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Epopea razziale e redenzione personale nel capolavoro di Kendrick Lamar

kendrick-lamar-to-pimp-a-butterfly-1050x1050«Every nigger is a star», recita il campionamento di Boris Gardiner che apre il terzo album di Kendrick Lamar. Annunciato da una copertina strepitosa – uno scatto del fotografo francese Denis Rouvre dove il rapper e la sua ghenga improvvisano un party sul prato della Casa Bianca, stringono per le mani bottiglie e danari, mentre un giudice bianco è a terra, forse morto – To Pimp a Butterfly è una parabola sull’artista nero e per estensione sull’afroamericano negli Stati Uniti del XXI secolo come e forse più dell’acclamato Black Messiah di D’Angelo. È un lungo dialogo interiore, un formidabile contenitore di suoni e parole cumulate con libertà e talento dove, un po’ come nella copertina che veicola messaggi di segno opposto, non tutto è come sembra e s’incrociano significati psicologici, sociali, politici, religiosi, musicali. È la discesa in mondo di paranoia e disprezzo per sé, e una parabola sui pericoli del successo. Ed è pure un viaggio nella storia della musica afroamericana, assemblato ascoltando Parliament e Miles Davis i cui segni s’intersecano rendendo vivo il conflitto interiore del protagonista. È un disco radicato nella tradizione senza darlo a vedere. È denso eppure seducente. E dimostra, come ha detto Prince ai Grammy, che gli album contano ancora.

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Nelle sedici canzoni di To Pimp a Butterfly va in scena lo scontro fra il mondo che ha concepito il rapper, ovvero il ghetto e le sue regole non scritte, e lo slancio verso la creatività. Ma anche il commercio contro l’arte. Falsità contro sincerità. Autodistruzione contro bellezza. Valori materiali contro valori immateriali. Tentazione contro virtuosità. Persino Lucifero contro Dio. Nel “pimp” del titolo sono inscritte manipolazione e degradazione. Lo spiega bene Wesley’s Theory che apre il disco. Prodotta con Flying Lotus, campione della psichedelia nera “totale”, racconta la trasformazione del ragazzo-farfalla che esce dal bozzolo (la sua comunità) e diventa una star. Anche la musica s’accorda al tema, rigenerandosi di continuo in nuove atmosfere. «Sei veramente quello che loro adorano?», si domanda Lamar e non ci sarebbe bisogno d’altro per spiegare il disco. Ci sono i desideri di quello che esce dal ghetto e vuole avere tutto e subito: «Quando firmerò un contratto, amico, farò il matto». Comprerà la Cadillac che ha sempre sognato, porterà mezza Compton sul prato della Casa Bianca, andrà in giro con un fucile d’assalto M16 in grembo. La base non sottolinea il carattere violento del testo, ma la sua natura delirante. «Cosa vuoi? Una casa o un’auto? Quaranta acri e un mulo, un pianoforte, una chitarra?», dice il diavolo tentatore introducendo il tema razziale: alla fine della guerra civile furono promessi a ogni nero quaranta acri di terreno e un mulo per ararli. Ma nulla è gratis. «Ricorda, a scuola non ha passato l’esame di economia».

Kunta Kinte altL’album ha una prospettiva più ampia del precedente good kid m.A.A.d. city, incentrato su Compton. Raccontando la propria storia e i propri tormenti di rapper uscito dal ghetto e diventato una star, Kendrick Lamar esamina la condizione degli afroamericani nell’America post Ferguson. King Kunta è una riappropriazione della storia afroamericana con sullo sfondo la figura di Kunta Kinte, il protagonista del romanzo di Alex Haley Radici (1976) che alla fine degli anni ’70 fu trasposto in una serie televisiva di grande successo anche in Italia. Su un beat basato su We Want the Funk di Ahmad Lewis, Lamar racconta l’essere afroamericano come una condizione di schiavitù e regalità al tempo stesso. Kunta/Lamar è schiavo e re come chiunque salga al potere manipolando i desideri altrui e diventa prigionero dei propri. Nel fulminante intermezzo For Free? (Interlude), una sorta di scioglilingua poggiato su una base suonata da un sestetto jazz, Lamar dipinge in termini apocalittici i rapporti fra uomini e donne nelle comunità nere. È un rapporto malato. Le coriste Anna Wise e Darlene Tibbs lo deridono e dicono che ora «ho un altro negro», lui continua a ripetere ossessivamente che «questo uccello non è gratis». O forse il rapper sta dialogando con l’intera nazione? «Ehi America, brutta stronza, ho raccolto io il cotone che t’ha fatta diventare ricca».

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Il pezzo chiave per comprendere la posizione di Lamar è The Blacker the Berry, scritta nel giro di un’ora dopo avere saputo della morte di Trayvon Martin. Il titolo richiama quello del romanzo del 1929 di Wallace Thurman incentrato sulla discriminazione all’interno delle comunità afroamericane. Apparentemente è un rap di protesta di chi viene «dal fondo della razza umana» ed è vittima di stereotipi. «Mi odiate, vero? Odiate la mia gente, il vostro progetto è eliminare la mia cultura, siete malvagi e voglio che capiate che sono una scimmia piena d’orgoglio, distruggete la mia percezione, ma non potete portarmi via lo stile», recita una strofa. Ma sono gli ultimi due versi a rivelarne il senso ultimo: «Perché ho pianto quando Trayvon Martin è finito sul marciapiede? Perché piango se nelle sparatorie delle gang ammazzo un negro più scuro di me?». L’oppresso è anche oppressore e Lamar invita gli afroamericani a riflettere sulle proprie colpe. «Puoi portare il ragazzo fuori dal ghetto, ma non riuscirai a portare il ghetto fuori da lui», canta Snoop Doog sul finale di un’altra canzone intitolata Institutionalized, mentre Bilal recita la parte della nonna saggia di Lamar: «La merda non se ne va finché non ti alzi e ti pulisci il culo».

Lamar Booklet altTo Pimp a Butterfly è anche il prodotto della depressione in cui è caduto Lamar, figlio del ghetto che prova un gigantesco senso di colpa per avere raggiunto il successo. I versi chiave, che non a caso ricorrono nell’album, sono: «Ricordo il conflitto che provavi per avere usato male la tua influenza. A volte l’ho fatto anch’io. Ho abusato del mio potere, spinto dal risentimento. E il risentimento è diventato depressione». Un urlo introduce u (scritta così, in minuscolo) che rappresenta il luogo più oscuro dell’album, fra sensi di colpa, rabbia, insicurezza, odio per se stesso. I pensieri disconnessi del rapper, chiuso in una stanza d’albergo, prendono la forma di linee di sassofono alto, tenore e baritono, e rintocchi sinistri di pianoforte. «Amarti è complicato», dice Lamar guardandosi allo specchio ed è ovvio che non parla a un’amante, ma a se stesso. Poi la musica è risucchiata dal nulla, si sente la cameriera ispanica che bussa alla porta della camera e la canzone cambia completamente natura. Lamar tira fuori un’altra voce – To Pimp a Butterfly ne contiene un vero catalogo. È la voce interiore che emerge dai fumi dell’alcol e snocciola una serie di lamentele e recriminazioni. È il suono della coscienza ubriaca che gli dice: «Sono fottuto, ma non quanto te. Non riesci proprio a fare le cose per bene, hai il cuore corazzato. Avrei dovuto ammazzarti tanti anni fa».

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E invece è vivo. «Andrà tutto bene», gli canta addosso Pharrell Williams nella canzone che segue titolata Alright. La fede di Lamar lo porta a dare un nome evocativo al nemico invisibile: Lucy, che ricorda Lucifero. In For Sale? (Interlude) il diavolo tentatore ha il ventre morbido e braccia accoglienti. La musica scivola in un suono mellifluo, dove la percezione è alterata dalle droghe. Il richiamo del male è seducente tanto quanto la voglia di potere e ricchezza tipica della cultura hip-hop. Lucy ha portato Lamar fuori dal ghetto e ha comprato un villone per la madre e ora chiede fedeltà porgendo un contratto da firmare. «Mi sono ritrovato a urlare in quella camera d’albergo, non volevo autodistruggermi, Lucy e il suo Male mi circondavano, perciò sono tornato a casa in cerca di risposte». Casa è Compton e la risposta è i (ancora minuscolo), una sorta di inno positivo basato sul campionamento di That Lady degli Isley Brothers scritto per scrollarsi di dosso la depressione. «Ne ho passate di tutti colori, difficoltà d’ogni tipo, ma conosco Dio». Illuminato dalla fede, il rapper amerà se stesso «un giorno alla volta». Nel finale, celebra la parola negus, il titolo nobiliare etiope attribuito ai re, opponendola alla «parola che inizia per enne e che ci controlla tutti quanti», ovvero nigger. In realtà il finale è un altro. L’ultima traccia Mortal Man riassume i temi del disco e si spegne lentamente in una sorta di dialogo con l’angelo custode Tupac, che appare nella registrazione di un’intervista del 1994. La farfalla rappresenta il talento, il pensiero e la bellezza del bruco. Ma sperimentando il lato duro dell’esistenza il bruco pensa che la farfalla sia debole. Solo quando comincia a riflettere sulla propria condizione, il bruco si trasforma in farfalla. «Anche se sono due cose completamente differenti, il bruco e la farfalla sono la stessa identica cosa».

Lamar pimp altE così To Pimp a Butterfly è un’epopea personale e razziale, una storia di redenzione di un singolo individuo proiettata su uno sfondo più vasto. Lamar si offre come testimone di se stesso e forse ha ragione quando dice di essere la cosa più vicina che esista a un predicatore per molti ragazzi. La fede gioca un ruolo fondamentale nell’album, che veicola l’idea che la riflessione sulla propria condizione – economica, razziale, sessuale – non possa prescindere dalla spinta al rinnovamento. Lamar ama ricordare l’invito della madre quand’era ragazzo: «Quando la smetterai di fare la vittima?». Dopo avere ascoltato il disco, la sua copertina risulta ancora minacciosa – una specie di dichiarazione di guerra razziale – ma dal significato lievemente mutato: i volti sconvolti dalla droga e sfatti dall’alcol e la brutale irrazionalità della scena non sono più solo un’affermazione di potere e di fedeltà alla comunità, ma hanno qualcosa di parodistico, somigliano a un monito contro la degenerazione delle lotte razziali. Sono bruchi e farfalle sul prato della Casa Bianca. To Pimp a Butterfly echeggia quel che sta accadendo nell’America nera e il dibattito attorno ai fatti di Ferguson, ma evita la scorciatoia del vittimismo. Invita a una rivoluzione, sì, ma di carattere personale. Narra una storia di purificazione attraverso una miscela dinamica di jazz, p-funk, soul e spoken word che è saldamente radicata nella storia della musica afroamericana. La stessa storia di cui Kendrick Lamar e To Pimp a Butterfly ora fanno legittimamente parte.

 

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