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Tetri e innocenti: Billy Gould racconta “Sol Invictus” dei Faith No More

faith-no-more 2015C’è una domanda che Billy Gould si sente ripetere spesso, negli ultimi tempi. E cioè: quando hanno iniziato a registrare il loro primo disco da diciotto anni a questa parte, i Faith No More non temevano di non essere all’altezza del passato? «Me l’hanno chiesto tante di quelle volte che comincio a pensare che un sacco di gente là fuori abbia paura per noi», dice al telefono dalla California, ridendo. «Forse temevate che dopo tutti questi anni avremmo fatto un disco di merda? La risposta è no, nessuna insicurezza, nessuna preoccupazione, nessun dubbio. E poi, chi se ne frega dei vecchi dischi… Sono finiti, passati, morti». È lo spirito della reunion della band californiana, di cui Gould è bassista e produttore: poche elucubrazioni e una fiducia cieca nel proprio istinto. Dopo i concerti del Second Coming Tour, che li hanno tenuti impegnati a partire dal 2009, il prossimo 19 maggio i Faith No More pubblicheranno Sol Invictus, una miscela di suoni metallici e stranezze avantgarde, limpidezza melodica e intensità rock, parti pianistiche eleganti e suoni vocali gutturali, riff che fanno tanto anni ’90 e atmosfere gotiche. «Siamo tetri e innocenti», riassume Gould.

Sol Invictus è frutto di un’ossessione. La prima mossa l’ha fatta Gould, spedendo ai compagni un file con l’idea-base di quella che sarebbe diventata Matador. Lui, il tastierista Roddy Bottum e il chitarrista Jon Hudson hanno cominciato ad abbozzare musiche per l’album senza nemmeno avvisare il cantante Mike Patton, che è stato coinvolto in un secondo momento. Ma da quando è salita a bordo l’intera line-up, che comprende anche il batterista Mike Bordin, l’incisione dell’album è diventata un pensiero fisso. «Ero totalmente assorbito dalla musica. Una vera ossessione. Mi svegliavo nel bel mezzo della notte a pensare come migliorare il suono della grancassa. A volte sinceramente è troppo: ecco perché all’inizio abbiamo esitato a buttarci nell’avventura del disco nuovo». In principio non c’era nessun progetto circa il suono o il carattere dell’album. «Abbiamo semplicemente cercato di essere aperti e naturali. L’intuito è fondamentale. È tutto. Se l’intuito ti dice di fare una certa cosa, allora andrà tutto bene. È rischioso, ma se segui la tua voce interiore sai che non puoi sbagliare».

Haunted Air 3Il titolo Sol Invictus, sole indomito, è un’espressione latina usata per indicare varie divinità. «È perfetto per l’album, la band, i testi. Per me ha a che fare con la morte e col tornare dall’aldilà. È un’espressione cupa, ma leggera. Proprio come il disco». La copertina ha la medesima ambivalenza: in fondo a una breve rampa di scale malandata, un bambino seminudo ci minaccia tenendo in mano un oggetto, il volto celato da un sacchetto su cui sono state ritagliate due fessure per gli occhi. È un’immagine tratta dalla raccolta di fotografie Haunted Air assemblata da Ossian Brown mettendo assieme foto dei festeggiamenti di Halloween scattate tra il 1875 e il 1955. «La fotografia che abbiamo scelto per la copertina ha qualcosa di disturbante. Ma se togli la maschera, sotto c’è un bambino di 7 anni. E quindi è sì cupa, ma anche innocente, proprio come l’album e come noi». Innocenti i Faith No More? «Ci relazioniamo fra noi in modo umano. Vedo musicisti che stanno assieme da molti anni e i loro rapporti sono rovinati dal business della musica. Fanculo, noi continuiamo a comportarci come esseri umani e questo sì che è qualcosa di innocente, nel 2015».

Una delle cose che colpisce di Sol Invictus è il suono. «Ce n’è voluto di tempo per arrivarci, direi un paio d’anni», racconta Gould. Non è scoraggiante pensare che la gente lo ascolterà con l’iPhone e cuffie inadeguate? «Ti rispondo con un detto che gira tra i fonici: è meglio una registrazione di merda di una band formidabile che una registrazione formidabile di una band di merda. L’elemento più importante del nostro sound siamo noi musicisti, quel che suoniamo, la nostra personalità. E quella la senti comunque, su un impianto hi-fi così e con le casse del computer». L’ultimo disco dei Faith No More, Album of the Year, uscì nel 1997. Fu inciso su un nastro a due pollici, il nuovo è stato fatto in digitale. «Ma in definitiva non fa grande differenza», assicura Gould. È importante, piuttosto, il luogo in cui Sol Invictus è stato registrato: non un vero studio, ma la sala prove del bassista a Oakland. «Non ci siamo curati di suonare tutti assieme. Veniva il chitarrista e per tre o quattro giorni sovraincideva le sue parti da solo. Poi facevamo il basso, e così via. Mike ha registrato le parti vocali da solo, a casa sua».

Haunted Air 2Il risultato trasmette il senso dell’interplay e la tensione fra i musicisti. Il loro collaboratore Matt Wallace ha detto che la miscela unica dei Faith No More è frutto della tensione dinamica fra i cinque membri del gruppo, musicisti con gusti molto diversi e tesi a rivendicare la propria visione artistica. «Penso sia vero. Ognuno di noi parla una lingua musicale diversa, eppure quando ci ritroviamo riusciamo a coniare un linguaggio comune. Questa cosa l’ho capita solo dopo il 1998, quando la band si è sciolta. I musicisti con cui lavoravano non mi capivano al volo come avrebbero fatto i Faith No More. Ecco perché è stato importante non avere un produttore: zero pressione, nessuna stronzata della casa discografica, solo noi cinque, la musica e nient’altro». Fra le libertà che si sono presi c’è quella di non accordare perfettamente il pianoforte Steinway suonato da Bottum. In realtà «non ci siamo proprio riusciti, ma va bene così: è in sintonia con il carattere della musica».

Ai tempi degli album The Real Thing del 1989 e Angel Dust del 1992, che in giugno saranno ristampati dall’etichetta Rhino con una tracklist arricchita, i Faith No More erano parte integrante di quello che veniva chiamato rock alternativo, un’ondata di band dal sound selvaggio e dallo spirito libero, in grado di scuotere la scena rock anestetizzata da eccessi e divismo. «Sembrava una rivoluzione e invece non è cambiato granché», commenta Gould. «È stata un’illusione pensare che la musica si sarebbe aperta, che sarebbe diventata meno pretenziosa, più personale e umana. C’era un’energia diversa, più onesta, ma è durato poco. Poi è diventato tutto calcolato, stereotipato. Persino le band underground sono diventate prevedibili». Una cosa accomuna i Faith No More dell’epoca e quelli di oggi: il grande senso della dinamica, la capacità di passare dall’intensità feroce a una stasi inquietante, da atmosfere gotiche a frammenti sonori talmente schizzati da sembrare ironici. «Di dinamica ne abbiamo pure troppa», commenta ridendo Gould. «A volte abbiamo esagerato. Quando eccediamo con la dinamica diventiamo una caricatura, ma non importa, fa parte del nostro senso dell’umorismo». E che cosa dobbiamo aspettarci dal concerto del 2 giugno alla Summer Arena di Assago (MI), quando i Faith No More apriranno per i Metallica? «Suoneremo vestiti da preti e ci sarà una suora che farà strip tease e pole dance». E i Metallica? «Lars farà la parte della suora».

Sol Invictus

Pubblicato originariamente su Rockol. Foto tratte dal libro “Haunted Air” di Ossian Brown

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