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PJ Harvey e il rock demistificato

pj harveyUn gruppo di musicisti incide un disco in pubblico. Chiusi dietro a un vetro, offrono lo spettacolo inconsueto del lento sviluppo di una creazione artistica. Che cos’è, un’installazione? Una performance? Un meccanismo voyeuristico? Un modo inconsueto per raccogliere fondi? È quel che accade dallo scorso 16 gennaio alla Somerset House di Londra. L’artista inglese PJ Harvey, i suoi musicisti e i produttori Flood e John Parish stanno registrando un album in una sorta di scatola di vetro insonorizzata costruita nei sotterranei del museo, nello spazio un tempo occupato da una palestra. All’interno dello studio si svolgono le session del nono lavoro di Harvey, fuori s’avvicendano i visitatori che, dopo avere acquistato uno dei tremila biglietti esauriti nel giro di un’ora, hanno la possibilità di assistere a 45 minuti di registrazioni. I musicisti sono isolati da vetri insonorizzati che non permettono loro di vedere il pubblico. L’operazione si chiama Recording in Progress ed è presentata come una «scultura sonora mutevole e multidimensionale» dove i visitatori sono invitati a «entrare nella conversazione musicale» che si svolge dietro al vetro.

Che cosa accade? Poco o niente, racconta chi ha assistito alla performance. Il primo giorno, scrive l’Independent, i fan «hanno visto ben poco del canto di PJ Harvey». Il Guardian ha descritto la totale mancanza di atmosfera in sala, uno spettatore ha definito l’esperienza come «brillantemente frustrante». Altri hanno spiegato che l’operazione di Harvey «rivela la banalità del processo di registrazione». Da parte sua, l’artista spiega che «devi passare per la noia per ottenere qualcosa di buono» e si augura «che la gente si accorga dell’attenzione, del lavoro e della cura che vanno alla registrazione di un disco».

Chiunque sia stato in sala d’incisione sa che il processo di registrazione è lento, per lo più tedioso, terribilmente frammentato. Interminabili minuti sono spesi a settare suoni e strumenti, altri a risolvere problemi tecnici. Non è eccitante come uno se l’immagina. Perché allora PJ Harvey ha voluto rendere pubblico il processo? È quello che si domandano i detrattori dell’operazione, le cui posizioni possono essere così riassunte: Recording in Progress è un modo per raccogliere soldi facendo leva sul voyeurismo dei fan, ma in fin dei conti non ha nulla di significativo da offrire. È un enorme buco della serratura da cui il pubblico spia la sua eroina. E poi non succede niente.

recording in progressE se fosse questo il punto? La quasi totalità del pubblico non ha idea di quel che accade in una sala di registrazione. I reportage giornalistici e certe ricostruzioni cinematografiche ne offrono una visione sensazionalistica oppure poetica. Le session di registrazione sono solo uno dei tanti aspetti del rock ad essere stati mitizzati. Ogni attività creativa dell’artista – che si tratti di scrivere una canzone o tenere un concerto – ha subito una simile idealizzazione. E così nell’immaginario collettivo s’è creata una separazione fra gli aspetti tecnico-pratici del fare musica e quelli artistico-spettacolari. Il rock ha basato la narrazione sui secondi, che hanno oscurato i primi diventando pericolosamente ingombranti. Il rock è mito. Si seguono certi artisti non solo per la musica, ma anche per i significati extramusicali che essi si portano appresso, per la mitologia che li circonda. Esagerazioni, trovate pubblicitarie, mistificazioni hanno alimentato la narrazione rock, mettendo in secondo piano l’atto di fare musica.

Negli ultimi anni questo processo di mitizzazione si è interrotto, e forse non a caso il rock ha smesso di incidere in modo profondo nell’immaginario collettivo. Il pubblico s’è fatto via via più smaliziato, i social network sono diventati la tribuna da cui il fan disincantato riversa il suo sarcasmo verso quelli che un tempo sarebbero stati i suoi idoli – si pensi al rovescio di popolarità subito dagli U2. Questo stato di cose crea un’opportunità unica di ripensare il rock ripartendo dalla musica, la chance di spogliarsi dai luoghi comuni – che si tratti di Bob Dylan portavoce della sinistra americana, dei Rolling Stones maestri di trasgressione o di Jim Morrison impossessato dallo spirito di uno sciamano – e ricostruire delle scale di valore basate sui significati espressi dalla musica. Per farlo è necessario demistificare il rock, eliminare le leggende ammuffite, smontarne i meccanismi, riconsiderare i valori musicali che esso esprime. E capire che no, la vita di Jim Morrison e dei Doors non era come ce l’ha raccontata Oliver Stone nel 1991 e che esserne consci non riduce il potere della loro musica.

D’accordo, può essere noioso separare il rock dai suoi miti, ma sessant’anni dopo Rock Around the Clock abbiamo bisogno di costruire leggende attorno alla musica affinché essa ci piaccia, ci seduca, ci travolga? Rendendo trasparente il suo lavoro, PJ Harvey ci sta dando l’opportunità di vedere come funziona realmente la musica, un fatto che risponde a un principio di realtà che teoricamente sta alla base stessa del rock, il suono iconoclasta per eccellenza. Il risultato finale del processo creativo – una canzone, un disco, uno spettacolo – può essere facilmente mistificato, perciò invitare il pubblico a sbirciare dietro le quinte ha l’effetto opposto. Fra i risultati che Recoding in Progress potrebbe conseguire ci sono il raggiungimento di una più alta coscienza del lavoro svolto da un musicista e la demistificazione del processo creativo. Per comprendere una volta per tutte che, come affermava Thomas Edison, il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% traspirazione.

 

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