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I Punch Brothers raccontano l’era dei social toccando vecchie corde

Punch_BrothersÈ un loop fatto di corde intrecciate, una danza di dervisci di bronzo fosforoso, una litografia di Escher coi capotasti del mandolino al posto degli scalini. È un arpeggio veloce che t’attira nella storia e ti risputa fuori in un mondo che non conoscevi. Altri strumenti appaiono in sottofondo, un contrappunto tanto repentino da non farti capire che cos’hai sentito. Spaesato, ti chiedi dove sei: in un mondo irreale? In una dimensione parallela? Forse sei dentro i pensieri del cantante. «It’s on», dice ed eccoti nella sua coscienza. Pochi secondi e lo scenario cambia. Altri suoni si sovrappongono a quello del mandolino. Sono brevi scorci armonici che tolgono l’equilibrio e manifestano nuovi turbamenti. E intanto ti chiedi di cosa si canta, qua dentro: ci sono sentimenti di odio e di amore, c’è il bisogno di connessione, ci sono telefoni e c’è la musica. Magari è un concerto. Che cosa dovremmo fare? Riprenderlo col nostro smartphone o godercelo? Condividerlo coi nostri contatti o con le persone che ci sono a fianco?

Familiarity non è solo la canzone che apre il nuovo album dei Punch Brothers The Phosphorescent Blues. Ne riassume i temi e mostra di cos’è capace la band, una miscela prodigiosa di bluegrass, musica classico-contemporanea, prog, pop, jazz, integrati in modo perfettamente naturale. Il testo suona misterioso al primo ascolto: cerca di condensare i sentimenti di chi si esibisce sul palco di fronte a un muro di schermi illuminati e pure di chi sta sotto, con lo smartphone in mano. La musica è eloquente ed è un viaggio degno di una Paranoid Android. A un certo punto la vertigine del mandolino si ferma. L’onda sonora creata si espande nell’aria. C’è un’atmosfera d’attesa e un senso di liberazione quando il cantante intona una frase tipo «Qualcosa ci ha riuniti e non sappiamo cos’è». La musica riparte, questa volta guidata dal ritmo sincopato di una chitarra acustica. Siamo in un locale ad ascoltare una band eccitante? O magari siamo in chiesa? Sembra una preghiera e forse è un delirio alcolico. Siamo in ginocchio di fronte a un altare o su una pista da ballo? Di certo il cantante non è più solo. Siamo connessi, adesso, come in un’armonia vocale dei Beach Boys. Gli strumenti vorticano attorno alla voce che intona il mantra: «God knows we mean it / God help us feel it».

La musica si dissolve, di nuovo. Familiarity potrebbe finire qui, dopo sei minuti. In fondo il cantante ci ha raccontato il senso di disconnessione e il bisogno di sentirsi uniti. La musica ha fatto di più: ci ha fatto sentire l’effimero momento d’estasi che si prova qualche volta nella vita quando ci si sente in perfetta armonia con chi ci circonda, il bisogno di provare qualcosa, sì, ma tutti assieme. E invece al posto di chiudersi così, la canzone va avanti per altri quattro minuti mentre nell’aria ancora c’è l’eco di quella specie di preghiera. Uno strumming gentile suggerisce che è il giorno dopo, al risveglio. Il cantante giace a letto, attorno alla testa danzano le onde invisibili che tengono connessi computer e smartphone, e con esse i pensieri dell’esperienza vissuta. Una ragazza è addormentata al suo fianco. La vuole svegliare per dire di non scordare quel che hanno provato, una cosa che non può essere condivisa su un social network o salvata su un file, e nemmeno cantata in un testo rock. Il momento della consapevolezza ha il suono bello e straziante di un violino che ci trapassa. «It’s on again», riprende a cantare il protagonista prima di lasciarci andare.

Phosphorescent BluesFamiliarity racconta l’era dei social toccando vecchie corde – corde di mandolino (Chris Thile), violino (Gabe Witcher), banjo (Noam Pikelny), chitarra (Chris Eldridge), contrabbasso (Paul Kower), e una batteria che devi ascoltare il pezzo due volte per capire che c’è e che conta (Jay Bellerose, un habitué delle session prodotte da T Bone Burnett). Neanche per un secondo la strumentazione tipica del bluegrass ci sembra vecchia o inadeguata a narrare la storia. Ritmi, melodie, armonie sono contemporanee e perfettamente adatte a raccontare il desiderio ardente di far parte di un’esperienza collettiva e il risvolto spirituale di tale sentimento di comunione. S’interroga sul ruolo dei dispositivi che abbiamo per le mani non per fornire una risposta semplice – si stava meglio quando ci si parlava di persona e non su WhatsApp – ma per porre in modo poetico e musicalmente superbo una domanda: come possiamo integrare i gadget tecnologici che possediamo con la necessità di intrecciare relazioni profonde e significative? Nel tentativo di fornire una risposta, i Punch Brothers ci ricordano che esiste una forma semplice e straordinariamente potente di connessione: la musica. Dietro ai suoni vibranti di Familiarity e The Phosphorescent Blues puoi sentire il talento e la fatica dei musicisti che li hanno prodotti. Noi e loro siamo come i protagonisti del dipinto di René Magritte che sta sulla copertina del disco: amanti che si cercano nonostante il velo che li separa.

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