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Dylan vs Sinatra, canzone per canzone

Bob Dylan 2015Ecco quel che succede quando sostituisci l’orchestra con una pedal steel: la forza del melodramma giovanile si stempera nella fragilità senile. Bob Dylan non è mai apparso tanto vulnerabile quanto lo è nelle dieci canzoni di Shadows in the Night, l’album dedicato al Great American Songbook e in particolare al repertorio di Frank Sinatra. Restando fedele alle melodie originali e cantando in modo quanto più “pulito” gli permettono timbro, capacità ed età, Dylan prende la forza espressiva di Sinatra e i valori musicali espressi da quel mondo – la varietà armonica, gli arrangiamenti orchestrali, il rigore esecutivo – e li trasforma in un piccolo manifesto d’umana fragilità, spalleggiato da una band di pochi elementi. Shadows in the Night suona come il disco di uomo che ha superato i 70 anni e non se ne vergogna. Anzi, riprende canzoni in molti casi risalenti agli anni precedenti la nascita della musica giovanile per eccellenza, il rock’n’roll, e ne rimarca il valore. Mentre i suoi coetanei si dannano l’anima sembrare più giovani, lui fa di tutto per sembrare più vecchio. «Queste canzoni non sono datate», ha detto, «non hanno nulla di artificioso, non contengono una singola falsità. Sono eterne».

fool to want youI’m a Fool to Want You Quando Sinatra la incise per la prima volta nel maggio 1951 aveva 35 anni, era ancora sposato con Nancy Barbato e nel pieno della turbolenta relazione con l’attrice Ava Gardner. La sposò in novembre, appena dieci giorni dopo avere ottenuto il divorzio da Barbato. Si dice che il cantante fosse talmente scosso dell’emozione da incidere I’m a Fool to Want You in una sola take per poi uscire dalla sala d’incisione sparendo nella notte. Costellata da reciproche infedeltà, la storia con l’attrice fu talmente intensa e drammatica che Sinatra tentò due volte il suicidio. Sono i sentimenti evocati dal testo su cui Sinatra mise le mani guadagnandosi un credito come co-autore al fianco di Joel Herron e Jack Wolf («Sono un pazzo a volerti, a volere un amore che non può essere reale, un amore che è a disposizione di chiunque»). Il tono dell’arrangiamento di Alex Stordahl è dettato dal carattere drammatico e quasi tchaikovskiano degli archi e dei cori delle Ray Charles Singers. Il vigore e l’innata eleganza della voce di Sinatra fanno intravedere un domani, un’altra vita e altri amori. L’interpretazione di Dylan, mesta senza risultare dimessa, fa sembrare quei sentimenti definitivi e irrimediabili. Quando canta «Quante volte ho detto che ti avrei lasciata, quante volte me ne sono andato, ma ogni volta tornava il desiderio di te» lo fa con l’abbandono di un uomo arreso. Sinatra l’ha nuovamente registrata nel 1957 con Gordon Jenkins, un anno prima della strepitosa versione di Billy Holiday. «Non è come essere un attore», ha detto Dylan nel corso dell’intervista rilasciata al giornale dell’American Association of Retired Persons, «sento ogni singola parola di I’m a Fool to Want You come se l’avessi scritta io».

night we calledThe Night We Called It a Day Sinatra la registrò con altre quattro canzoni nel corso della primissima session da solista, nel gennaio 1942. In quel periodo il cantante era sotto contratto con l’orchestra che Tommy Dorsey manovrava come un generale: i musicisti dovevano vestire un’uniforme da palco, comportarsi, persino pettinarsi in un certo modo. Una sera il leader cacciò dal palco il giovane Frank per un ciuffo di capelli sulla fronte. Quando alla fine del 1941 Sinatra diede le dimissioni, con un anno di preavviso, Dorsey gli offrì 250 dollari a settimana pur di farlo restare nell’orchestra, diventati poi 400, e gli prestò il suo arrangiatore Alex Stordahl per l’incisione che fruttò The Night We Called It a Day. Quando riascoltarono la prima stampa delle canzoni all’Hollywood Plaza Hotel, Sinatra non nascose la sua soddisfazione: «Ehi Bing, vecchio mio, fatti da parte». L’avrebbe nuovamente incisa nel 1957 per il 33 giri Where Are You?, che contiene altre tre canzoni rifatte da Dylan, I’m a Fool to Want You, Autumn Leaves e la title track. È altamente probabile che Dylan si sia ispirato a quest’ultima versione che è priva del sentimentalismo affettato del 1942. Di mezzo c’era stata Ava Gardner: l’esperienza, disse l’arrangiatore e direttore d’orchestra Nelson Riddle, «aveva insegnato a Frank come cantare una torch song».

stay with meStay with Me Una delle canzoni chiave di Shadows in the Night è fra le meno note del repertorio di Sinatra. Era il tema del film del 1963 Il cardinale. Diretta da Otto Preminger e interpretata da Tom Tyron e Romy Schneider, la pellicola raccontava l’ascesa di un prete di Boston nella gerarchia della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale (curiosità: durante le riprese il contatto della produzione con il Vaticano era un prete e teologo tedesco di nome Joseph Ratzinger). Sinatra ne offre una versione esagerata, lanciata da un tema hollywoodiano enunciato dall’orchestra che distrae dal tema spirituale del testo. Dylan non proietta i sentimenti del protagonista su un telo tanto vasto. Gli basta il suono dolceamaro di una pedal steel per trasformare la canzone in una preghiera sommessa e profonda, la confessione di un uomo che ha molto peccato e che chiede al suo Dio di non essere abbandonato.

autumn leavesAutumn Leaves La composizione più famosa dell’album di Bob Dylan non è diventata celebre nella versione di Frank Sinatra, il cui nome si confonde fra quelli di decine d’altri interpreti che si sono misurati con essa. Fu un discografico della Capitol a commissionare a Johnny Mercer l’adattamento in lingua inglese di Les feuilles mortes, in un periodo in cui nella musica americana andavano di moda certi “francesismi”. Mercer cambiò lievemente il significato del testo, facendone il luogo dei ricordi un’estate trascorsa assieme da due amanti. Depositata nel 1950, la canzone è stata inclusa da Sinatra nell’album del 1957 Where Are You?. L’originale era nato come musica del balletto del 1945 Les rendez-vous: il libretto era stato affidato al poeta Jacques Prévert, le musiche a Joseph Kosma. La melodia di Les feuilles mortes, che accompagnava un passo a due, fu recuperata per il film del 1946 Mentre Parigi dorme e affidata alla voce di Yves Montand, all’epoca amante di Edith Piaf. Nella delicata versione di Dylan i sentimenti del protagonista sono rappresentati in modo sottile dalle linee di chitarra, la cui frequenza acuta si staglia sul borbottio di quello che sembra un contrabbasso suonato con l’archetto.

why try to changeWhy Try to Change Me Now Nella seconda metà del 1952 Frank Sinatra chiuse il suo rapporto con la Columbia, l’etichetta che sarebbe diventata la casa discografica di Dylan per la quasi totalità della sua carriera. Lo fece con una serie di pezzi che alcuni interpretarono come autobiografici, fra cui Why Try to Change Me Now, che avrebbe poi rifatto sette anni dopo. Nel cantarla alterò lievemente la melodia e il giovane autore Cy Coleman, futuro vincitore di una ventina di Tony Awards, lo lasciò fare. Arrangiata da Percy Faith, giacché nel frattempo Stordahl aveva firmato un contratto d’esclusiva con la Capitol, la canzone si apriva con un suono flautato e aveva il tono introspettivo di un’autoscrutinio. «Perché non riesco ad essere più convenzionale?», recita l’inizio della terza strofa e Bob Dylan canta quella parola, «conventional», marcando il suo tono nasale, una piccola voluta sporcatura in un album in cui canta in modo insolitamente diretto e tradizionale. L’uomo che ha stravolto il proprio songbook mostra un insospettabile rispetto per quello degli altri.

some enchantedSome Enchanted Evening Scritta per il musical del 1949 South Pacific, la composizione di Rodgers & Hammerstein è inserita nel punto in cui il protagonista Emile esprime il suo amore per Nellie. Il senso è: se non cogli l’attimo finirai per pentirtene e passare il resto della tua vita in solitudine, perso nei tuoi sogni. Nella versione del 1967 di Sinatra il pezzo era arrangiato da H.B. Barnum in modo curioso, una cosa eccessiva e appariscente che, si dice, il cantante avrebbe voluto per trasgredire alla regola di Rodgers che esigeva che le sue canzoni fossero eseguite esattamente come le aveva scritte (Sinatra l’aveva incisa in modo più convenzionale già un paio di volte). Per il produttore Jimmy Bowen «stavamo solo sperimentando, non sapevo nemmeno chi fosse l’autore». Dylan ne rovescia il punto di vista. Le toglie quella vitalità, aggiunge un’ambientazione cupa, sparge note di quella che sembra una chitarra hollowbody e la trasforma in una canzone di rimpianto. La versione di Sinatra esprime la vitalità dell’amante che sta giocando la sua carta prima che sia troppo tardi, quella di Dylan esprime la mestizia dell’uomo che non ci ha provato.

full moonFull Moon and Empty Arms Musicalmente ispirata al movimento finale del Concerto per pianoforte no. 2 d’inizio Novecento di Sergei Rachmaninoff, fu incisa da Sinatra nel 1945 per un progetto mai andato in porto chiamato Symphonic Sinatra (il pezzo vide comunque la luce su 45 giri). Al di là dei riferimenti a Rachmaninoff, la sua versione è ingessata, quasi operatica in certi passaggi, drammatica, priva del fraseggio leggero e incantevole degli anni seguenti. Dylan la scarnifica fino a trasformarla in un dialogo lunare e romantico che dà un pizzico di profondità a un testo piuttosto banale.

where are youWhere Are You? Frank Sinatra pubblicaò il suo primo album in stereofonia nel 1957, Where Are You?. Era anche il suo primo disco con Gordon Jenkins. Lo stacco rispetto al Sinatra scelto da Dylan per gran parte di Shadows in the Night è netto: gli arrangiamento di Jenkins sono più soffici – «musica da camera da letto», scrisse qualcuno – e la voce del cantante «s’è fatta più profonda, fino a raggiungere un baritono caldo, risonante, quasi da violoncello», come recitavano le note di copertina. La canzone risaliva a vent’anni prima: era stata scritta per il film del 1937 Top of the Town. Dylan la spoglia dell’arrangiamento sontuoso di Jenkins e la interpreta con la sua voce screziata dall’età fino a farla suonare come il lamento di un uomo davanti alla triste verità dell’assenza del lieto fine nella vita.

whatll i doWhat’ll I Do Negli anni ’20 il grande compositore Irving Berlin era un’autentica macchina da successi dal carattere sentimentale. Fra di essi c’è What’ll I Do del 1923, il soliloquio di un amante abbandonato. Berlin la presentò in pubblico, non ancora nella versione completa, alla festa di compleanno a New York dell’autore e sceneggiatore Donald Ogden Stewart: aveva in testa la musica e qualche parola, si sedette al piano e la suonò. Si era ai tempi del proibizionismo e Berlin era arrivato alla festa con dello champagne nascosto sotto il cappotto. Dopo averne bevuto a sufficienza, dicono i presenti, riuscì a finire la canzone destinata a raggiungere il numero uno in classifica nella versione di Paul Whiteman. Nel 1924 ben cinque rifacimenti entrarono in hit parade, lo spartito fu acquistato da più di un milione di persone. Sinatra la incise nel ’47 e nel ’62, Nelson Riddle prese la melodia e la trasformò nel tema portante del film del 1974 Il grande Gatsby con Robert Redford e Mia Farrow. Dylan ne fa oggi un’altra breve parabola sui sogni irrealizzabili. L’arrangiamento scarno mette in evidenza lo stacco del bridge («What’ll I do with just a photograph to tell my troubles to») che è una sorta di respiro affannoso prima della liberazione del terzo verso. La figlia del compositore Mary Ellin Barrett l’ha definita «un dolce, triste valzer per l’età del jazz».

shadows in the nightThat Lucky Old Sun Gli album dedicati al Grande Canzoniere Americano sono solitamente arrangiati con un gran dispiegamento di mezzi. Bob Dylan aggiunge solo saltuariamente qualche colore orchestrale e si prende una licenza nel finale di That Lucky Old Sun, una canzone sull’indifferenza del sole, lassù nel cielo, alle fatiche degli uomini, in una specie di spiritual moderno, per l’epoca s’intende. È una chiusa amara e solenne per Shadows in the Night. Il pezzo è stato scritto da Beasley Smith e Haven Gillespie e portato al successo nel 1949 da Frankie Laine. Sinatra la pubblicò per la Columbia nello stesso anno. È stata rifatta da un gran numero di artisti, da Sam Cooke ad Aretha Franklin passando per Ray Charles e Johnny Cash, e nel 2008 ha dato il titolo a un concept di Brian Wilson, una sorta di lettera d’amore alla California meridionale. È il finale perfetto per una raccolta di canzoni che Bob Dylan descrive come piene di virtù e quindi adatte a tempi come questi dove le «vite delle persone sono intrappolate da vizi» come ambizione, avidità ed egoismo. «Ne vediamo il lato glamorous – ovunque ci giriamo, dai cartelloni pubblicitari ai film, ai quotidiani, alle riviste. È la distruzione dell’esperienza umana. Esattamente il contrario di queste canzoni».

Ascolta qui le versioni originali delle canzoni: SINATRA SINGS SHADOWS IN THE NIGHT

 

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1 risposta »

  1. Una volta Neil Young disse di sé stesso: “la gente della mia età non fa le cose che faccio io”. Credo che tale definizione vada bene per Dylan.
    P.S. forse mi compro il disco in vinile…dovrebbe “suonare” meglio

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