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La sinfonia condominiale di John De Leo

John De LeoUn’esplosione di creatività. Ma anche una detonazione reale, un boom che scompiglia le vite dei protagonisti delle canzoni. John De Leo ci ha messo sette anni a dare un seguito a Vago svanendo. L’ha fatto con un disco, Il grande abarasse, che somiglia a un romanzo di Stefano Benni o a un film di Jean-Pierre Jeunet, quello di Delicatessen. Ne è venuto fuori l’album italiano del 2014. Citazioni di Joseph Conrad si tengono con soliloqui deliranti, apparizioni di musica colta con mazurke, Samuel Beckett con La pantera rosa di Henry Mancini. Il poetico s’abbina al grottesco e valzer ballabili raccontano complotti dinamitardi. Il titolo è volutamente enigmatico. «Nessuno sa cos’è il grande abarasse, nemmeno io. Ogni interpretazione è valida», dice De Leo. «L’album è ambientato in un condominio, ogni canzone corrisponde a un appartamento. Il tema ricorrente è un’esplosione, una deflagrazione interiore che ogni condomino sperimenta a modo suo. Il condominio è un agglomerato sociale che ne rappresenta uno più ampio. Cos’è la grande deflagrazione? È il fatto che le persone finalmente entrano in relazione. S’incontrano ed è la cosa più esplosiva che possa accadere, anche a noi, adesso». Come dire: smettiamo di limitarci a cliccare “mi piace” e cominciamo a interagire con le persone in carne e ossa.

L’ex cantante dei Quintorigo ha presentato l’album in ottobre, durante uno showcase al Teatro dell’Arsenale di Milano e ora è in tour con lo stesso formidabile ensemble di otto elementi. Si chiama Orchestra Abarasse: Fabrizio Tarroni (chitarra semiacustica), Franco Naddei (campionamenti e chitarra elettrica), Beppe Scardino (clarinetto basso, sax baritono), Piero Bittolo Bon (clarinetto basso, sax baritono), Dimitri Sillato (violino e pianoforte), Valeria Sturba (violino, violino elettrico e theremin), Paolo Baldani (violoncello), Silvia Valtieri (fisarmonica, pianoforte, percussioni giocattolo). È uno show ispirato e divertente, suonato maledettamente bene, dove ogni cosa – persino la voce duttile come pongo di De Leo – è messa al servizio della composizione. L’interplay è formidabile, la capacità di giocare coi ritmi eccitante, l’idea di manipolare i suoni dal vivo vincente. In un’ora e mezza si attraversano la canzone d’autore, la musica contemporanea, il jazz, il rock, il pop. Anzi, questi stili si attraversano. «E dentro c’è pure un po’ di punkezza», aggiunge De Leo. È una miscela al contempo raffinata e di grande impatto. Come in una scena del film Delicatessen, dove il cigolio delle molle di un materasso dà vita a una sorta di sballata sinfonia condominiale, le canzoni di Il grande abarasse dialogano fra di loro. E così Apocalissi mantra blues, sui pensieri dell’anziana signora Zanardi, contiene echi di Di noi uno, fantasmagorico amplesso fra i giovani del sesto piano. L’autobiografismo è bandito. «Anch’io ho la tendenza a interessarmi della persona che c’è dietro un disco, un film, una rappresentazione. Ma è feticismo. La grandezza di un’opera d’arte nulla ha a che vedere con l’uomo che l’ha ideata. Conosco artisti sinceri, sincerissimi, che si commuovono mentre dicono cose trite e ritrite. No, grazie. La sincerità non è un valore assoluto».

John De Leo posterL’Orchestra Abarasse ha lo spirito di un gruppo rock e la precisione di un ensemble colto. Si suona a memoria e gira qualche spartito. «Per me», dice De Leo, «quei pallini neri sul pentagramma sono formichine». Tanto ci sono Tarroni e la band, formidabili, a tradurre in musica e notazioni le sue idee. In concerto il gruppo rifà il tema del film di Spike Lee Lola Darling e in coda al disco c’è un altro disco, un vero ghost album, una colonna sonora strumentale per il cinema commissionata e mai utilizzata. Un’altra splendida anomalia. De Leo non ha paura che il suo linguaggio musicale ibrido, per certi versi colto, spesso noncurante delle regole dalla canzone stenti ad arrivare al pubblico? «Pasolini diceva che lo spettatore deve fare tanta fatica quanta ne faceva lui per concepire i film. Ecco, io non dico che un ascoltatore debba faticare, però non voglio neanche cantare quel che la gente s’aspetta di sentire. Sarebbe noioso, se non offensivo. Prendi Björk: non fa dischi esattamente canticchiabili, però dietro c’è un pensiero musicale, un concetto stimolante. Il rispetto per il pubblico non sta nell’accontentarlo».

 

Pubblicato originariamente in versione differente su Rockol

 

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