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John Legend, Kendrick Lamar e la coscienza nera

selma-movie-poster«Un giorno verrà la gloria e sarà nostra». Seduto al pianoforte davanti al pubblico del Dolby Theatre di Los Angeles, John Legend ha intonato Glory alla cerimonia di premiazione degli Oscar, dove il pezzo ha vinto una statuetta come migliore canzone originale. Dalla riproduzione dell’Edmund Pettus Bridge di Selma, Alabama, è apparso il rapper Common in completo scuro giacca e cravatta, mentre un poderoso coro gospel sottolineava il carattere innodico dalla canzone. Il premio è il perfetto coronamento del National African American History Month. A partire dal 1976, negli Stati Uniti il mese di febbraio è ufficialmente dedicato a onorare i risultati ottenuti degli afro-americani in ogni area dell’esperienza umana.

«Ecco perché sfiliamo per le strade di Ferguson»

Glory è l’inno degli «eroi silenziosi», come li ha chiamati il presidente Obama, che hanno cambiato il corso della storia. Tratta dal film di Ava DuVernay Selma, che racconta la marcia guidata nel 1964 da Martin Luther King da Selma a Montgomery, la canzone getta un ponte tra l’epoca del Movimento per i Diritti Civili e i fatti di Ferguson, bilanciando dolore e speranza. «Volevo qualcosa che legasse lo spirito di Selma con quel che accadeva per le strade mentre scrivevo la canzone», ha detto Legend. Common rappa degli «uomini comuni che diventano leggende» e dei «peccati perpetrati sulla nostra pelle» che spronano alla lotta, sollevano le coscienze e diventano una benedizione. «Siamo la resistenza, ecco perché Rosa si sedette su quel bus, ecco perché sfiliamo per le strade di Ferguson con le mani al cielo». 

John LegendIl testo di Legend e Common è laico, ma usa la religione che un tempo era motore del Movimento per rendere il messaggio più potente. «King ha indicato la vetta della montagna e noi siamo corsi a scalarla», rappa Common ammiccando al discorso di MLK noto come “I’ve been to the mountaintop” pronunciato nel 1968, il giorno prima di essere assassinato. Il coro gospel che accompagna i due cantanti mentre raccontano che la storia di abusi non è finita evoca la saldatura fra l’ideale di libertà e uguaglianza da una parte e il raggiungimento della terra promessa dall’altra. Il messaggio della canzone è che la marcia non è mai finita, che la musica può ancora riassumere l’esperienza afro-americana riallacciandosi agli ideali del reverendo King, che la gloria può essere raggiunta solo collettivamente. La potenza espressiva della canzone deriva dal suo esserci immediatamente famigliare nel riallacciarsi in modo politicamente corretto a temi musicali, poetici e politici che hanno segnato la storia di un popolo.

«King ha indicato la vetta della montagna»

Un’altra canzone pubblicata durante il National African American History Month racconta una storia simile, vista però da un’angolazione radicalmente diversa. Il giorno in cui ha vinto due Grammy per la Best Rap Song e Best Rap Performance con i (qui la storia del campionamento che sta alla sua base), Kendrick Lamar ha reso pubblico un pezzo cupo e potente chiamato The Blacker the Berry interpretato in coppia con Assassin. Il titolo è preso dal romanzo del 1929 di Wallace Thurman incentrato sulla discriminazione all’interno delle comunità afro-americane. Al contrario di Glory, il pezzo di Lamar nasconde al posto di rivelare, e contiene un finale inaspettato che ne rovescia completamente il significato. Un verso – «sono il più grande ipocrita del 2015» – è l’unico indizio di quel che accadrà, il filo che lega la canzone al suo epilogo.

«Vengo dal fondo della razza umana»

The Blacker the Berry è apparentemente una canzone di protesta dentro cui Lamar e Assassin stipano rime su cosa significhi essere neri ai tempi di Ferguson, venire «dal fondo della razza umana» ed essere vittime di stereotipi. «Mi odiate, vero? Odiate la mia gente, il vostro progetto è eliminare la mia cultura, siete malvagi e voglio che capiate che sono una scimmia piena d’orgoglio, distruggete la mia percezione, ma non potete portarmi via lo stile», recita una strofa. Sembra il lamento di un uomo che usa gli stereotipi che gli sono stati appiccicati addosso per contrattaccare. Ma la prospettiva, si scoprirà infine, è collettiva e in individuale. 

kendrick lamarLa canzone è costruita per simpatizzare col protagonista o per averne paura, e sembra destinata a esplodere in un crescendo di recriminazioni fino agli ultimi due versi: «Perché ho pianto quando Trayvon Martin è finito sul marciapiede? Perché piango se nelle sparatorie delle gang ammazzo un negro più scuro di me?». Il vero significato della canzone è svelato, così come il perché di quel «sono il più grande ipocrita del 2015». L’oppresso è anche oppressore. Il finale di The Blacker the Berry rovescia lo sguardo delle comunità afro-americane su se stesse e le invita a riflettere sulle proprie colpe senza per questo rinnegare le verità brucianti esposte nei cinque minuti precedenti. Finché i neri americani non smetteranno di uccidersi fra di loro, finché non smetteranno di odiare se stessi, non potranno mai avere pace.

«Sono il più grande ipocrita del 2015»

Se Glory rassicura la coscienza afro-americana di essere nel giusto, e racconta la lotta per l’uguaglianza come una marcia collettiva in cui le comunità sono unite e pacifiche, The Blacker the Berry dipinge la coscienza sporca dei neri d’America e riporta la battaglia per il miglioramento delle comunità sul piano della coscienza personale. La prima è una canzone assolutoria e senza tempo, la seconda è accusatoria e contemporanea. Glory celebra l’essere nero con toni quasi evangelici, puntando il dito contro le macchinazioni dell’uomo bianco, The Blacker the Berry smaschera l’odio del nero per se stesso. Messe assieme, raccontano il travaglio di un popolo nel tentativo di essere contemporaneamente nero e americano.

 

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