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Due o tre cose su B.B. King che ho imparato a Indianola

bb king«Non c’è modo proseguire», dice l’agente stradale. Hanno piazzato due auto di servizio di traverso, più avanti non si va. «Vi conviene tornare indietro e prendere la strada che porta sulla 49». Non vedrò il luogo in cui Abramo stava per sacrificare Isacco. L’idea era percorrere la Highway 61 da New Orleans a Memphis, passando per Clarksdale. Andare su, dalla terra dov’è nato il jazz alla città dov’è morto il rock’n’roll. Transitare dai posti dove Bessie Smith ha esalato l’ultimo respiro e approdare alle vie dove W.C. Handy mise su spartito il primo blues in dodici battute, per poi andare in giro a vantarsi d’essere l’inventore di quella roba lì. Ma quella musica non la inventa nessuno. Qui nel Mississippi è ovunque e da nessuna parte. Il blues non lo trovi all’incrocio fra la 61 e la 49, dove la riproduzione di due enormi chitarre segna la direzione delle strade. Lì, dice la leggenda, Robert Johnson ha venduto l’anima al diavolo. Mai prendere sul serio le metafore. Lo capisci, il blues, passando di fianco a Parchman Farm e ti tremano le mani sul volante a pensare alle storie che hai letto su quella prigione. Lo capisci vedendo quel che resta delle baracche dove alloggiavano i neri che raccoglievano cotone. Guardi la terra del delta e capisci istintivamente da dove viene il suono della slide, quei timbri chitarristici scavati, i vocalizzi di cent’anni fa che per vie misteriose sono arrivati fino a noi.

Non importa, arriveremo a Clarksdale lungo la Highway 49. Ci imbattiamo nella città di Indianola, Mississippi. In giro non c’è un’anima. Qualche cartello ricordano questo o quel bluesman che qui ha vissuto o è transitato. Oltre Main Street e le acque dello Short Bayou c’è un reticolo di strade e casette monofamigliari e poi chiese battiste, presbiteriane, episcopali. Ancora oltre, la 82, i McDonald’s, i motel che gestiti dagli asiatici. Da quest’altra parte c’è 2nd Street e poi la ferrovia. Un gruppo di silos arrugginiti sembra un’opera d’arte dedicata a un futuro che non è mai arrivato. Passa un treno merci ed è facile fantasticare sugli hobo che ci saltavano sopra con pochi averi e una chitarra per strappare un passaggio gratis verso la prossima Nowhere Town. Lungo la ferrovia c’è un edificio in mattoni rossi dove negli anni ’40 un ragazzo di nome Riley lavorava il cotone. L’hanno ristrutturato, hanno aggiunto nuovi edifici e nel 2008 l’hanno trasformato nel B.B. King Museum and Delta Interpretive Center. bb king lucilleFuori, una riproduzione di Lucille ti dice che sei arrivato nel posto giusto. L’altra cosa più eccitante su questa via – una striscia d’asfalto grigia, qualche albero, depositi malandati e aria di povertà – è una casetta bassa che ospita il Blue Biscuit con le sue sedie da camping buttate alla rinfusa e un divano fuori dall’ingresso da cui contemplare il nulla.

Dentro al museo c’è un mondo. E non è solo quello di B.B. King. Il suo viaggio è il viaggio di uno stile musicale dal delta a Memphis, che sta in Tennessee, ma è per motivi geografici e culturali la città che attira chi cerca fortuna lontano dal Mississippi, un destino che B.B. King ha condiviso con Elvis Presley e molti altri. E allora c’è la parte sul delta, il cotone, la fatica, e lì capisci da dove viene la musica di B.B. King, infaticabile mezzadro e guidatore di trattori. Perde i genitori e cresce nella fattoria di un uomo bianco. Non un demonio razzista, ma una persona perbene che gli insegna il rispetto e dal quale impara a giudicare il prossimo in base ai comportamenti, non al colore della pelle. Nato in povertà, accolto da una famiglia bianca, Riley B. King non vede il mondo come un luogo di antagonismo, ma di conciliazione. E così sarà la sua musica, spesso accusata di essere blanda, stereotipata, ammiccante. Troppo bianca. Il successo lo va a cercare a Memphis ­ – dove altrimenti? – nei locali di Beale Street dove il chitarrista si fa un nome, anche letteralmente. Poi i lunghi tour del Sudest degli Stati Uniti a bordo di bus che racchiudono storie leggendarie, lo slalom fra la gioia della musica e i pericoli del razzismo nell’America degli anni ’60. E la legittimazione, una mezza santificazione da parte degli artisti bianchi come Eric Clapton.

Girando le sale del museo, immergendomi nel suo mondo, ho capito che la bonarietà di B.B. King non era il frutto di condiscendenza o debolezza. Era il risultato di uno stile di vita che nasceva dalla deprivazione, dalla forza di volontà, dall’etica del lavoro. Dagli insegnamenti della madre, che lo invitava a trattare il prossimo con «onestà, civiltà e compassione». E quando arrivi all’ultimo filmato, con lui che torna ciclicamente a Indianola a dare un po’ del suo bene alla comunità, finisce che ti commuovi al pensiero di quest’uomo nato nel posto più povero degli Stati Uniti che si è trasformato in un’icona di tolleranza, positività, pacificazione. Non a caso, l’icona di questa icona era Nelson Mandela. Non so cosa fosse successo quel giorno sulla Highway 61. Forse un incidente, forse dei lavori. So che il caso mi ha fatto scoprire un altro significato della parola blues, in un edificio in mattoni rossi dove i figli dei figli degli schiavi separavano il seme del cotone dalle fibre e sognavano un futuro fatto di musica e di gioia.

 

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