Interviste

L’album finale dei Toto? Parla David Paich

totoFino a un anno fa i musicisti dei Toto erano convinti che Falling in Between del 2006 sarebbe stato il loro album finale. Nel 2010 il gruppo californiano ha ripreso a esibirsi per raccogliere fondi a favore del bassista Mike Porcaro affetto da SLA. Poi, mentre la band lavorava alla pubblicazione del dvd Live in Poland, i tipi dell’etichetta Frontiers hanno fatto notare che, secondo una certa interpretazione del contratto, i Toto avrebbero dovuto dare loro un altro album. «All’inizio» racconta il tastierista David Paich «ci siamo rifiutati. Potevamo portare la controversia in tribunale come altri hanno fatto prima di noi in casi simili. Poi ci siamo detti: forse è destino che si faccia un ultimo disco. Abbiamo trasformato la negatività in positività e ci siamo dedicati anima e corpo a quello che, potenzialmente, potrebbe essere il nostro album finale». Il disco s’intitola Toto XIV, è molto più a fuoco di Falling in Between e rivede assieme quattro membri chiave della band: Paich, l’altro tastierista Steve Porcaro, il chitarrista Steve Lukather e il cantante Joseph Williams, più il bassista originale David Hungate e il batterista Keith Carlock. Quest’ultimo, impegnato con gli Steely Dan, sarà sostituito da Shannon Forest nel tour che toccherà l’Italia in luglio: il 3 a Milano, il 5 a Roma, il 19 a Taormina. Lo scorso 15 marzo, mentre la band si preparava a lanciare l’album, è giunta la notizia della morte di Mike Porcaro. Ne abbiamo parlato con Paich, membro chiave fin dalle origini, session man per Michael Jackson e decine d’altri, autore di Hold the Line e Rosanna.

Da dove avete ricominciato?

«Io, Steve Lukather e Joseph Williams ci siamo chiesti: come dovrebbe iniziare un album dei Toto? Abbiamo attaccato a suonare ed è nata Running Out of Time. È pura improvvisazione, roba fatta al momento, d’istinto. Quel che senti nel disco corrisponde a quel che abbiamo suonato quel giorno».

Chi è il protagonista della canzone, il ragazzo che corre contro il tempo?

«Joseph ha fatto quel che facevano un tempo Robert Plant o Jon Anderson degli Yes: ha improvvisato parole che stavano bene con la musica. Scrittura automatica. Poi abbiamo elaborato il concetto. Il protagonista è paranoico, sente che la morte è vicina, vuole fare tutto ciò che è in suo potere finché è vivo. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso, siamo bombardati da notizie allarmanti, siamo in preda alla paura».

Non siete una band impegnata, eppure l’album è attraversato da una vena politica: perché adesso, nel 2015?

«Vero, non siamo mai stati una band politicizzata. Ci interessava avere grandi case, auto potenti, belle ragazze, realizzare il nostro sogno rock’n’roll. Invecchiando abbiamo cominciato a guardarci attorno, ad avere certi pensieri. Come Holy War, una specie di hard rockabilly con un sapore mediorientale che racconta di come si continua ad ammazzare in nome di Dio. E poi c’è 21st Century Blues che è una canzone su come le cose erano più semplici un tempo quando non c’erano telefoni cellulari e tv via cavo. È il blues di una moderna famiglia borghese».

Hai nostalgia del passato?

«Certo che ce l’ho. Oggi le persone vivono attaccate allo smartphone, hanno smesso di parlarsi. Noialtri veniamo da un’epoca diversa, quella degli album in vinile. Cerchiamo d’essere moderni, ma con un tocco old school».

A proposito di tecnologia, dopo la causa di Blurred Lines qualcuno ha detto che oggi è più facile cadere nella tentazione di scimmiottare lo stile altrui perché grazie a Spotify o Deezer i musicisti in studio si confrontano continuamente con la musica dei colleghi. Tu sei un grande session man: come la vedi?

«Dico che è sempre accaduto. Un autore brillante dovrebbe essere totalmente originale – pensa ai Beatles o a Elton John. Ma se sei un songwriter, prima o poi verrà qualcuno a dirti che ha sentito una tale canzone e vuole che tu componga per lui un pezzo simile. La sfida è riprodurne il feeling, fare provare a chi l’ascolta le stesse sensazioni riuscendo a essere originale. Un filo sottile separa l’omaggio dalla copia ed è una vita che gli autori camminano su quel filo. Sono contento che qualcuno vigili sull’originalità della musica. Non puoi prendere Racconto di due città o Grandi speranze, dargli un altro titolo e far finta che sia roba tua. Se vuoi usare le canzoni degli altri devi pagare gente come me, che le ha scritte».

Toto vinileE come si fa a scrivere qualcosa di originale arrivati al quattordicesimo album e dopo centinaia di session?

«Una parte di me pensa: le musiche migliori sono state già scritte, non abbiamo alcuna chance di registrare qualcosa di importante. Un’altra parte di me pensa invece che è ancora possibile avere un impatto sulla gente. È quello che cerco di fare con un pezzo nuovo intitolato Orphan. È il mio modo di dire: ehi, per quanto vi sentiate orfani, sappiate che non siete soli al mondo, c’è sempre qualcuno con cui entrare in contatto. Noi autori abbiamo il dovere di guardare il mondo con occhi diversi, cercare di provocare un cambiamento attraverso l’arte».

Chi è Jeffrey a cui è dedicata Unknown Soldier?

«È Jeff Porcaro, con cui ho fondato i Toto [scomparso nel 1992]. Oltre a essere un batterista, era uno studioso appassionato di storia della guerra di secessione. A un certo punto si interessò dei ragazzi che suonavano i tamburi per accompagnare i soldati sul campo di battaglia. In particolare amava un romanzo di Stephen Crane intitolato The Red Badge of Courage, basato sulla storia di uno di quei ragazzi. Jeff mi ha trasmesso la sua passione e così molti anni fa ho cominciato a scrivere qualche riga sull’argomento. Quando è venuta fuori la musica di Unknown Soldier, mi è sembrato che fosse adatta alle parole che avevo scritto. Parla di tutti i ragazzi che hanno lottato per la libertà. E non mi riferisco solo alla guerra di secessione, ma anche agli afroamericani che si battono per l’uguaglianza o ai francesi che si schierano per la libertà di espressione. È un modo per rendere onore ai ragazzi senza nome impegnati nelle battaglie per la libertà in un mondo in cui si fanno le guerre per il petrolio e per i soldi».

Chinatown ricorda i vecchi Toto…

«Un motivo c’è: la scrissi nel 1978, per il nostro primo album. Non la pubblicammo perché non riuscivo a venire a capo del testo: era politicamente scorretto e non essendo un Donald Fagen o un Walter Becker non ero sufficientemente bravo per renderlo convincente. È stata di Steve Lukather l’idea di riprende in mano la canzone con un nuovo testo. E così ho concepito con Mike Sherwood questa storia ricordandomi delle serate passate con mio cugino e un suo amico, quand’ero adolescente. Si andava nella Chinatown di San Francisco in cerca di birra, di ragazze e di guai. Si è trasformata in una specie di Opera da tre soldi, con tre diversi cantanti. È un viaggio nel ventre scuro di Chinatown. Ci abbiamo messo sei mesi a finire il testo».

In Toto XIV ci sono altre vecchie musiche?

«No, giusto l’attacco di Great Expectations che avevo concepito ai tempi di Turn Back».

Vuoi condividere con noi un ricordo di Mike Porcaro, qualcosa che ci faccia capire che tipo era?

«Ai tempi di Falling in Between scrissi una canzone intitolata Spiritual Man. Era il racconto della storia di Gesù Cristo – sai, ho ricevuto un’educazione cattolica. Volevo usare una prospettiva storica e descriverlo come un essere umano. È stato Mike a dirmi che avrei dovuto allargare la prospettiva della canzone e raccontare di altri profeti. Grazie a lui è venuta fuori una canzone su Gesù, Buddha, Maometto… e John Coltrane».

Hai avuto modo di dirgli addio?

«Più di una volta. Andavo a trovarlo ogni due mesi, qui a Los Angeles. Quasi fino all’ultimo è stato lucido e brillante. Lo conoscevo da quando si era quattordicenni. Prima che morisse abbiamo discusso di tutto, dalla fede al funk. Gli parlo ancora tutti i giorni, anche se so che adesso è lassù con suo fratello Jeff».

Che cosa hai imparato da tuo padre, il grande musicista e produttore Marty Paich?

«È il mio eroe e il mio mentore. Mi ha insegnato che bisogna prendere seriamente la musica, essere professionali, avere una forte etica del lavoro. Perché la musica è un dono divino e come tale va rispettata».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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