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Queen e queerness

queen lambertLa queerness è tornata sul palco dei Queen. Lasciva e spudorata, s’è fatta spazio ancheggiando fra i riff virili di Brian May e il frastuono di due-batterie-due. L’ha riportata in vita Adam Lambert, un trentatreenne uscito da “American Idol” – due album all’attivo e un terzo in arrivo nel 2015 – che non ha niente a che vedere con l’altro cantante andato in tour con quel-che-resta-dei-Queen dopo la morte di Freddie Mercury, e cioè Paul Rodgers. Nel tour europeo, Lambert sale sul palco con addosso giubbotto borchiato, occhiali scuri, guanti senza dita e unghie nerosmaltate. Alla quarta canzone già cambia abbigliamento. Scende dalla passerella con canotta nera e corpispalle con frange pendenti e si prende il concerto con un gusto per la teatralità sopra le righe e per lo spettacolo camp. Durante Killer Queen s’adagia su una dormeuse, agita un ventaglio in un tripudio di smorfie per poi leccare il microfono. Spudorato. Se lo scopo di Brian May e Roger Taylor era rievocare lo spirito beffardo e trasgressivo di Mercury, le sue pose gay e la vitalità debordante, allora hanno fatto centro.

Non si arriva a un concerto dei Queen – anzi, dei Queen + Adam Lambert, come recitano i cartelloni – senza un’idea preconcetta. Quella più radicale è nota: i Queen senza Mercury non hanno ragione d’esistere, punto. Un’altra s’è fatta strada da quando è stato annunciato questo tour, di cui nel 2012 s’è avuta un’anteprima: Rodgers aveva storia e credibilità, e nello show cantava anche pezzi suoi, Lambert è il prodotto di un talent e non ha spessore. Qualcuno s’è messo a confrontare l’estensione della sua voce con quella di Mercury. Il punto, semmai, è che Lambert non possiede la nobiltà, il senso del melodramma e la profondità emotiva di Mercury e sopperisce alla mancanza con uno stile canoro fortemente debitore nei confronti del teatro musicale di Broadway. Ecco la novità di questo spettacolo: un pezzo di showmanship tipicamente americana s’è fatta strada nell’inglesità del gruppo, tant’è che alla fine, quando la band raccoglie l’ultimo applauso sulle note dell’inno del Regno Unito, un accenno a Star-Spangled Banner non stonerebbe.

 

Leggi la recensione integrale su Rockol

 

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