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Contro la dittatura delle emozioni

ascoltare musicaÈ una frase che avete sentito, prima o poi. Probabilmente l’avete anche pronunciata: «Quel disco non mi ha emozionato». Sapete anche quel che succede dopo, nove volte su dieci: raramente riascoltiamo una canzone o un album che non ci hanno trasmesso emozioni. Perché mai dovremmo perdere tempo con suoni che non comunicano alcunché? Perché dovremmo ascoltare musica che ci sembra fredda o arida? Siamo i migliori giudici di ciò che ci piace e il nostro metro di giudizio ha a che fare con ciò che proviamo. Siamo convinti che le emozioni non mentono mai, ci conoscono profondamente e ci definiscono. Ma dobbiamo affidarci totalmente ad esse quando clicchiamo “play”?

La musica gira attorno alle emozioni. Le cerca, le suscita, vive delle reazioni istintive di chi ascolta. È un meccanismo potente che ha che fare con le relazioni fra i suoni nel quadro del sistema tonale occidentale, col gusto, con la personalità, con lo stato d’animo col quale prestiamo ascolto, con il condizionamento sociale, con l’abitudine, con l’educazione musicale ricevuta e con molti altri fattori. Se il nostro cervello – o il nostro cuore, come si usa dire con espressione stucchevole – ha reagito positivamente a certi suoni probabilmente andremo a cercarli nuovamente per rinnovare quelle emozioni: ci siamo sentiti bene, abbiamo riso o pianto, ci siamo esaltati o spaventati. Abbiamo provato qualcosa, e non è poco.

È un meccanismo che vediamo all’opera quotidianamente. Un tempo erano le lettere ai direttori e ai fan club, oggi sono i social media ad offrire milioni di esempi di come la musica cattura l’immaginazione facendo leva sulle emozioni. Persino i critici musicali, a cui è richiesto un certo livello d’oggettività, si lasciano andare a giudizi basati sul coinvolgimento personale e a volte si affidano totalmente ad esso. Succede a tutti noi: più un’incisione ci esalta, più ne parliamo con entusiasmo. Per non dire dei talent dove i giudici si esprimono in base alla dicotomia “mi arriva”/“non mi arriva”, un altro modo per dire “mi ha emozionato”/“non mi ha emozionato”, come se fosse tutto lì.

cuorecervellodiscoNon è tutto lì. La musica è anche altro. Non voglio arrivare agli eccessi di Stravinskij, che nelle Cronache della mia vita considerava la musica «impotente a “esprimere” alcunché», né ai tentativi di John Cage di eliminare la personalità dell’artista affidando la composizione al caso. Mi limito a dire che la musica è anche intelletto, bellezza, astrazione, elementi che gridano forte contro la dittatura delle emozioni e l’idea che una canzone o una composizione la si debba sentire sempre e solo con la pancia o col cuore. Tanto più che affidarsi solo alle emozioni rende ascoltatori pigri, e quindi peggiori. Pensateci: che cosa ci smuove qualcosa dentro? Nella maggior parte dei casi, è musica che somiglia a quella che già conosciamo e di cui abbiamo imparato inconsciamente ad apprezzare i meccanismi. Sappiamo come funziona e reagiamo come abbiamo reagito l’ultima volta che abbiamo ascoltato qualcosa di simile: emozionandoci. Ecco perché quando ci piace un artista tendiamo a cercarne di simili. Vogliamo riprovare quel tipo di soddisfazione, o qualcosa che vi assomigli. Ed ecco perché non ci emozionano musiche che parlano un linguaggio differente: non le capiamo e quindi le respingiamo. Ma respingendole ci precludiamo la scoperta di nuovi mondi sonori e ci chiudiamo nel nostro conservatorismo. Le emozioni sono nemiche dell’evoluzione.

iHeartLa retorica che circonda l’idea di fare e sentire musica col cuore è talmente potente da farci dimenticare che per apprezzare qualcosa di nuovo – un artista che non conosciamo, un genere che non abbiamo mai ascoltato, uno stile che non capiamo – dobbiamo risparmiare la musica, momentaneamente, dallo scrutinio dell’emotività. Solo ascoltando, e riascoltando, e ascoltando di nuovo saremo in grado di capire e apprezzare i meccanismi che governano quei suoni. Una volta compresi tali meccanismi, la musica che un tempo ci sembrava fredda e arida finirà per emozionarci. È un processo lento che richiede dedizione e sottintende un grande amore per la musica in genere e non solo per l’idolo che fa brillare gli occhi, ma se non avessi avuto la pazienza di mettere da parte le emozioni e avessi giudicato prematuramente i dischi che mi finivano sotto il naso non avei mai scoperto Ali Farka Touré, Björk, Penderecki e decine d’altri. Mi sembravano musiche lontane dalla mia sensibilità. Ho imparato ad apprezzarle e amarle. È uno strano paradosso: provare emozioni spiega tutto e non spiega niente della musica.

 

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2 replies »

  1. Scusa se entro a gamba tesa e faccio fallo. Lo so, merito il cartellino rosso. però mi chiedo come possa emozionare una canzone di Arisa o di Emma (cantanti che ora si prestano a fare le vallette)
    P.S: quando ascolto le “mie canzoni”,le emozioni le lascio dietro la porta. Mi chiedo invece perchè “mi piace” o “non mi piace”. che è diverso da emozionare….

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    • Michele, non capisco il tuo riferimento a Emma e Arisa, cantanti che non ho citato e a cui non ho pensato mentre scrivevo il pezzo. L’articolo non incita ad ascoltare qualunque musica, se è questo il fraintendimento. Incita a scoprire musica nuova – e di valore, è sottinteso – mettendo da parte per un momento le proprie emozioni. E quindi vale anche per chi si emoziona ascoltando Emma (tu no, chi riempie i suoi concerti sì, e non sono pochi) per scoprire cose di maggior valore.

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