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Il lost weekend di John Lennon

John Lennon Lost WeekendIl 6 marzo 1975 John Lennon fece approntare un comunicato stampa in cui annunciava, con uno dei suoi consueti giochi di parole, che la separazione da Yoko Ono era stata un fallimento. Nei mesi precedenti aveva attraversato uno dei periodi più turbolenti della sua esistenza adulta: si era allontanato dalla moglie dopo sette anni d’intensa convivenza trasferendosi in California; si era legato sentimentalmente alla sua segretaria; aveva evitato per un soffio che l’incisione di un album di vecchi brani rock’n’roll si trasformasse in un disastro totale; si era fatto sbattere fuori dai club di Los Angeles coi peggiori amici di sbronze; aveva condensato i sentimenti di paura e incertezza che stava vivendo in un album cupo e inquietante; si era comportato come un adolescente in fuga dalle responsabilità. A rendere ancora più folle la situazione, su di lui pendeva il pericolo dell’espulsione dagli Stati Uniti a causa di una condanna per possesso di marijuana risalente al 1968 e scongiurata al termine di una lunga battaglia legale che per un soffio non fece di Lennon un nuovo Charlie Chaplin. Per l’ex Beatle fu, per così dire, l’ultimo weekend di libertà dalle responsabilità famigliari prima di diventare un “casalingo”. Un lost weekend, lo chiamò lui. Un fine settimana di baldoria, perdizione e immaturità piuttosto lungo: quindici mesi.

Era cominciato nell’autunno del 1973 con la separazione da Yoko, a quanto pare decisa da lei affinché il marito potesse chiarirsi le idee e sperimentare, fino ad averne a noia, la bella vita lontano dal Dakota, la lussuosa residenza affacciata sul Central Park di New York in cui i due vivevano. L’evento, a onor del vero, giungeva alla fine di un periodo di grande tensione e dopo almeno un clamoroso episodio di infedeltà. Nel corso di una festa a casa di Jerry Rubin nel novembre 1972 John aveva fatto sesso con una ragazza incurante del fatto che nella stanza adiacente Yoko e gli altri invitati ne stavano, loro malgrado, ascoltando i gemiti di piacere. Secondo Yoko, John doveva maturare e intanto fare un po’ di penitenza lontano da lei, lasciandola al contempo libera di tornare ad essere un’artista creativa. «Avevo bisogno di spazio e libertà, volevo tornare ad essere un’artista e non la donna che ha fatto sciogliere i Beatles: essere Mrs. Lennon era castrante», disse lei. «Mi cacciò letteralmente di casa», commentò lui.

«Mi cacciò letteralmente di casa»

A quanto pare fu Yoko a suggerire la meta della scappatella del marito: Los Angeles. Si vociferava persino che fosse stata lei a mettergli al fianco la sua segretaria al Dakota, May Pang, una ragazzetta poco più che ventenne di origini cinesi conosciuta nel 1970, quando lavorava per Allen Klein. Il suo primo compito era stato catturare mosche per il film della Ono Fly, un’anticipazione delle bizzarrie cui sarebbe stata sottoposta (avrebbe raccontato la sua esperienza negli anni ’80 nel libro Loving John, ristampato anche come John Lennon: The Lost Weekend). Il musicista finì per legarsi sentimentalmente a lei. Anzi, i due si frequentavano sessualmente da un paio di mesi prima della partenza per la California. La Pang ha negato che Yoko sapesse della relazione, che ha descritto come molto più lunga di quel che si credeva: non quindici mesi, bensì dieci anni, facendo intendere che i due non smisero mai di frequentarsi. In un’altra occasione, Pang si è lamentata di «essere stata cancellata dalla storia ufficiale di John» e che «una volta tornato da Yoko, John sgusciava di nascosto fuori dal Dakota e veniva a trovare me» (anche la ragazza era tornata a vivere a New York). Secondo il manager Elliot Mintz, il rapporto tra i due in California era però «frutto del momento e della convenienza», che è come dire che fra di loro non vi fu mai vero amore, e che «John sembrava infelice perché lontano da Yoko». In ogni caso, il musicista aveva bisogno di un solido aiuto durante la permanenza in California: non era in grado di compiere operazioni elementari come fare la spesa, guidare un’automobile senza causare incidenti, ritirare del contante in banca, effettuare una semplice chiamata telefonica Los Angeles-New York. Non solo: la Pang ebbe anche il compito di coordinare le session delle canzoni che l’artista avrebbe inciso lontano da Yoko.

john mayJohn e May si stabilirono in una casa di Bel Air, su Stone Canyon Road, di proprietà del produttore Lou Adler. Lei gli faceva da segretaria tuttofare, mentre lui cercava di «affogare in una bottiglia», cadendo sempre più in basso in un vortice di depressione e ubriachezza: quand’era giù beveva e più beveva più si deprimeva. «I mesi a Los Angeles» ha raccontato Mintz al biografo Ray Coleman «hanno segnato la fine di un’era per John. Il lato selvaggio che emergeva nel Lennon dei vicoli di Liverpool e, più tardi, di Amburgo, finì sul Sunset Strip di Hollywood. Mi disse in seguito che voleva dimostrare agli amici che poteva cadere in basso quanto loro. Che poteva bere di più, stare sveglio più a lungo, suonare più musica rock’n’roll ed essere oltraggioso quanto loro». Non era uno sballo spensierato. Le nottate brave nei club di Hollywood e gli effetti a volte violenti delle sbronze provocavano in lui feroci rimorsi. Eppure quel fine settimana fu probabilmente meno perduto di quel che comunemente si pensa. Pang afferma che «John era lucido: lavorò molto duramente in quel periodo e non puoi tenere certi ritmi se non sei lucido. Direi anzi che era disciplinato: arrivava a cacciare chiunque si fosse presentato a un appuntamento con soli 10 minuti di ritardo». E ancora: «Non era dipendente dalla droga, la usava per socializzare. Fumava per rilassarsi dopo le session in studio, per scaricare la tensione accumulata. Insieme ci facemmo di acido due volte. Tutto qui».

«Volevo essere trattato come Ronnie Spector»

Anni dopo, nella celebre intervista-testamento a Playboy, il cantante avrebbe liquidato come esagerate le storie sul suo conto. Mintz ha stimato che Lennon si ubriacò non più di una dozzina di volte nei mesi di permanenza in California, spesso coi soliti amici: Harry Nilsson, Keith Moon degli Who, Ringo Starr, il bassista Klaus Voormann, il batterista Jim Keltner, Mal Evans (già tour manager dei Beatles). L’idea, secondo Lennon, era di «affogare tutti assieme» per scoprire «chi sarebbe morto per primo». A differenza dei suoi compagni di sbronze, Lennon era costantemente sotto l’occhio vigile dei mass media. Si stava devastando in pubblico. Non reggeva l’alcol, a quanto pare un effetto collaterale delle droghe assunte ai tempi dei Beatles: fu cacciato dal Troubadour annebbiato dal Brandy Alexander (il drink preferito da Nilsson) e una sera, rabbiosamente alimentato dalla vodka, sfasciò l’appartamento di Adler in cui soggiornava. In quelle occasioni era capace di tirare fuori il peggio di sé, quell’aspetto della sua personalità che durante gli anni di autoreclusione al Dakota cercò di celare agli occhi del pubblico. Il giorno dopo affermava di non ricordare nulla. Secondo Alice Cooper, altro compagno di bevute, «John litigava con Harry e io facevo da paciere. Se uno diceva nero, l’altro diceva bianco». La mente di Lennon era in subbuglio. Era frustrato nel desiderio di tornare da Yoko. Era un circolo vizioso: la sua frustrazione alimentava le bravate e le bravate ne scoprivano il lato immaturo, il motivo stesso per il quale la moglie ne ritardava il ritorno a casa. I due si sentivano continuamente al telefono. Yoko era capace di chiamare a intervalli di cinque minuti ed era costantemente aggiornata su quanto accadeva sull’altra costa degli Stati Uniti. I due arrivavano a sentirsi anche una ventina di volte al giorno.

In seguito, l’artista avrebbe descritto il suo complesso stato d’animo nelle canzoni dell’album Walls and Bridges che con il disco di cover Rock’n’Roll rappresenta lo specchio discografico del lost weekend. Era il rock’n’roll anni ’50 la colonna sonora di quel periodo in una sorta di ritorno ai giorni di Amburgo. Un giorno John si recò a vedere un concerto di Jerry Lee Lewis al Roxy di Los Angeles. Alla fine dello show l’ex Beatle si recò nel camerino. Quando il pianista apparve, Lennon si gettò letteralmente a terra e prese a baciarne i piedi. Lennon carezzava da tempo l’idea di incidere un album di vecchi brani rock’n’roll che avevano acceso in lui la passione per la musica e il “weekend” lontano dalla moglie sembrava l’occasione migliore per farlo. La scelta del produttore cadde su Phil Spector, col quale aveva lavorato ai tempi di Let It Be e degli album solisti Plastic Ono Band e Imagine. Ci mise tre settimane a convincere Spector a lavorare nuovamente con lui: in fondo ai tempi di Imagine John ne aveva frustrato il talento nell’architettare il celebre “muro del suono”. Spector accettò dopo avere ricevuto carta bianca sulle scelte di produzione e la certezza che un paio di sue canzoni avrebbero fatto parte del progetto. A John stava bene: «Volevo solo cantare, volevo essere trattato come Ronnie Spector». Fu scelto anche il titolo: Oldies But Moldies, letteralmente “Vecchi ma ammuffiti”, gioco di parole intraducibile con l’espressione “Oldies but goldies” che indica i successi discografici sempreverdi. Alla fine l’album sarebbe stato intitolato semplicemente Rock’n’Roll.

Lennon WallsJohn forse non immaginava quel che sarebbe accaduto negli studi A&M: il produttore si presentava travestito ora da cowboy, ora da karateka. Invitava decine di musicisti: il primo giorno May Pang ne contò 28 contemporaneamente in studio, ma si arrivò a più di 40. L’alcol e l’atmosfera anarchica trasformarono le session in una festa continua, tra il divertimento e la frustrazione di John. Quando qualcuno versò del liquore sul banco del mixer, i gestori dello studio cacciarono la combriccola, che si rifugiò ai Record Plant West. Lì, Spector decise di farsi rispettare tirando fuori una pistola. La leggenda, avvallata dalla Pang, vuole che sparò anche un colpo. Il proiettile sfiorò la testa di John, stordendolo. Il Beatle disse a Spector: «Senti, Phil, se vuoi uccidermi, fallo. Ma lascia stare le mie orecchie: quelle mi servono». Tra una bottiglia di Courvoisier e l’altra, il gruppo riuscì a registrare una decina di brani. In studio passavano musicisti del calibro di Leon Russell, Dr. John, Jim Keltner, José Feliciano, Danny Kortchmar, Keith Moon, Mick Jagger, ma la mancanza di un progetto focalizzato e di un’atmosfera produttiva rese inutilizzabili molte tracce. Quel che è peggio è che Spector sparì letteralmente dalla circolazione coi nastri delle incisioni, dichiarandosene legittimo possessore.

«Perché non facciamo qualcosa di costruttivo al posto di metterci nei guai?»

Mentre il progetto Rock’n’Roll languiva, John Lennon cadeva sempre più in basso. Un giorno disse a Nilsson: «Perché non facciamo qualcosa di costruttivo al posto di continuare a metterci nei guai? Io continuo a finire sui giornali, mentre il tuo nome non viene mai citato. E sono io ad avere i problemi con l’immigrazione!». Il risultato di questo (parziale) ravvedimento fu Pussy Cats, l’album di Nilsson con John nelle vesti di produttore. Il cast di musicisti e l’atmosfera erano quelle di Oldies But Moldies, ma in versione ridotta. Il progetto servì se non altro a responsabilizzare Lennon, che per completare il lavoro prese la saggia decisione di tornare momentaneamente a New York. Lì John si rese conto della sua situazione: aveva speso mesi interi e un ingente quantitativo di denaro e in mano non aveva alcun album, solo qualche canzone autografa tra cui l’amara riflessione sul suo periodo di depressione Nobody Loves You (When You’re Down and Out) e una dedica all’amante intitolata Surprise, Surprise. Pang afferma che John aveva scritto quest’ultimo brano la mattina dopo avere fatto per la prima volta l’amore, addirittura nell’agosto del 1973. Nobody Loves You divenne il seme del nuovo album, cui John iniziò a pensare seriamente a New York, dove viveva con May in un appartamento sulla 52esima Strada affacciato sull’East River (sulla cui terrazza i due amanti giurarono di aver visto un ufo, ma questa è un’altra storia).

Le nuove canzoni giunsero molto velocemente, in una fiammata di creatività che rendeva giustizia all’artista dopo il (momentaneo) naufragio del progetto del disco di cover. I nuovi brani di quello che sarebbe diventato l’ellepi Walls and Bridges davano forma poetica ai sentimenti di dolore, frustrazione e solitudine provati durante la trasferta californiana. In una canzone intitolata Steel and Glass, un’acida invettiva contro l’ex manager Allen Klein, l’artista ritrovava il suo migliore (o peggiore) spirito polemico. John ritrovò anche l’ironia: l’album si chiude infatti con un accenno di Ya-Ya suonato col figlioletto Julian. Era il suo modo di aderire ironicamente alla richiesta dell’editore Morris Levy che lo aveva denunciato per plagio: Come Together dei Beatles era spaventosamente simile a You Can’t Catch Me di Chuck Berry, di cui Levy deteneva i diritti. Nell’ottobre del 1973 i due avevano raggiunto un accordo extragiudiziale: John avrebbe inciso tre pezzi di proprietà di Levy. L’artista avrebbe onorato seriamente l’accordo in Rock’n’Roll, registrando Sweet Little Sixteen, You Can’t Catch Me e una versione decente di Ya-Ya. Nello stesso periodo, John aiutò Ringo Starr scrivendo la title track di Goodnight Vienna e fu a sua volta aiutato da Elton John a incidere Whatever Gets You Thru the Night, che si sarebbe rivelato uno suoi maggiori hit come solista. Elton strappò una promessa a John: l’ex Beatle si sarebbe esibito con lui se la canzone fosse arrivata al numero 1 in classifica. Contro ogni previsione, accadde davvero.

Lennon At Madison Square GardenNonostante la buona riuscita artistica di Walls and Bridges, nell’estate del 1974 John Lennon si trovava ancora nei guai. Avversato dall’amministrazione federale, sorvegliato dall’FBI, nel luglio 1974 ricevette un’ordinanza che gli imponeva di lasciare gli Stati Uniti entro 60 giorni. Fece appello guadagnando tempo. La contesa si risolse nel settembre 1975: la gravidanza della moglie diede diritto al musicista di restare negli Stati Uniti. Come se non bastasse, da qualche parte qualcuno aveva in mano i nastri del suo disco di rock’n’roll, ma quel problema si stava risolvendo. Grazie all’interessamento della Capitol, Lennon riebbe in mano le registrazioni. «Le recuperai due giorni prima di iniziare le session di Walls and Bridges, ma decisi di non riascoltarli perché non volevo ricordare quello che era successo a Los Angeles. Una volta terminato Walls and Bridges pensai: ok, adesso sentiamoli. Solo quattro canzoni erano utilizzabili. È difficile mixare ventotto persone fuori tempo». Pang ricorda lo scoramento col quale l’artista riascoltò le canzoni. Spector aveva utilizzato tutte e 24 le tracce disponibili, creando una gran confusione. «Pensai» disse Lennon «che la cosa migliore da fare era incidere abbastanza canzoni per avere un album pronto. Così iniziai a registrare nuovamente e terminai il disco in cinque giorni. Ho fatto dieci canzoni, una via l’altra, e mi sono divertito molto».

Le nuove session si tennero nell’ottobre del 1974. Il repertorio fu accordato con Levy, cui Lennon spedì incautamente una copia delle canzoni cui stava lavorando. Con un gesto da vero pirata discografico, Levy prese i nastri di Lennon e ne trasse un album venduto per corrispondenza (e oggi preda ambita dai collezionisti): Roots: John Lennon Sings the Great Rock & Roll Hits. La Capitol si vide costretta ad anticipare l’uscita di Rock’n’Roll (per non sovrapposi a Walls and Bridges, pubblicato nel settembre del 1974, era inizialmente prevista per la primavera del 1975). Levy fu denunciato e costretto a pagare una multa. Per rappresentare il legame tra il disco e le radici rock’n’roll del giovane Lennon, fu scelta come immagine di copertina una fotografia scattata nel 1961 ad Amburgo. Era la chiusura di un cerchio. «È una cosa karmica? Eccomi con una fotografia di me stesso nel 1961. Sono tornato al punto di partenza: puro e semplice rock’n’roll».

Lennon NYOltre a generare due album tutt’altro che trascurabili, il weekend perduto donò a Lennon la possibilità di riallacciare alcuni rapporti. Secondo May Pang, in sua presenza e lontano da Yoko egli sarebbe diventato più socievole, ritrovando l’amicizia con Paul McCartney e la moglie Linda. Con John nuovamente al Dakota, McCartney fu invece nuovamente costretto a prendere appuntamento per incontrare il vecchio amico. Di sicuro, in quegli anni l’atteggiamento di Lennon verso il periodo dei Beatles stava cambiando: si stava riappacificando col proprio passato. A quanto pare, confidò a Nilsson la volontà di tornare a scrivere canzoni con Paul. Nello stesso periodo, altre due importantissime presenze rientrarono a far parte della vita di John: l’ex moglie Cynthia e il figlio Julian, che per quasi tre anni non aveva visto il padre. Si incontrarono subito dopo il Natale del 1974, quando Cynthia e Julian andarono a trovare John a Los Angeles. I tre si recarono a Disneyland, ricomponendo anche solo momentaneamente un nucleo famigliare dissoltosi molti anni prima, sebbene John cercasse di evitare il più possibile di passare del tempo con l’ex moglie. Il figlioletto accompagnò il padre a New York durante le incisioni di Walls and Bridges. Il biografo Ray Coleman che lo incontrò nello studio di registrazione ricorda un uomo depresso e intenzionato a tornare con Yoko. Nel frattempo, il 28 novembre 1974, Lennon aveva avuto l’occasione di mantenere la promessa fatta a Elton John. Whatever Gets You Thru the Night era arrivata al primo posto della classifica americana, primo singolo dell’ex Beatle a farlo, e John apparve a sorpresa al concerto del collega al Madison Square Garden. I due suonarono assieme Whatever Gets You Thru the Night, Lucy in the Sky With Diamonds e I Saw Her Standing There, una scelta bizzarra quest’ultima, essendo il brano originariamente scritto e interpretato da McCartney. (In quello stesso periodo John allacciò una collaborazione con David Bowie. Quest’ultimo lo invitò in studio mentre si occupava delle ultime sovraincisioni dell’album Young Americans. Lennon cominciò a strimpellare col chitarrista Carlos Alomar un riff funkeggiante: era nata Fame).

«Quando salì sul palco la gente impazzì. Ma io vedevo un uomo solo. Piansi»

Quando seppe dell’evento del Madison Square Garden, Yoko Ono fece di tutto per esserci. «Quando salì sul palco» ha ricordato «la gente impazzì. Ma io vedevo un uomo solo. Piansi». I due si incontrarono nel backstage. La leggenda racconta che in quell’occasione vi fu la definitiva riconciliazione. Nelle parole di Yoko, «fu come iniziare di nuovo». May Pang ha sempre contestato la tesi dell’improvviso e definitivo ritorno di John da Yoko, incrinando il mito dei due sposi ritrovati. Un giorno del febbraio 1975, racconta Pang, «John andò al Dakota: voleva smettere di fumare e Yoko gli aveva detto di avere la cura giusta e di raggiungerla per una seduta di terapia. Mi disse: sarò a casa per cena. Invece restò con lei. Lo incontrai due giorni dopo dal dentista. Mi disse: Yoko mi ha dato il permesso di restare con lei e di continuare a vederti, ti amo ancora». Pang insinua che Ono avrebbe ricattato moralmente Lennon, facendogli credere che un suo ritorno a casa avrebbe avuto risvolti positivi nell’annoso problema dell’immigrazione. Il musicista e la segretaria avrebbero continuato a frequentarsi anche dopo il ritorno di John da Yoko. Le dichiarazioni del musicista avevano però tutt’altro tono: «Mi sento nuovamente a casa, adesso. Sapevamo entrambi che prima o poi saremmo tornati assieme, per questo non abbiamo mai pensato al divorzio. Io sono quello che dovrebbe sapere ogni cosa e invece è Yoko la mia maestra. E certe lezioni sono dure da imparare». Ben presto avrebbe imparato lezioni altrettanto importanti sull’autoisolamento, sui doveri di padre, sul richiamo della musica e sui pericoli della fama.

Pubblicato originariamente nella rivista Rock Files

 

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