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FKA twigs, l’aliena che vive in un videoclip

twigsFKA twigs vive dentro un videoclip. Ogni sua singola mossa – il modo in cui inarca la schiena, i movimenti delle mani, gli scatti delle spalle – è studiata nel minimo dettaglio. Il suo corpo reagisce alla musica: ora dà l’impressione di essere dominato dal ritmo, ora sembra comandarlo con i suoi movimenti. È un dialogo continuo e spiazzante fra la cantante inglese e i ritmi incostanti che vengono creati alle sue spalle. Lei è al centro della scena, una presenza magnetica e sensuale. Un body scuro lascia scoperte le spalle, una gonna chiara fa intravedere le gambe. Non c’è un momento in cui non si produca in un gesto, un movimento, un segno. Ed è sempre fluida, piena di grazia. La voce è pesantemente effettata ed è aiutata da accompagnamenti non eseguiti dal vivo, ma Tahliah Barnett riesce a riprodurre in modo soddisfacente le contorsioni canore dell’album d’esordio LP1, passando da un tono infantile a un falsetto lunare, da echi ammalianti di R&B a minimalismi trip-hop, da emissioni fragili a vocalizzi potenti. La sua voce è l’unico elemento melodico. Dietro lei s’agitano tre musicisti, spesso nascosti da fumi e giochi di luce. Ognuno sta dietro a una postazione di percussioni elettroniche che, suonate con le bacchette, riproducono una buona varietà di suoni.

I tre sono instancabili nel produrre poliritmi intricati, beat spezzettati, tessiture elettroniche, e tirano fuori dai pad suoni di percussioni intonate, glitch, sincopi e rumorismi industrial. Occasionalmente imbracciano basso o chitarra elettrica, ma i suoni degli strumenti sono effettati fino a sembrare muggiti metallici. L’impianto sonoro è minimale, ma di grande effetto. I beat sono staccati, organizzati in sequenze contorte. La musica è stilizzata, fatta di pulsazioni e sequenze, a suo modo estrema. E si contrappone con la sua freddezza al canto umano e fragile di twigs. C’è qualcosa di alieno e al contempo umano in questo dialogo fra le sequenze prodotte dai musicisti e le movenze della cantante. È uno spettacolo teatrale, che soffre giusto del tono un po’ monocorde delle canzoni e dell’accompagnamento. Non ci sono scossoni, è un’immersione in un suono, in un mondo. Per via del carattere della musica, a tratti si ha l’impressione che twigs sia sola sul palco. Ma ogni volta riesce a riempire quel vuoto col carisma e il corpo. Per un’ora si vive in una dimensione irreale, in un tempo sospeso. Twigs non rivolge quasi mai la parola al pubblico. Un’artista così – perfetta, regale, divina – sembra a tratti distante. Un’apparizione aliena. Il pubblico è spettatore incantato, mai co-protagonista. E così il concerto diventa un atto d’adorazione per un’artista dalla perfezione irraggiungibile.

Apparso in un’altra versione su Rockol

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