van Morrison si sa solo del cambio d’etichetta, un fatto di poca importanza per uno come lui: basta che non se ne esca con uno di quei dischi fatti col pilota automatico. Del nuovo di Ringo Starr si sa che sarà vario e che solo un miracolo potrebbe trasformarlo in un disco memorabile. Sul fronte hard & heavy, sono attesi Marilyn Manson (l’imminente The Pale Emperor), Metallica (annunciato come l’ennesimo lavoro epocale), Black Sabbath, Limp Bizkit. A me i Muse sembrano stracotti, ma spero che album e tour mi facciano cambiare idea. La stessa cosa vale per gli U2 e il loro Songs of Experience, ché Songs of Innocence era degno dei Coldplay, e non è un complimento. Altri artisti che dovrebbero pubblicare nel 2015: James Blake, forse con la collaborazione di Bon Iver, Pop Group, Red Hot Chili Peppers, Gang of Four, Diana Krall e Modest Mouse che si sono portati avanti rendendo pubblici il titolo Strangers to Ourselves e il singolo Lampshades on Fire. L’idea di un nuovo We Were Dead Before the Ship Even Sank non mi spiace.

I dischi che gli altri aspettano Tutti attendono che santa Adele salvi il mercato discografico e decine di posti di lavoro col nuovo album. Sarà un successo istantaneo, difficile è prevedere quanto resterà in classifica di questi tempi. Di Rebel Heart di Madonna si sa più o meno tutto: il leak (pardon, «attacco terroristico») e i sei pezzi pubblicati a sorpresa su iTunes. Il mistero è perché ancora la gente si aspetti qualcosa da lei, o da Britney Spears, da Rihanna, Ricky Martin, Coldplay (A Head Full of Dreams sarà forse l’ultimo della loro storia, ce ne faremo una ragione), Garbage o dai sopravvalutati Libertines. Dopo il successo di Get Lucky Giorgio Moroder è stato al centro di un formidabile processo di rivalutazione: era un reduce di un’epoca passata, è diventato un giovincello in grado di dettare la linea, tant’è che il suo prossimo album s’intitola 74 Is the New 24 e ospita Britney Spears, Sia e Charli XCX, di cui si parlerà in Italia (ma altrove l’album Sucker è uscito da un mesetto). Sul fronte black, ci si aspetta una sorpresa da Kanye West e nuovi album di Dr Dre, 50 Cent, Drake (Views From the Six), Kendrick Lamar, Lil Wayne (Tha Carter V). Sul fronte pop, i media copriranno abbondantemente il ritorno di Marina and the Diamonds (Froot) e si parlerà di Title, l’esordio di Megan Trainor, quella di All About the Bass. All’orizzonte c’è anche un disco di Mark Ronson, ma al di là delle sue produzioni ne ha mai azzeccato uno?

I dischi in cui nessuno crede Ovvero i soliti ritardatari. Guns n’ Roses e Tool pubblicheranno un nuovo album? Poco importa. Siamo nel 2015 e l’attesa spasmodica per i dischi monumentali è antistorica. I dischi escono a sorpresa senza che nessuno li annunci, entrano in classifica, alimentano discussioni per quindici giorni e finiscono su Spotify ad alimentare l’idea che la musica sia gratuita, e quindi senza valore.

 

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