Interviste

Alt-J, universitari senza volto nel paradiso del pop

alt jSulle falangi della mano ha tatuato un re, una regina e due alfieri. «Scacchi», mi dice, «li adoro». Thom Green non è il tipico batterista rock tutto energia e dissolutezza, e del resto gli Alt-J non sono una band ordinaria. Seduto su un divano nel backstage del Forum di Assago prima del concerto che ha trasformato la formazione di Leeds in un fenomeno con cui fare i conti anche in Italia, Green ha l’aria del tipo quieto e riflessivo. Nonostante il deficit uditivo – a causa della sindrome di Alport è sordo per l’80% e indossa un apparecchio acustico – sul palco si trasforma nel motore instancabile della band. Lo sa bene chi ha visto gli Alt-J dal vivo a Milano il giorno di San Valentino. Si replicherà il 14 giugno a Rock in Roma, un’altra imperdibile occasione per ascoltare la band che ha sfondato il soffitto di vetro dell’indie per diventare mainstream. E così oggi, pur essendo virtualmente senza volto, gli Alt-J si esibiscono nelle arene delle pop star. Qui Green racconta la voglia di sperimentare coi sintetizzatori, la sensazione di avercela fatta, la stagione dei concerti. Niente storie rock’n’roll: la cosa più audace che di recente hanno fatto gli Alt-J è una discesa in slittino dalle parti di Zurigo. Spiega che la nomination ai Grammy nella categoria Best Alternative Album «ha significato per noi essere accettati dall’America. Abbiamo lavorato duramente laggiù, siamo stati a lungo in tour per spingere l’album. La nomination ci ha ripagati degli sforzi compiuti».

C’è stato un momento in cui vi siete detti: ok, ce l’abbiamo fatta?

«Direi tre anni fa, alla vigilia della pubblicazione del primo disco, quando suonavamo per platee sempre più affollate. Nell’estate del 2012 è arrivata la stagione dei festival ed esibirsi di fronte a tutta quella gente ci ha fatto capire che non stavamo più lottando per la sopravvivenza del gruppo. Ce l’avevamo fatta, e anche piuttosto velocemente».

Pensi che la vostra musica, piena di dettagli e sottigliezze, sia adatta ai grandi locali?

«Era una cosa che ci preoccupava, un tempo. Anzi, all’inizio non pensavamo nemmeno che ci saremmo mai esibiti dal vivo».

Dici davvero?

«Non abbiamo mai ambito a suonare live. Non ci pensavamo proprio. Ci interessava scrivere musica e registrarla. Ma oggi funziona tutto alla perfezione anche in posti grandi. Abbiamo un fonico che si fa in quattro per ottenere un bel sound ovunque si vada. E poi mettici le luci e lo schermo… È tutto ben orchestrato, preciso, perfetto. Ci abbiamo investito un bel po’ di soldi».


Dal vivo usate più elettronica che su disco?

«Sì, oltre al mio drum kit acustico, ho un electronic pad e un sample pad che mi permette di eseguire dal vivo suoni precampionati. Tutti i beat sono suonati live, ma ci sono campionamenti di flauto, sassofono, cose così».

altj o2Com’è stato suonare di fronte a 20 mila persone alla O2 Arena di Londra?

«Surreale. Suonavo e intanto pensavo: wow, è come me lo sono sempre immaginato. Sai, anche se gli Alt-J non hanno mai ambito a suonare davanti a tanta gente, io mi sono sempre esibito dal vivo, sin da ragazzino. Perciò guardavo tutta quella gente e pensavo: non siamo più una piccola band, ce l’abbiamo fatta».

Il bello è che riempite i palasport senza il bisogno di un’immagine forte o provocante.

«E funziona. Forse la gente si relaziona meglio con musicisti che non sono vanitosi. Siamo un esempio per gente creativa, un gruppo di studenti universitari che lavorando duro ce l’ha fatta. Se fossimo le solite celebrità egocentriche la gente non si riconoscerebbe in noi».

Che cosa si prova a suonare le stesse canzoni sera dopo sera? Ormai avrete fatto… quanti concerti?

«Credo cinquecento…».

Ecco, per voi è il concerto numero 500, mentre per un fan è un’occasione rara se non unica…

«È una cosa che cerco di non scordare. Suoniamo quasi tutte le sere e rischiamo di non dico essere annoiati, ma di viverla come una routine. Sapere che qualcuno ci vede per la prima volta o che ci sta aspettando da un sacco di tempo mi dà un’energia speciale».

this is all yoursAvete vinto un Mercury Prize, siete stati al primo posto in classifica con This Is All Yours, avete ricevuto una nomination ai Grammy, avete riempito la O2. Resta qualche sogno da realizzare?

«Vogliamo miglioraci, come autori e musicisti. Vogliamo spingere la musica ancora di più sul terreno della sperimentazione. E vorrei passare più tempo a casa».

Dovrai aspettare perché, a partire da fine febbraio, sarete in giro per il mondo: India, Colombia, Cile, Paraguay, Argentina, Brasile, e poi di nuovo gli Stati Uniti… Oltre a viaggiare, suonare e riposarvi, avete una lista di cose da fare in tour?

«Non sono uno che nei day off socializza granché, me ne sto da solo, ma l’altro giorno ci siamo divertiti un mondo a scendere tutti assieme con lo slittino da una montagna a Zurigo. Tre chilometri a tutta velocità. Vorrei fare cose così, molto semplici. Vedere coi miei occhi culture diverse da quella occidentale,s visitare qualche bella galleria d’arte».

TeenageEngineeringOp1Avete cominciato a suonare nuovi strumenti di recente?

«Io ho comprato un sintetizzatore, un OP-1 della compagnia svedese Teenage Engineering che permette di costruire da zero suoni sintetizzati. Con quello ho cominciato a scrivere parecchia musica ambient, tipo colonne sonore astratte. Uso un software chiamato Ableton che permette di lavorare su suoni concreti come lo scroscio di una fonte d’acqua, ad esempio».

Ne verrà fuori qualcosa per gli Alt-J?

«Mi piacerebbe. Del resto col secondo album ho cominciato a usare molta più elettronica rispetto all’esordio. Ma ancora non so se i miei piccoli esperimenti sonori funzioneranno nel contesto della band o se daranno vita a un mio progetto personale. Di sicuro siamo aperti a nuove cose, sempre. In questo momento stiamo lavorando un pezzo nuovo, ma l’unica traccia inedita che facciamo in concerto è Leon e non è recente».

soundcloud-logoIn quanto musicista, non è deludente constatare che la gente non è più disposta a spendere soldi nell’acquisto di musica?

«Non puoi farci niente. Se fossimo negli anni ’90, saremmo dieci volte più ricchi. Ma guadagniamo in altri modi, grazie ai concerti e ai diritti ceduti a tv e cinema. Voglio che la gente compri il nostro album perché ci abbiamo investito parecchio, ma io stesso ascolto musica su Spotify e Soundcloud. Senza lo streaming il mio sapere musicale sarebbe molto ridotto. Gli smartphone offrono la possibilità di ascoltare musica proveniente da ogni parte del globo. È così che abbiamo assorbito influenze tanto variegate e siamo diventati quel che siamo».

Leggi l’intervista integrale su Rockol

 

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