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Sleater-Kinney, storia di una reunion precaria

sleater-kinney 2«Vogliamo provare il nostro valore, cerchiamo di dimostrare che dopo tutti questi anni meritiamo ancora la vostra attenzione». Le Sleater-Kinney sono tornate. A dieci anni da The Woods e a nove dalla notizia dello scioglimento per una miscela di «ansia, stress da tour e incombenze materne», il trio americano pubblica l’ottavo album No Cities to Love e parte per un tour che in marzo toccherà l’Europa, ma non l’Italia dove, dice la cantante e chitarrista Corin Tucker al telefono da Portland, Oregon, «è difficile fissare una data che sia finanziariamente conveniente». L’età che avanza (le ragazze hanno superato i quaranta), i figli, altri interessi: il tempo è nemico del rock. E così quando band celebri per la veemenza della loro musica si riuniscono dopo una decina d’anni finiscono per incidere dischi privi della forza espressiva di un tempo. Le Sleater-Kinney hanno perciò considerato a lungo l’idea della reunion. Non l’hanno data per certa. Al contrario, l’hanno resa precaria per essere sicure di offrire un disco all’altezza del loro passato. «Non suonavano assieme da tanto di quel tempo. Ci chiedevamo: siamo ancora una vera band? È stato come ricominciare da zero. Ci siamo reinventate». Spoiler: finisce bene. Anzi, benissimo.

È una storia di talento, tenacia, coerenza. Inizia da una frase buttata lì da Corin Tucker davanti alla tv, mentre guarda con Carrie Brownstein una puntata di Portlandia, la popolare serie di sketch comici sull’iperprogressismo di Portland di cui l’amica è co-protagonista: «Mi chiedevo… chissà se faremo mai un altro concerto come Sleater-Kinney». La frase non è caduta nel vuoto e due anni fa Tucker e Brownstein si sono ritrovate nella loro sala prove, raggiunte dalla batterista Janet Weiss solo quando le canzoni hanno assunto una loro fisionomia. Sono riuscite a mantenere il segreto, svelato due mesi fa con la pubblicazione all’interno del cofanetto retrospettivo Start Together del nuovo singolo Bury Our Friends. «Non direi che siamo state particolarmente caute, ci siamo limitate a chiedere agli amici di non rivelare la notizia. Non eravamo ancora sicure di volere tornare ad essere una band e incidere un album. Abbiamo cominciato a scrivere per vedere se il materiale che veniva fuori era buono quanto quello del passato. Solo alla fine del 2013 abbiamo capito che le canzoni c’erano e che avevamo qualcosa d’importante da dire».

No Cities to LoveQuel «qualcosa d’importante da dire» ha a che fare con i concetti di lotta, comunità e coscienza. «Credo che l’intero disco parli del potere insito nelle relazioni. Di come la vita degli individui sia influenzata dall’economia, dalla politica, dalle persone con cui si relazionano. Allo stesso tempo, c’è l’idea che unirsi ad altri individui sia l’unico modo per contare. C’è Price Tag che parla del fatto che siamo tutti attratti dalle lusinghe del demone capitalista e tolleriamo le storture di un sistema che non si occupa più dei lavoratori. Andiamo a fare la spesa nei discount perché costa meno e così facendo alimentiamo un sistema che taglia posti di lavoro. Il gap fra poveri e ricchi s’è allargato a dismisura e non occuparsene significa tradire l’ideale americano. Oppure c’è No Anthems che è sul concetto di soft power. Vuol dire che in futuro ci saranno molte più negoziazioni rispetto a oggi. Siamo tutti interconnessi e le vecchie dinamiche di potere basate sulla pura forza non sono più efficaci». Le Sleater-Kinney si sentono sole a parlare di questi argomenti? «Un po’ sì. Non ci sono molti musicisti che lo fanno. Forse è cambiato lo scopo per il quale s’imbracciano gli strumenti la prima volta, da giovani. Quando ho cominciato io, i musicisti erano idealisti con la voglia di cambiare la società. E oggi?».

Negli Stati Uniti i loro dischi vendono meno di 100.000 copie, eppure la loro musica è straordinariamente influente. Nate nell’ambiente controculturale del Pacific Northwest da cui è emerso il movimento delle riot grrl, in dieci anni di carriera le Sleater-Kinney hanno raggiunto uno status inaccessibile a qualunque altro gruppo femminile punk-rock. Adorate dalla critica e amate da colleghi popolari come R.E.M. e Pearl Jam, hanno intrapreso da tempo altri progetti. Oltre a recitare in Portlandia, Brownstein ha fondato con Weiss la band Wild Flag e ha collaborato con St. Vincent (non è chiaro se le session con Annie Clark daranno vita a un disco). Tucker ha pubblicato due album con la Corin Tucker Band e fa parte dei Super-Earth con Peter Buck, Scott McCaughey, Bill Rieflin, Kurt Bloch. «Stiamo ancora lavorando all’album», dice a proposito della collaborazione col chitarrista dei R.E.M. «Ora sono impegnata con le Sleater-Kinney, ma lo finiremo e torneremo a suonare dal vivo… si spera». E poi c’è la faccenda del femminismo. Tutti considerano le Sleater-Kinney fra le interpreti più credibili della terza ondata. La quarta è più recente, popolare e controversa: oggi il femminismo è diventato pop e s’è incarnato nelle curve generose di Beyoncé. «Chiunque ha diritto di dirsi femminista», afferma Tucker. «Il femminismo non è una teoria, è un insieme di idee in costante evoluzione. Beyoncé ha un gran talento, è un’incredibile cantante, autrice e performer. Le persone che ne parlano male perché usa il corpo sul palco non criticano Justin Timberlake per lo stesso motivo. E io questo lo chiamo sessismo».

corin tuckerDopo l’esperienza con Dave Fridmann per The Woods, il trio ha richiamato il produttore John Goodmanson. Il risultato è un album dal suono scarno e potente che offre all’ascoltatore la sensazione eccitante d’essere in sala prove con la band. È la dimostrazione del valore dei “vuoti”, dell’aria attorno a voci e strumenti. «Non mi piacciono le canzoni sovraccariche di suoni, non hanno impatto. Quest’album, in particolare, è uno dei nostri più semplici, basato com’è su testi e melodie. Vogliamo che la gente riesca ad ascoltarli». Come i migliori dischi del trio, No Cities to Love si basa sul dialogo musicale incessante fra Tucker e Brownstein. Ha ragione Weiss quando dice che, dopo essere state separate per tanto tempo, ora è come se volessero «disperatamente riacquistare la loro espressività». Le differenze fra le due diventano un pregio, come accadeva nei Beatles o nei Clash. «Ognuna di noi ha i suoi punti di forza e di debolezza, e un suo stile», commenta Tucker. «È una questione di chimica sonora. Il mio punto di forza è il canto, mentre il mio stile chitarristico è incredibilmente semplice. Carrie è l’opposto: suona in modo angolare, e smette di suonare quando canta. Io invece suono continuamente la stessa parte, come in Price Tag. Il suo stile è appariscente, un po’ come il mio modo di cantare». La sfrontatezza sonora del trio fa immaginare session brevi, canzoni scritte e incise in modo istintivo, senza ripensamenti, attaccando le chitarre e via. «E invece è esattamente il contrario. Riscrivere continuamente le canzoni è fondamentale. Non importa quanto brillante è l’idea che hai avuto, devi possedere voglia e pazienza di riscrivere la canzone finché non diventa qualcosa di grande».

No Cities to Love si chiude con una coppia di canzoni che sembrano parlare della band, della reunion, del futuro. Una è Hey Darling, che fa: «A volte il calore della folla è troppo vicino, a volte le urla nella stanza mi fanno sentire sola», mentre Fade chiude l’album con una dichiarazione d’intenti: «Se davvero stiamo ballando il nostro canto del cigno, allora amica scatenati come mai prima». Corin ammette che Hey Darling parla della band e «dell’attenzione della gente. In quel pezzo mi chiedo qual è il nostro obiettivo. E non è il successo commerciale, sarebbe frivolo. Il nostro scopo è fare musica politicizzata, dalla prospettiva di un gruppo di attiviste, parlare alla gente, diffondere significati reali. In quanto a Fade, ci siamo rimesse assieme senza condizioni, col solo scopo di fare un bel disco, per il gusto di creare arte. Abbiamo deciso di vivere il presente senza pensare al futuro». Cosa accadrà dopo il tour? «Davvero non lo so. Confermiamo la nostra esistenza giorno per giorno».

 

Originariamente pubblicato su Rockol

 

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