Interviste

Mark Knopfler, una questione di polpastrelli

knopfler ainlay aperturaLo chiamavano Mr. Digital, e non a torto. A metà anni ’80 è stato fra i primi, accesi sostenitori del digitale e dieci anni dopo è uno dei pionieri del suono Surround applicato alla musica. Ma Chuck Ainlay è soprattutto un fonico e produttore con una lunga esperienza in campo country. Lavora a Nashville e vanta un curriculum di collaborazioni impressionante, un who’s who del country degli ultimi vent’anni: Vince Gill, Wynonna, George Strait, Trisha Yearwood, Lyle Lovett, Nancy Griffith, Marty Stuart, Travis Tritt, Waylon Jennings, Dixie Chicks, Willie Nelson, Steve Earle sono solo alcuni degli artisti cui ha prestato la propria opera. Quando, alla vigilia dell’incisione di On Every Street, Mark Knopfler cercava un fonico in città, il chitarrista steel Paul Franklin lo mise in contatto con lui. Da allora Ainlay è diventato il braccio destro del chitarrista in cabina di regia, subito “promosso” al ruolo di co-produttore di tutti gli album solisti tranne l’ultimo Tracker. Nel 2006 ha vinto un Grammy per il Surround Sound della riedizione di Brothers In Arms. Nel 2012 l’ho chiamato nel suo studio di Nashville per parlare dello stile di Knopfler.

L’impressione è che Mark Knopfler oramai segua il suo istinto, le sue passioni…

«Si è liberato dalle pressioni commerciali. Vuole vendere dischi senza piegarsi ai trend. Ma la cosa che più gli interessa oggigiorno è essere un grande songwriter. Sì, un autore prima ancora che un chitarrista. Ed è cresciuto anche come cantante».

Vero. È un fatto sottovalutato, questo…

«Ai tempi dei Dire Straits il suo canto era un… grugnito indecifrabile. Oggi la sua voce esprime grande personalità, è molto espressiva e ricca di sfumature che arricchiscono le canzoni».

Mark dà l’impressione che il suono esca dalle dita prima ancora che dalla chitarra…

«È il bello del suo stile. Non usa pedali, né saturazioni. Quel che esce dalla chitarra è la diretta espressione del suo modo di suonare. È incredibile in quanti modi le sue dita riescono a far vibrare le corde. E il fatto che non usi il plettro accresce notevolmente la gamma dinamica».

Chuck AinlayIl suo picking mi pare una conseguenza indiretta del suo amore per il country. Tu come la vedi?

«Usando strumenti acustici, nel country c’è effettivamente la tendenza a usare un suono più naturali. E poi a Nashville usiamo incidere con tutti i musicisti che suonano assieme nella stessa sala, piuttosto che registrare uno strumento alla volta. Anche Mark ama fare così: è un modo per assicurarsi che ci sia una coralità d’intenti, che ogni musicista reagisca, comunichi e si misuri con quel che suonano gli altri in quel momento».

Credi che negli ultimi anni abbia cambiato stile chitarristico?

«Rispetto ai tempi dei Dire Straits ha uno stile meno aggressivo. Direi meno ostentato. Oggi la sua chitarra si mette meno in mostra e risponde maggiormente alle canzoni».

Ci sono produttori come Daniel Lanois o T Bone Burnett con un loro sound. E poi ci sono produttori meno invasivi, per così dire. Tu appartieni alla seconda categoria…

«Non ci sono regole. Daniel è un grande produttore e amerei sentire un disco di Mark inciso con lui. Ma non accadrà mai: artisti come Knopfler hanno così tanto da offrire che il punto di vista di un produttore, anche quello di un grande produttore, sarebbe limitante. E poi conosco Mark, non lavorerà mai con un altro produttore perché vuole fare le cose a modo suo, vuole registrare le canzoni esattamente come le sente. Ha un talento speciale nell’immaginare come una canzone finirà per suonare. Ha tutto nella testa».

È critico con se stesso e i suoi collaboratori?

«Si prende il giusto necessario per raggiungere il risultato che vuole. A Nashville siamo abituati a registrare due, tre canzoni nell’arco di tre ore. Mark no, lui impiega una giornata intera per incidere un solo pezzo. Essendo un grande musicista, sa esattamente quali note ognuno deve suonare. Voglio dire, sa se è meglio che il bassista Glenn Worf suoni la tonica o la quinta dell’accordo che sta facendo il pianista. Il che mi facilita il lavoro: l’arrangiamento è così ben orchestrato che tutti gli strumenti coesistono armoniosamente».

Sono dischi costosi da incidere?

«Mark ha il suo studio di registrazione e quindi riesce a contenere i costi. Ma, come sai, gran parte del budget è impiegato per i musicisti e quindi, sì, i dischi di Mark non sono economici. Ma ne vale la pena: è il tipo di album che riserva sorprese ogni volta che l’ascolti».

Mark KnopflerIl suo sound è fuori dal tempo. O senza tempo.

«Il fatto di usare strumenti “tradizionali” è un vantaggio. Sai, ci sono gli artisti, che cercano di spingere i confini della musica più in là con originalità. E poi ci sono gli imitatori, che usano i trend del momento. Ovviamente Mark è un artista».

Qual è il momento più incredibile che hai vissuto in studio con lui?

«Un giorno, durante le session di Golden Heart, eravamo io e lui agli Air Studios. Stavamo provando il suono delle chitarre. Eravamo vicini, sulle nostre sedie. Io, lui e tutte quelle chitarre. Non ricordo cosa stesse suonando. Ricordo che ho pensato che Mark Knopfler era lì a due metri da me e io ero la persona più fortunata del mondo».

 Pubblicato originariamente su JAM 194

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