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Il prezzo della musica

euro score«Quanto vale davvero la musica?», si chiede Marc Hogan in un recente articolo di Pitchfork. Per offire una risposta, pubblica tra le altre cose una tabella di prezzi, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, dall’ascolto pubblico di una composizione sul fonografo al visual album di Beyoncé di un anno e mezzo fa. Vorrei rovesciare il punto di vista e discutere non il prezzo della musica, ma quanto noi consumatori siamo disposti a pagarla. Il punto non è quanto, al netto dell’inflazione, paghiamo un album rispetto all’epoca di Out of Time dei R.E.M. (un po’ meno) o di Rumours dei Fleetwood Mac (molto meno). Il punto è che oggi la musica non ha un prezzo univoco. È disorientante, ma siamo sicuri che sia un fatto negativo?

Nella seconda metà degli anni ’90, ben prima che l’industria discografica vivesse un drammatico tracollo di fatturato, si dibatteva sul prezzo dei compact disc. Una proposta, in particolare, sembrava minoritaria, ma ragionevole o comunque degna di essere discussa seriamente: perché non differenziare il prezzo dei cd, come avviene coi libri? Perché l’utente paga il disco dei Pink Floyd, nella cui produzione e promozione sono state investite ingenti risorse, tanto quanto l’album di una band esordiente? E invece niente: i nuovi compact disc avevano bene o male tutti lo stesso prezzo, indipendentemente dalla caratura dell’autore, dal valore del prodotto, dal packaging che lo accompagnava, dalle potenzialità commerciali. Vent’anni dopo, la musica sembra avere semplicemente perso valore, fino a diventare gratuita. Se allora davamo la colpa alla mancanza di volontà o all’incapacità dell’industria discografica di offrire prodotti di qualità a prezzi contenuti, e non dischi pieni di riempitivi in vendita a 35.000 lire, oggi ce la prendiamo con le piattaforme di streaming come Spotify che riconoscono agli artisti – tramite il filtro delle etichette, e questo è un punto spesso sottovalutato – meno di un centesimo di euro per ogni canzone ascoltata. Vent’anni fa il prezzo della musica ci sembrava alto, oggi ci sembra basso, o addirittura nullo.

Ho la sensazione che molti appassionati si sentano derubati, disorientati, orfani del vecchio sistema, eppure mai come oggi sono loro a determinare il prezzo della musica. La rivoluzione digitale e la moltiplicazione di formati e di canali attraverso cui acquistare musica hanno incrementato enormemente la possibilità di scelta del consumatore che un tempo abitava un mercato in cui il prezzo era fissato rigidamente. Dalla canzone ascoltata sul profilo gratuito di Deezer (€ 0) alla copia unica dei Wu-Tang Clan (€ 5.000.000, secondo quel che afferma RZA), la gamma di possibilità offerta all’appassionato non è mai stata così ampia. Possiamo spendere approssimativamente 1 euro e 29 per una canzone su iTunes; 5 euro o meno per un vecchio cd; 9,99 euro per un abbonamento mensile su una piattaforma di streaming; 10,99 euro per un album digitale; 18 euro per una novità su compact disc; 20 euro per l’accesso mensile a un servizio streaming ad alta fedeltà; 25 euro per il vinile; 30 euro per la versione deluxe di un cd nuovo; 100 euro per un cofanetto contenente una ristampa di un album storico. L’elenco non copre neanche lontanamente le possibilità che abbiamo come consumatori nel 2015. In alcuni casi, possiamo persino contribuire alla realizzazione di un progetto discografico tramite le piattaforme di crowdfunding ottenendo ricompense, gadget, versioni esclusive. In un certo senso, siamo noi a decidere il prezzo della musica che compriamo e plasmare il nostro rapporto con essa.

Al di là delle storture del mercato, delle abitudini e dei cambiamenti epocali – per molti ragazzi oggi il cd non è che un quadrato da farsi autografare – la quantità di risorse che dedichiamo alla musica e le scelte che facciamo riflettono il nostro investimento emotivo in essa. A voler forzare il ragionamento, potremmo dire che viviamo nel mondo profetizzato dai Radiohead nel 2007 quando misero in vendita In Rainbows al prezzo scelto dal consumatore, anche gratis. Ovviamente non abbiamo la facoltà di decidere il prezzo di ogni disco, però abbiamo una possibilità di scelta che mai abbiamo avuto nella storia. Non so se si tratta di uno stato di cose passeggero, non so se fra pochi anni ci sarà un unico servizio di streaming che pagheremo tramite bolletta telefonica. So che possiamo lamentarci finché vogliamo del fatto che i musicisti debbano cercare altrove fonti di guadagno, e non più dalla vendita di dischi, ma non abbiamo alibi: pur avendo mille modi di dare un prezzo alla musica, abbiamo smesso di darle un valore.

 

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2 risposte »

  1. Io credo che bisognerebbe riscoprire il valore(non economico) di poter avere tra le mani un cd o un vinile.La bellezza del vinile, la copertina dell’album,i titoli,i testi,le collaborazioni, tutta una serie di informazioni che solo avendo un vinile o un cd tra le mani è possibile leggere..e soprattutto conservare.Questo è il limite della musica “digitale”,ascolto la canzone in mp3,ma tra le mani non mi rimane niente,certo vado su google cerco l’artista,cerco il suo album e mi leggo i testi e tutto il resto,ma tra le mani non ho niente.Sarà che sono forse all’antica(ho 43 anni) ma io il piacere di scartare un cd o un vinile non lo paragono con nessuna piattaforma musicale,nemmeno se me la regalassero.
    Francesco

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