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Bellezza e tragedia: riecco i Decemberists

Decemberists 2015«È stato eccitante», dice il chitarrista Chris Funk, carattere gioviale e risata fragorosa. Si riferisce al fatto che, per la prima volta nella loro storia, i Decemberists non hanno trovato un tema su cui lavorare. E allora hanno inciso il nuovo What a Terrible World, What a Beautiful World una canzone alla volta, nell’arco di un anno e mezzo, mettendoci dentro un po’ di tutto. «È venuto fuori una specie di riassunto dei Decemberists, un greatest hits composto da canzoni inedite. Alcune per la verità erano state scritte per The King Is Dead e mostrano il nostro lato più americano, altre riflettono il gusto per il pop britannico. A volte suoniamo come un gruppo folk, a volte come la backing band di Morrissey».

Lanciato da Make You Better, accompagnato da un videoclip in cui gli americani si calano nei panni di una rock band anni ’70 ospite di un programma televisivo tedesco, What a Terrible World, What a Beautiful World si apre con The Singer Addresses His Audience. Apparentemente, è un modo per entrare nell’album con passo dolce e aria sognante. In realtà è un finto autoritratto del cantante di una boy band in cui s’alternano sarcasmo e sincerità, una riflessione spiazzante sul rapporto ora gratificante e ora soffocante fra idolo e fan. «Questa sì che è una canzone che può confondere la gente», commenta Funk. «Esprime una verità che vale anche per noi: esplora i sentimenti di un cantante circa il suo lavoro, la musica, i concerti, il successo», e soprattutto la difficoltà a cambiare senza sentirsi giudicato dal pubblico, un sentimento provato dal cantante e principale autore del gruppo Colin Meloy. Funk non si avventura in altre interpretazioni del pezzo perché, spiega, «mica discutiamo i testi quando Colin ci porta una canzone nuova. Semmai ci diamo dei punti di riferimento musicali. Non siamo analitici, procediamo per tentativi».

Col passare degli anni Colin Meloy ha scritto un numero sempre maggiore di canzoni in prima persona singolare, riservando le narrazioni del passato ai suoi libri fantasy Wildwood, Under Wildwood e Wildwood Imperium illustrati dalla moglie Carson Ellis. «Ma non si tratta necessariamente di pezzi confessionali», mette in guardia Funk. «Ricordo la prima volta che ho registrato con Colin. Era un EP e conteneva un pezzo intitolato My Mother Was a Chinese Trapeze Artist. Lo avvicinai e gli chiesi: ma davvero tua madre era una trapezista cinese? E lui: certo che no, vengo dal Montana. È sbagliato considerare autobiografici tutti i testi scritti in prima persona singolare». Eppure negli ultimi due album Meloy si è esposto più che mai. Un tempo amava dire che «la mia vita non è così interessante da scriverci su una canzone», oggi chiede perdono per essersi messo tanto in mostra e nel nuovo album arriva ad autocitarsi in Anti-Summersong, che fa riferimento a una canzone del 2006 Summersong e dà voce al rifiuto di adeguarsi alle aspettative del pubblico. Quattro anni fa era arrivato a dedicare una canzone, Rise to Me, al figlio autistico.

the-decemberists-what-a-terrible-worldUn altro pezzo chiave del nuovo album è 12/17/12 che Meloy ha scritto dopo avere ascoltato il discorso di Obama all’indomani della strage di Newtown, Connecticut dove il 17 dicembre 2012 un ventenne uccise 20 bambini e 6 adulti alla Sandy Hook Elementary School. Il titolo dell’album – «che mondo terrificante, che mondo meraviglioso» – è tratto da un verso della canzone. Del resto, visioni terrificanti e meravigliose convivono abitualmente nei testi dei Decemberists. «Credo derivi dalla passione per il folk e per le vecchie canzoni, quelle che partono da una situazione idilliaca e finiscono in un bagno di sangue. È una lunga tradizione americana. Ricordo che alle elementari ci facevano cantare Banks of the Ohio, che è pur sempre una murder ballad». Effettivamente non è una canzonetta dal tema leggero: lui fa una proposta di matrimonio, lei rifiuta, lui la uccide sulla sponda del fiume Ohio. «Adoriamo la dualità dei temi. Miriamo a trovare la bellezza nella tragedia. Uno di quelli che lo fa meglio è Shane MacGowan», e non a caso Funk suona in una cover band dei Pogues. «Pensaci: dal songwriting alla strumentazione, è chiaro che i Pogues hanno influenzato i Decemberists. Mi hanno permesso di amare la musica celtica portandola in un contesto rock».

Non è quello che hanno fatto i Decemberists, permettendo alla generazione dei Millennials di apprezzare il folk? All’inizio degli anni Duemila, mentre il mondo si scatenava sugli ultimi scampoli di garage rock e le nuove divette pop mettevano a punto il format da-brava-a-cattiva-ragazza-nel-giro-di-due-dischi, la band di Portland forgiava una variante del vecchio folk, sorta di indie folk letterario animato da testi che passavano dall’incoronazione dell’Infanta di Spagna alle riflessioni di uno studioso di botanica sull’assedio di Leningrado. I Decemberists hanno reso il folk accettabile a chi non l’aveva mai ascoltato perché, magari, puzzava di vecchio. «Se il folk è ridiventato popolare», commenta Funk, «il merito va a gruppi come i Mumford & Sons. Ma non è il folk che amiamo noi. Quello che ci piace racconta storie e fa divertire la gente: murder ballads, bluegrass, gig, reels. Il revival di oggi? Ventenni che bevono birra e suonano il banjo. Mica è folk, questo».

Il 1° marzo i Decemberists saranno ai Magazzini Generali di Milano, unica data italiana del tour europeo. «Prima» dice ridendo Funk «è bene che impariamo a suonare le canzoni nuove. Di recente ho visto i Fleetwood Mac in concerto. Quella gente suona assieme da una vita, eppure si diverte ancora. Magari sono solo superprofessionali, ma preferisco pensare che si divertano…». I Decemberists si divertono ancora in concerto, ma non è detto che riprendano a suonare con la frequenza di un tempo. I quattro anni intercorsi fra gli ultimi due album dicono di un gruppo di musicisti che si è dato nuove priorità. Lo spartiacque è stato l’album del 2011 The King is Dead, finito primo in classifica. La notizia non ha sconvolto campioni dell’understatement come Funk e Meloy. «Diciamolo, non è che se il tuo album va al numero uno vuol dire che hai combinato chissà che. Se Kanye West avesse pubblicato un disco quella settimana non ce l’avremmo mai fatta. Però eravamo felici per le persone che lavoravano con noi. Il più eccitato era il direttore marketing».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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