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Hozier, un inno alla laicità camuffato da canto religioso

hozierHozier ti guarda dall’alto in basso, letteralmente. È alto quasi due metri e oggi indossa cappotto e pantaloni neri, e poi t-shirt, camicia e felpa grigie. Ai piedi calza stivaletti da aviatore. È un gigante esile, e buono. Reduce dall’esibizione ieri sera a Che tempo che fa, il cantautore irlandese è a Milano per presentare l’omonimo album d’esordio lanciato da Take Me to Church. La canzone più condivisa al mondo su Spotify nel 2014, doppio platino e numero uno in Italia, è stata lanciata da un video di grande effetto – roba da 75 milioni di visualizzazioni – in cui il tema libertario è calato nel contesto della Russia omofoba di Putin. Il canto vibrante, i cori gospel, l’atmosfera apocalittica e un tocco di rock anni ’70 hanno conquistato il mondo e ora il nome di Andrew Hozier-Byrne è sulla bocca di tutti. Lo sarà ancora di più se l’ex studente del Trinity College di Dublino, che ha mollato gli studi per dedicarsi all’attività di cantautore, vincerà uno dei premi per i quali è nominato, il Grammy per la canzone dell’anno e il Brit come migliore artista internazionale. «Mi ero fatto tutto un altro piano», dice lui. «Immaginavo un debutto di quelli che pochi ascoltano, poi una crescita lenta e infine un po’ successo, magari al terzo album. E invece…».

E invece grazie a Take Me to Church Hozier, 24 anni, è diventato un simbolo transnazionale di libertà sessuale. «È eccitante e surreale, specie se pensi che ho registrato il pezzo nella mansarda di casa, alle due di notte. La versione finale è stata rimaneggiata in studio a Dublino, ma la traccia vocale è quella originale. Incredibile che in classifica ci sia spazio per una canzone così». Se il video affronta di petto il tema dell’omofobia, la canzone muove una critica molto più ampia a qualunque istituzione – tipicamente la Chiesa cattolica, così presente nella vita pubblica irlandese – che pretende di regolare l’esistenza privata degli individui. «Innalzo l’amore fisico a livello di adorazione mistica: l’amante come una fede. Al posto di idolatrare ciò che non vedo rivolgo la mia devozione a qualcosa di molto tangibile». Per raccontarlo, Hozier utilizza il potere evocativo del gospel. Ispirata agli scritti di Christopher Hitchens e alla poesia di metà Cinquecento Chorus Sacerdotum di Fulke Greville, Take Me to Church è un’affermazione di laicità camuffata da inno religioso. «Una cosa sono le religioni organizzate», commenta, «un’altra la fede individuale. Io ho fede in qualcosa, ma ci sono misteri che l’uomo non può svelare e a me va bene così. Il concetto stesso di peccato è un modo per controllare la condotta delle persone». Di Papa Francesco loda la celebre frase «Chi sono io per giudicare?», pronunciata a proposito dell’omosessualità, ma per esprimersi sul Pontefice aspetta risultati concreti: «Dove finiscono le pubbliche relazioni e dove inizia lo sforzo per cambiare la dottrina? Io ancora non ho visto mutamenti di politica circa l’omosessualità, la presenza delle donne nella Chiesa, la contraccezione».

Se cominciate a seguire Hozier su Twitter, il sistema vi suggerirà gli account di Sam Smith e dei Bastille. Vogue ha paragonato Take Me to Church a Somebody That I Used to Know di Gotye. È facile scambiare l’irlandese per l’ultima sensazione pop. E invece dietro al successo di Take Me to Church c’è un cantautore che ha un album solido. Prodotto da Rob Kirwan, è arrivato al numero due in America e al cinque nel Regno Unito; in Irlanda è giunto in vetta relegando al secondo posto gli U2. Eppure i gusti di Hozier sono estranei a questo tempo: adora i bluesman del Delta del Mississippi, quelli che negli anni ’30 cantavano storie d’indicibile sofferenza accompagnandosi con una chitarra e sfregando le corde con la lama d’un coltello. «Adoro le registrazioni sul campo di Alan Lomax, e poi Nina Simone, Billie Holiday, Tom Waits. Quando mi sono ritrovato a registrare ho cercato di riprodurre il feeling che sento dai vecchi dischi blues, rhythm & blues, soul, gospel, spiritual». E infatti, quando gli si chiede qual è la cosa migliore che gli è accaduta grazie al successo, non ha dubbi: «Suonare al festival di Newport, dove s’è fatta la storia della musica americana. Un’istituzione. Ho imparato a suonare la chitarra con la musica di chi è passato di lì, Mississippi John Hurt, Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Skip James e ovviamente Bob Dylan. È un posto sacro».

L’influenza della tradizione folk e blues americana si riverbera nei testi. Hozier è il disco di un cantautore alla ricerca della propria anima. S’interroga su religione, peccato, relazioni, morte. In una canzone titolata From Eden appare persino il Diavolo in carne e ossa. «Credo che in parte sia dovuto all’amore per il blues, dove il Demonio è una presenza molto concreta. E poi mi piace il modo in cui il gospel racconta la morte: non un’esperienza terrificante, ma un ritorno a casa. In parte deriva dalle radici irlandesi. Lì la Chiesa cattolica incombe e questi temi sono nell’aria, che tu lo voglia o meno. Per dire, nella lingua secolare irlandese “addio” si dice “dia dhuit”, che significa “che Dio sia con te”. Quando sei bambino ti ficcano in testa l’idea che Dio ti sta guardando e perciò cresci con la sensazione inquietante di non essere mai solo. C’è come una seconda voce nella tua testa. Ecco perché amo riflettere sulla natura di Dio». Un’altra influenza determinante è il Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce. «Come il protagonista Dedalus, cerco di trovare me stesso. Ed essendo irlandese, vedo le cose della vita in modo tetro e al contempo umoristico».

Pur essendo autore e interprete della canzone più condivisa nel 2014 su Spotify, Hozier non ha idea di quanto ha guadagnato grazie alla piattaforma. «Posso dirti però che è stato uno strumento formidabile per farmi conoscere. Non avrei avuto tanto successo senza di essa. I conti li farò poi». Spera di venire a suonare in Italia in estate, loda la potenza dei social media («Chiunque può agire come giornalista e fare un report su una situazione di crisi»), ma odia la cultura del selfie. Ribadisce che «è fondamentale scrivere in modo onesto di quel che si prova» e dice che gli piacerebbe collaborare con Tom Waits, Lisa Hannigan, St. Vincent, Feist, Bob Iver o James Blake. Vorrebbe che l’etichetta doom soul coniata da Cold Specks fosse applicata anche alla sua musica. Attualmente va forte indie gospel, e va bene così. Infine, spiega il significato del passaggio di To Be Alone in cui canta di inni alla cultura dello stupro. «Pensavo a Blurred Lines di Robin Thicke. Mi chiedevo: quante canzoni come quella normalizzano una cosa orrenda come l’aggressività sessuale ed entrano nella coscienza collettiva?». Anche Hozier è entrato nella coscienza collettiva. Gli è bastata una canzone. Il problema, ora, è come restarci. «Sinora mi sono fidato del mio istinto e mi è andata bene. Continuo così».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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