Interviste

Ripensare la Resistenza: intervista a Massimo Zamboni

post csiÈ stato Giovanni Lindo Ferretti a trovare il nome: Post-CSI. Eppure il cantante è l’unico del gruppo di Linea gotica a non partecipare alla reunion. Dopo i concerti come Ex CSI, la formazione di Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Giorgio Canali, con la cantante Angela Baraldi e il batterista Simone Filippi, si è ritrovata per lavorare a Breviario partigiano, una specie di sequel del progetto di vent’anni fa Materiali resistenti. È un cofanetto contenente un compact disc con nove pezzi di cui quattro inediti, un libro con testi delle canzoni e scritti sulla Resistenza, un dvd con il film di Federico Spinetti Il nemico che documenta la prima session dei Post-CSI e racconta la storia dietro il progetto. Ne ho parlato con Massimo Zamboni, l’artefice della reunion: il disco nasce da una sua vicenda famigliare ed è strettamente legato al suo nuovo libro L’eco di uno sparo (Einaudi).

Sei partito dalla storia di tuo nonno materno. Quando hai scoperto che era fascista e che era stato ucciso dai partigiani nel ’44?

«Tardissimo. O meglio, da bambino sapevo che era stato ucciso in un agguato dai partigiani, ma niente più. Da parte della famiglia c’è stata una censura completa. Lo capisco, è un meccanismo comune: chi è passato attraverso la guerra ed è stato sconfitto non ha avuto la possibilità di riflettere su quegli anni. Ho ripreso in mano la vicenda quando il Comune di Correggio mi ha proposto di scrivere un paio di pagine su un episodio di Resistenza che mi stava a cuore. Ho rovesciato la prospettiva e ho scritto di mio nonno».

E poi?

«Quel sedimento ha cominciato a lievitare. Mi sono chiesto: che cos’è successo prima e soprattutto dopo l’omicidio? Lo sparo che ha colpito mio nonno non si è fermato, ha ucciso altre persone nell’immediato dopoguerra e quindici anni dopo uno dei partigiani che partecipò all’agguato ha assassinato il suo vecchio compagno d’armi. Ho cercato negli archivi tutto ciò che non era possibile sapere dalle fonti dirette. Ci ho messo sette, otto, forse nove anni a raccogliere il materiale e a scrivere il libro».

eco di uno sparoScoprire la verità su tuo nonno ha cambiato la percezione che hai di te?

«Totalmente. Ho dedicato il libro “Agli sconosciuti”. È un nodo centrale del nostro vivere nel 2015. Ognuno pensa a sé come un’entità costruita e ben definita. E invece siamo organismi sconosciuti, non sappiamo come siamo fatti, non abbiamo percezione degli infiniti legami che ci uniscono. Basta una piccola ricerca negli archivi parrocchiali per capire che siamo imparentati con migliaia di persone di razza e di idee diverse dalle nostre. Siamo al centro di una vertiginosa rete di complessità che non percepiamo. Diventare adulti significa capire e accettare questa rete».

E in questa rete c’è anche Il nemico, come recita il titolo della prima canzone incisa dai Post-CSI?

«La morte è capace di togliere la storia dal corpo degli uomini, restituendoceli come creature. E allora ci tocca ammettere che il nemico è simile a noi. Occorre riconoscere le ragioni degli altri e l’uguaglianza di chi ha un’arma e ce la sta puntando contro. I miei famigliari aderirono al fascismo per difendere i loro interessi e il loro lavoro. La storia li ha giudicati, ma se fossi stato al loro posto forse avrei abbracciato le stesse ragioni, chi lo sa. La canzone è frutto di questa stessa rielaborazione. Il ritornello dice “Il nemico è penetrato nella mia città”. Il nemico è tutto quello che temiamo: gli immigrati, una malattia, un invasore».

Ci sarebbe stato un disco dei Post-CSI se non avessi avuto per le mani un progetto tanto forte e personale?

«Le ragioni della musica possono bastare e magari l’avremmo fatto lo stesso per il piacere di ritrovarci con gli strumenti in mano, ma fatto così è una vera rentrée alla CSI. Ovvero: ci confrontiamo pesantemente con la storia e con la complessità. È sempre stata la forza, direi la cifra dei CCCP e dei CSI».

Il progetto si richiama a Materiale resistente del 1995. Rispetto a vent’anni fa, pensi sia cambiata la memoria della Resistenza?

«Vent’anni di berlusconismo, o come lo vogliamo chiamare, hanno alterato la coscienza. C’è stato un progressivo distacco dal sentirsi Paese, collettività, cittadini. Decidere di prendere in mano la propria vita e con essa le sorti del Paese oggi sembra fantascienza. Giornate come il 25 aprile ci ricordano la possibilità di farlo».

Però quello era un mondo completamente diverso dal nostro. Era facile tracciare una linea e dire: di qua ci sta il bene e di là ci sta il male.

«La nostra parte ha vinto, però questa vittoria è stata rosicchiata piano piano, come il mare erode una montagna. Perciò va riaffermata continuamente. Ma non basta. Leggere Fenoglio o Pavese ti fa capire che non era il bene contro il male. In quei libri le cose più terribili forse le commettono i partigiani».

post csi copertinaNell’introduzione del Breviario scrivete che è «un libro da consultare nei momenti in cui ci si sente isolati, per ricordare che non è vero». Quanto è importante la dimensione collettiva?

«È totalizzante, decisiva, indispensabile. Ogni 25 aprile guardo giù dal palco e mi chiedo: dov’eravamo ieri? Perché nella vita quotidiana non ci incontriamo con questa faccia, con questa voglia di stare assieme? Come mai accade solo il 25 aprile? In Italia è troppo facile sentirsi soli».

Torna in vari canti partigiani il concetto di giovinezza, «simbolo di vittoria». È anche di simbolo d’innocenza?

«Innocenza e giovinezza non sempre vanno assieme. La giovinezza si porta dietro una ferocia che l’età adulta può addomesticare, ed è un gran bene. Innocenza significa essere fuori dal tempo storico, in grado di vedere solo il presente, incapaci di presentire gli avvenimenti. L’infanzia dei miei famigliari è stata molto innocente: non capivano che la guerra li avrebbe divorati tutti quanti».

Non senti il peso della retorica che i canti partigiani si portano dietro?

«Tantissimo. È un linguaggio quasi inaccettabile al giorno d’oggi. Non a caso nel Breviario abbiamo riunito questi canti in una sezione intitolata “Liturgia della parola antica”. Non è più pensabile che il partigiano sia un pezzo d’uomo che col mitra in mano sconfigge da solo un manipolo di feroci tedeschi. Il nostro lavoro consiste nella ricerca di una parola nuova da cui può nascere la consapevolezza che quei fatti sono ancora parte integrante della nostra vita quotidiana».

È interessante che nella canzone Breviario partigiano cantiate di incoerenza. La coerenza non è uno dei valori più cari a partigiani e combattenti di tutto il mondo?

«Da buon fedele alla linea, come ci battezzammo tanti anni fa, verifico ogni giorno il valore dell’incoerenza. Adattarsi continuamente alle nuove circostanze non significa italianamente cambiare bandiera, ma coltivare l’intelligenza e capire di volta in volta dove dirigere la rotta. A volte mi sembra di stare su una zattera alla deriva. Cerco di governarla al meglio».

Quella canzone, Breviario partigiano, da un certo punto in poi prende un’altra direzione, quasi bandistica…

«Parla del sentirsi vivo e tragico, perché la vita nella sua manifestazione più forte è tragedia. Volevo che la canzone lo riflettesse, che la musica toccasse quelle corde».

Dimmi di Angela Baraldi. Ha una presenza rock, è più Jim Morrison che Ferretti.

«È rockissima. Noi le diciamo sempre che somiglia al cantante dei Ramones».

Eppure sentendola cantare Vorremmo esserci, In rotta o anche Il nemico non è difficile pensare proprio a Ferretti. Sembra molto dentro al mondo e alla storia dei CSI.

«E lo è. Al di là del modo rock in cui si pone sul palco, Angela ha una fortissima tragicità che nessuno conosce. Ed è molto appassionata di fatti storici del Novecento. Sul palco con noi mostra tutte queste capacità che magari non ha mai pensato di coltivare».

Massimo ZamboniNel film ti si vede quando, dopo 15 anni, togli un foglietto scarabocchiato che copriva la tua faccia in una vecchia foto dei CSI. È un bel simbolo di riappacificazione.

«Mia figlia mi regalò quello sgorbio. Pensai che il posto migliore dove metterlo fosse lì, per annullare la mia faccia da quel gruppo di infami [ride]».

Ora che vi siete riappacificati, hai pensato di coinvolgere Ferretti in Breviario partigiano?

«Non ancora. Bisogna che sia la vita a portarci con facilità a chiedergli di venire con noi. Lui sa che le porte sono spalancate, ma deve avere voglia di entrare. Non va forzato. Il fatto che sia stato lui a suggerirmi il nome Post-CSI durante un pranzo è benaugurante».

Ai tempi dei PGR Ferretti mi disse: «Quando c’erano Massimo Zamboni e Francesco Magnelli mi ponevo il problema di trovare una mediazione nelle mie parole. Dovevo raccontare anche loro».

Forse io e Magnelli potevamo regalargli molta più complessità. Ci sono persone che non necessariamente si esprimono al meglio da sole. Vale anche per me, non solo per Giovanni».

Eppure c’è chi pensa ai gruppi rock come gang di complici…

«E invece sono rivali. A volte c’è molta ferocia. Non è una cosa negativa. È formativa, è espressione della voglia di esserci».

Nel film si vede effettivamente la fatica di trovare una mediazione fra voi cinque Post-CSI.

«Quando lavori con altri e li consideri pari a te, è un braccio di ferro continuo ed è giusto che lo sia: solo così nascono cose forti. Lo accettiamo come parte costitutiva del nostro stare assieme».

Certo è dura lavorare a un progetto dove si dice che bisogna tenere conto anche dei morti fascisti e poi ascoltare Giorgio Canali che canta Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio e urla che nel ’45 bisognava finire il lavoro e ammazzare tutti i preti, i fascisti e gli sbirri.

«Portare in porto questa nave è stata una lotta immane. Ho rischiato per mesi di naufragare».

Nel film si riferisce di una discussione, non documentata dalle camere. L’oggetto dello scontro era questa differenza di idee fra te e Canali?

«Esattamente. Ma quello che conta è il risultato. Essere artista, e uso questo termine senza troppa vergogna, significa anche incaricarsi della fatica degli altri. Non si tratta di fare belle canzoni o di zampettare sul palco, significa accettare un ruolo da parte della comunità, col peso che comporta».

Il 25 aprile suonerete a Correggio. Chi ci sarà sul palco con voi?

«Mara Redeghieri, Lo Stato Sociale, Cisco, Taver… C’è la voglia di vedere che cosa significa stare su un palco a parlare di questi argomenti vent’anni dopo Materiali resistenti».

Il 29 presenterete l’album a Poggibonsi. E poi?

«Da giugno cominceremo a fare concerti dedicati a Breviario partigiano. Partiremo da Milano a inizio mese, credo, e continueremo tutta l’estate. Ma sai, conoscendo i CSI potrebbe durare due anni oppure finire a luglio».

Il progetto è stato finanziato grazie al crowdfunding. Avete chiesto 9000 euro e ne avete raccolti 38000. Come userete la differenza?

«In realtà 9000 euro sarebbero serviti solo a tamponare i primi buchi. Fare un cd, un libro e un film è estremamente costoso. I pochi soldi in eccesso li abbiamo usati per aggiungere 16 pagine al libro, mettere delle piccole cornici rosse, lavorare meglio con l’ufficio stampa».

Nel film dici che i CCCP cominciarono a suonare per salvarsi la vita. E oggi, trenta e passa anni dopo, perché continui a suonare?

«Diventando adulto ho imparato che la vita, come la libertà, va salvata ogni giorno. E io continuo a farlo».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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