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La disco ri-sognata da Róisín Murphy

Roisin-MurphyCi sono svariati modi di prendere a modello la disco music anni ’70. C’è il revivalismo di Nile Rodgers uno che può vantarsi di avere coniato un sound. C’è il tentativo di vivere una seconda giovinezza di Giorgio Moroder, che si mette al fianco una pattuglia di stelline di oggi, e qualcuna di ieri. C’è la nostalgia di chi canta YMCA e se ne va in giro bardato come se se le feste del 1978 non fossero mai finite. E poi c’è Róisín Murphy che prende elementi tipici di quello stile e li manipola per costruire un disco originale e calato nel suo tempo. Negli ultimi otto anni la reginetta irlandese dell’art disco non è stata al centro del chiacchiericcio mediatico, ma non è stata ferma: è andata in tour sperando vanamente di ottenere il successo che merita; ha dato alla luce due figli da due padri diversi; si è prestata a varie collaborazioni, fra cui quella con David Byrne e Fatboy Slim; ha pubblicato un EP cantato in italiano. Lo scorso inverno s’è presa cinque settimane per scrivere nuove canzoni col produttore e polistrumentista Eddie Stevens. È venuto fuori Hairless Toys, l’album con cui l’ex cantante dei Moloko si reinventa sposando un’estetica minimal-chic. Non seduce con melodie ad effetto, ma con dinamiche sonore sottili, da ascoltare in cuffia. E firma il suo lavoro (forse) migliore.

Apparentemente, Hairless Toys suona come una lunga esplorazione del lato oscuro della disco. La forma-canzone rassicurante e i ritmi ballabili dei pezzi più facili di Overpowered del 2007 sono frantumati in composizioni piuttosto lunghe – quasi sei minuti e mezzo di durata media – dove il timbro vocale impalpabile di Murphy si mescola ad arrangiamenti e strutture inconsuete per la canzone pop. Murphy dice d’essersi ispirata ai dischi della Casablanca, l’etichetta newyorchese che a metà anni ’70 seppe intercettare i fermenti della disco traducendoli in un catalogo di grande successo, ma Hairless Toys è un lavoro decisamente più elitario e contemporaneo. La sua natura weird rimanda all’esordio solista della cantante Ruby Blue del 2005, ma quel disco era segnato dal tratto deciso e fantasioso di Matthew Herbert, questo è più vaporoso ed enigmatico. Composto da otto canzoni, selezionate da un bacino potenziale di trenta pezzi, Hairless Toys è scritto e prodotto con Stevens, già dietro l’EP dell’anno scorso Mi senti che trasudava amore per le melodie e per le dive di casa nostra.

Il senso d’instabilità trasmesso dall’album s’abbina a uno dei temi enunciati dalla cantante: la realizzazione di sé in una nuova “famiglia” costruita grazie alla musica e alle sottoculture giovanili. È un motivo che emerge chiaramente dal primo pezzo intitolato Gone Fishing e ispirato alla visione del documentario del 1990 Paris is Burning dedicato alla scena underground ball newyorchese. Suoni di percussioni intonate (ma probabilmente sono tastiere) s’intrecciano su un corpo sonoro scheletrico, piccole alterazioni dell’intonazione provocano vertigini passeggere. «Ho trovato un posto dove esprimermi», canta Murphy mentre dei doo-doo in sottofondo donano al pezzo un’aria più leggera e serena. Non è roba canticchiabile, anche se in Univited Guest si fischietta davvero ed Exile ha la forma più consueta della ballata guidata da arpeggi e riverberi di chitarra suonata con la tecnica del bottleneck. Anche i pezzi più groovy come Evil Eyes, col suo giro di basso funk anni ’70 e i sintetizzatori che rimandano ai primi ’80, sono resi più complicati e interessanti da cambi di ritmo e particolari strumentali che alterano la narrazione e fanno somigliare l’album a una sorta di disco music ri-sognata.

Hairless ToysIl glamour associato alla dance evapora in un campionario di suoni in che entrano ed escono dal mix: linee di basso jazz che non servono a tenere il ritmo, ma a disegnare schizzi astratti; casse in quattro che si tacciono per dare spazio a jam; armonie vocali che appaiono dove non te l’aspetti; tastiere elettriche che s’inseriscono negli interstizi di ritmi funkeggianti d’altri tempi. Explotation, che la cantante associa alle idee di sesso e divertimento, è un’esplorazione di nove minuti e mezzo che inizia con un pattern chiassoso di batteria e diventa cumulo di segni, dalla fusion alla disco al funk, in bilico fra momenti di controllo e di abbandono. Dopo un’introduzione che potrebbe uscire da un disco dei Radiohead, gli accordi di House of Glass portano a spasso la canzone per quasi sette minuti in un crescendo che va dalla fragilità alla celebrazione. Quando pensi di sapere tutto di un pezzo, ecco che lo scenario cambia radicalmente, come accade nell’inserto centrale della deliziosamente eccentrica Univited Guest.

La voce di Murphy ora assume toni torbidi alla Marianne Faithfull, ora si dirige verso il suo registro più alto, ora cerca un’inflessione confessionale smentita da controcanti ironici. Ora sembra lo strumento di una diva anni ’70, ora il lamento di una vocalist dell’epoca del trip-hop. La cantante regge i sei minuti di Hairless Toys (Gotta Hurt) con un eloquio confidenziale, addolorato, drammatico, e chiude il lavoro con un pezzo intitolato Unputdownable a metà strada fra la ballata folk, la divagazione pianistica e il collage gospel-pop. Piccole eccentricità sonore rendono la musica interessante, ma sempre a suo modo essenziale e sofisticata. L’estetica controllata e minimale di Hairless Toys dà origine a una sorta di disco decolorata in equilibrio fra pop e ricerca, sentimento e intelletto. Non è musica che ti porta di forza sulla pista da ballo, a fare festa. Ti corrompe lentamente con la sua atmosfera intossicante.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

 

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