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La storia di “Louie Louie”, punto zero del garage rock

louie louieLouie Louie si fece largo nella classifica americana spinta da due sole note e dalla fama di canzonetta sconcia. Quella che sembrava la sensazione di una stagione destinata a passare di moda divenne la canzone più suonata della storia dopo Yesterday dei Beatles. E ancora: il punto zero del garage rock, un caso d’esemplare ottusità musicale, un file dell’FBI, lo spunto per alcune compilation a tema, una maratona radiofonica, una mania collettiva, due libri, un documentario. E un tentativo semiserio di trasformarla nella canzone ufficiale dello Stato di Washington. Perché il cuore Louie Louie batte in alto a sinistra, nel Nordovest.

I primi a portarla in classifica furono i Kingsmen nel novembre del ’63, ma quel du-du-du du-du era venuto al mondo molti anni prima, per la precisione una sera d’estate del ’56 a Anaheim, California. Un musicista rhythm & blues di nome Richard Berry orecchiò dal suo camerino un pezzo intitolato El Loco Cha Cha, suonato dai musicisti che in quel momento si trovavano sul palco, i Rhythm Rockers. Il suono arrivava distorto e ovattato. Un eco lontano. Tutto ciò che Berry poté sentire era un battito ritmico: du-du-du du-du. Elementare ma efficace. Non era una canzone, ma era un buon inizio. La frase gli rimase appiccicata in testa e la usò come base per una canzone nuova di zecca, la nostra Louie Louie, il lamento del marinaio che ha lasciato a casa la sua bella. Incisa da Berry coi Pharaohs, fu pubblicata nel ’57. In quello stesso anno, il 21 settembre, Berry la eseguì per la prima volta a Seattle, all’Eagle Auditorium di Union Street durante una «battaglia delle band». Era una «battle of the blues», come recitava un annuncio sul giornale, con Bobby Blue Bland e Little Junior Parker. Chi c’era, giura che la gente reagì positivamente a quei tre semplici accordi che permettevano di ballare il cha cha cha. Era solo l’antipasto di quel che sarebbe accaduto in seguito.

I Blue Notes di Tacoma levarono alla canzone il tocco esotico e il ritmo caraibico. Era l’inizio del processo che avrebbe portato il pezzo a diventare una pietra miliare del garage rock. Diventò un’ossessione una sera al New Yorker Café di Tacoma. Alcuni poliziotti in borghese era saliti sul palco dichiarando chiusa la serata: la sala era piena di minorenni che a norma di legge non avevano diritto a stare lì. Il cantante Rockin’ Robins e i suoi Blue Notes ottennero dai poliziotti il permesso di suonare un’ultima canzone per non creare malumore tra il pubblico. Fecero Louie Louie per tre quarti d’ora e vennero banditi dalla loro stessa città. Furono loro e i Wailers a portare definitivamente la canzone nel Nordovest arrangiandola in chiave rock. Il chitarrista Rich Dangel trasformò il beat in una serie di accordi potenti e il sassofonista Mark Marush aggiunse il riff col quale si apriva il pezzo. Prima dell’assolo, il cantante Rockin’ Roberts incitava il chitarrista: «Diamoglielo ora!». Era fatta. Louie Louie non era più un esotismo proveniente da fuori: aveva trovato la sua dimora spirituale in quest’angolo degli Stati Uniti. Il 45 giri edito dalla Etiquette arrivò a vendere 15.000 copie in poche settimane solo nell’area del Puget Sound; se solo un’etichetta nazionale l’avesse pubblicato, sarebbe diventato un successo milionario. La Liberty si fece carico della distribuzione in tutti gli Stati Uniti per fare un favore a Pat O’Day, ma senza investirci soldi e tempo. Toccava a qualcun altro trasformare il du-du-du du du in una mania nel resto del Paese.

KingsmenGrazie all’influenza degli Wailers sulla scena locale, la canzone che entrò nel repertorio di una miriade di band locali. Per i Kingsmen, essendo di Portland, Oregon, rifare Louie Louie era una cosa del tutto naturale. Il loro cantante Jack Ely si era reso conto dell’impatto del brano frequentando il Pypo Club, nella zona costiera di Seattle. Ci suonarono un sabato sera. Ci tornarono la domenica. Qualcuno mise la versione di Rockin’ Roberts nel jukebox: tutti si misero a ballare, e la canzone fu rimessa più volte. Ely decise che dovevano imparare a suonarla. I Kingsmen la incisero la stessa settimana in cui la registrarono Paul Revere & The Raiders, e nei medesimi studi. Era l’aprile del ’63. Le due versioni entrarono subito in competizione, ma quella dei Kingsmen aveva qualcosa in più – o in meno. Revere ricorda che ci vollero 2 minuti per imparare il pezzo: «Sono tre accordi. Qualunque idiota ce la potrebbe fare». Forse i loro “rivali” Kingsmen erano idioti. A causa dell’imperizia dei musicisti e della registrazione approssimativa costata appena 50 dollari, il suono era elementare e terribilmente primitivo. Era un effetto voluto: l’intento era ricreare il sound che il gruppo produceva nei locali in cui suonava, dove Louie Louie funzionava. La sequenza ritmica, il du-du-du du-du, era stata inavvertitamente alterata quando Ely aveva insegnato il pezzo alla band. Lo strumento principale era diventata la chitarra elettrica che aveva sostituito il sassofono nell’introduzione. Fu proprio questa versione, pubblicata dalla Wand nel ’63, a diventare quella definitiva. Il canto di Ely – che fu estromesso dalla formazione dopo l’incisione – fu registrato tenendo il microfono a una certa distanza dalla bocca, col risultato di rendere il testo confuso e in certi passaggi incomprensibile. Il cantante era costretto a urlare, per lo meno per gli standard dell’epoca, per farsi sentire nella musica prodotta dai musicisti che gli suonavano attorno, disposti in cerchio negli studi Northwestern Inc. La seconda versione fu considerata sufficientemente buona da essere pubblicata, nonostante un’entrata anticipata di un paio di battute da parte di Ely e un «fuck» gridato dal batterista Lynn Easton quando gli era sfuggita una bacchetta.Louie Louie Dave Marsh

Diventò roba forte. Le parole cantate da Ely non erano chiare e tra gli adolescenti dell’epoca circolava la voce che il testo contenesse allusioni sessuali, che fosse spinto, insomma. La tradizione di doppi sensi nella musica popolare è radicata e risale al blues – il rock dava cittadinanza a sentimenti e pulsioni che i salotti buoni consideravano oscenità – ma Louie Louie non ne conteneva alcuno. La leggenda andava ad ogni modo gonfiandosi grazie alla popolarità dei Kingsmen. «Quando nel ’64-65 andarono in tour per gli Stati Uniti» annota Peter Blecha «erano considerati uno dei due, tre gruppi americani più popolari del Paese, erano acclamati persino nel Midwest e nel Sud». Preoccupata per l’integrità morale della figlia messa in pericolo dalla (favoleggiata) sconcezza del testo, una madre si rivolse alle autorità e il pezzo fu bandito da alcune radio. Il caso finì nelle mani dell’FBI, impegnata a indagare il potere corruttivo del rock. Gli agenti del Bureau rovesciarono la canzone come un calzino dedicando alla leggenda metropolitana un’inchiesta rimasta aperta due anni e mezzo, e senza prendersi la briga di interrogare Ely, che quel testo l’aveva cantato e poteva dire la sua. Dopo avere ascoltato e riascoltato l’incisione a varie velocità, i federali giunsero alla conclusione che le parole non erano intelligibili e che quindi non si poteva procedere. Il caso era chiuso.

Non era certo finita la storia di Louie Louie. Nel dicembre del ’63 era entrata coi Kingsmen nella Top 10 americana e nel gennaio del ’64 era giunta al secondo posto. Grazie al primitivismo e alla folgorante ottusità del suo riff, Louie Louie è stata suonata e incisa da decine di artisti del Nordovest e non solo: la sua influenza si estende dai Kinks agli Stooges. Nel 2000 i New Original Sonic Sound di Scott McCaughey e Mark Arm l’hanno riportata a casa con una versione feroce. Il solito, vecchio du-du-du du-du, solo molto più veloce e cattivo.

 

Tratto da “Grunge. Il rock dalle strade di Seattle”

 

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