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Paul Weller, musica per trasmettere gioia

Paul WellerPaul Weller apre la giacca e mi mostra il logo Real Stars Are Rare cucito sulla tasca interna. «Settimana prossima ci sarà una nuova collezione», dice del marchio di abiti mod che ha lanciato in ottobre. La giacca marrone chiaro è accompagnata da una camicia blu e da un paio di pantaloni gessati. E ovviamente dall’inconfondibile taglio di capelli, sempre più grigio. Il rocker inglese è a Milano per parlare di un’altra creatura a cui tiene molto, il nuovo album Saturns Pattern, un lavoro piuttosto eclettico che passa dal rock psichedelico al blues, dal folk al soul. «Ho smesso di pensare in termini di generi musicali», racconta. «Ecco perché è difficile descrivere il disco. All’inizio avevo un’idea molto vaga di come doveva essere. Volevo ci fosse del ritmo. Il resto lo abbiamo sperimentato sul momento, ecco perché in ogni pezzo trovi quattro o cinque diversi “movimenti”. Dici che suona diverso da Sonik Kicks? Per forza, non faccio mai due dischi uno uguale all’altro. Ogni volta cerco di spingermi un po’ più in là».

Saturns PatternSaturns Pattern può suonare come una ritirata dagli azzardi di Sonik Kicks, uno slalom fra rock, blues, psichedelia e northern soul, una prova di bravura di un musicista appagato, un disco «gioioso e positivo», come l’ha definito il suo autore. Album solista numero 12 – tanti quanti il musicista inglese ne ha fatti con Jam e Style Council messi assieme – dimostra la naturalezza con la quale Weller crea musica eccitante restando dentro un paradigma collaudato, che suonava classico già un quarto di secolo fa e che oggi è decisamente démodé. E del resto a 57 anni d’età, specie se si ha una storia gloriosa dietro le spalle, è difficile restare all’altezza della fama di “changingman”, di musicista irrequieto e antinostalgico, uno che veste uno stile diverso in ogni stagione. Le nove canzoni di Saturns Pattern (dodici nelle versioni deluxe) non archiviano gli slanci creativi degli ultimi dischi di Weller, ma li calano in un contesto più tradizionale e ne smussano le asperità in canzoni più dirette e a volte melodiche.

Scritto e registrato nei Black Barn Studios di proprietà di Weller, prodotto con Jan “Stan” Kybert, suonato da una band composta da vecchie conoscenze e collaboratori di recente acquisizione, l’album è frutto del metodo di lavoro inaugurato sette anni fa con 22 Dreams. O meglio, Weller ha scritto canzoni in modo tradizionale, chitarra e taccuino per i testi, ma le ha lasciate da parte per costruire il disco in modo più creativo, partendo da riff e jam. Il risultato riflette la fase positiva che sta attraversando il musicista, come emerge da due canzoni intitolate I’m Where I Should Be e Long Time. Nella prima afferma d’essersi messo alle spalle paure e ansie, nella seconda confessa d’essersi sentito «perso e confuso» per tanto tempo. «Mi ci sono voluti cinquant’anni per capire chi sono e sentirmi a mio agio. Forse è uno dei pochi privilegi dell’età, forse semplicemente mi sono innamorato della persona giusta». Si riferisce all’ex corista Hannah Andrews, madre dei gemelli John Paul e Bowie nati nel gennaio 2012, a cui è dedicata Going My Way. La fotografia della rinnovata serenità del musicista è completata dal testo di Phoenix dove Weller arriva persino a cantare di uccelli, api, sole che filtra dagli alberi e brezza che porta un buon profumo.

«Il mondo è un tale schifo, è deprimente, non mi piaceva l’idea che l’album lo riflettesse. Voglio fare musica per far sentire bene la gente, che trasmetta gioia e positività, che tiri su il morale». Tanta leggerezza fa a pugni con il profilo da duro di Weller e con lo spirito battagliero di tante vecchie composizioni. «Non scrivo canzoni a tema politico perché in questo periodo non mi vengono. Se lo facessi, riscriverei le cose dei tempi dei Jam. Che siano conservatori o progressisti, i politici sono una corporazione formata da gente di buona famiglia. La classe operaia l’ha spazzata via la Thatcher e oggi sono i suoi figli e le sue figlie a gestire la baracca. Stiamo parlando di gente come David Cameron che elogia Nelson Mandela e quand’era un giovane conservatore considerava terroristi gli esponenti dell’African National Congress». Si può cambiare idea… «A volte, ma non in questo caso» (nel 2006 Cameron ha ammesso pubblicamente gli errori di valutazione del suo partito nei confronti dell’ANC).

the-jam-1977L’album si chiude con un pezzo titolato These City Streets e dedicato a Londra. Weller è nato vicino a Woking, a una quarantina di chilometri dal centro della capitale. È vero che da ragazzo voleva andare a Londra a registrare i suoni della città? «È vero, e una volta l’ho fatto, con un piccolo registratore a cassette. Non chiedermi il perché. Amo il West End, forse perché è stato il primo posto dove sono andato a vivere, a 18 anni, dietro la boutique della Apple. Tutto sembrava venire da Londra: la moda, la musica, la scena dei club. Era il posto dove potevo essere me stesso, vestirmi e comportarmi come volevo. Negli anni ’90 sono andato via per qualche anno: ero tristissimo, m’è toccato tornare. È ancora un luogo magico, per me. Forse perché provenivo da un paese piccolo dove tutto sembrava limitato. Quando vieni da fuori ti senti un outsider. E non ho mai smesso di sentirmi tale».

Se è vero, come dice, che «la buona arte riflette i tempi», perché oggi il rock di massa non riesce più a rappresentare lo spirito dei tempi? «È una domanda molto profonda, dovrei prendermi un paio di settimane per rispondere… È vero che il rock non ha più la stessa importanza per le persone. I giovani hanno tante distrazioni, noi avevamo solo la musica, la moda e il calcio, e l’insieme di queste tre cose ti definiva dal punto di vista culturale. Però mi rincuora entrare in un club e vedere che la musica riesce ancora a toccare le persone. Mi piacciono gli Young Fathers, ad esempio». E gli Sleaford Mods? «Non è il mio genere. Oggi è tutto veloce, manca la profondità. Non ci sono canzoni che raccontano buone storie. I testi di Ed Sheeran sono spazzatura, terribili davvero. Non è la critica di un vecchio brontolone, avrei detto la stessa cosa quando avevo 15 anni: i suoi testi sono una vera merda».

Weller fugge da sempre ogni sentimento nostalgico. Chi lo incontra è pregato di non chiedergli della famiglia e di non soffermarsi troppo a lungo sul passato. Però di recente ha partecipato, aiutando la sorella Nicky, l’archivista Den Davis e gli altri membri della band, all’allestimento della mostra “The Jam: About the Young Idea”che sarà inaugurata il 26 giugno alla Somerset House di Londra. Chiuderà il 31 agosto e sarà accompagnata dal libro Growing Up with… the Jam e dal disco antologico che promette di contenere alcune rarità About the Young Idea: The Very Best of the Jam. Saranno messi in mostra testi autografi, video, fotografie, documenti, vestiti, strumenti. Weller non si smentisce e dice che «ho lasciato fare agli altri, mi sono limitato a fornire scatoloni di materiale di quand’ero ragazzo. Sono orgoglioso di questa cosa, ma mi sono voluto tenere a debita distanza. Né m’interessa rimettere assieme la band per fare canzoni o album del passato. Lo fanno tutti e per me è una ragione sufficiente per evitare di farlo». E cosa avrebbe pensato il giovane rocker dei tempi di In the City della musica del Weller di oggi? «Mmm, credo che gli sarebbe piaciuta… ma non sarebbe mai riuscito a passare sopra il fatto che ho 57 anni. Quel ragazzo era un tantino intollerante».

 

Pubblicato in altra forma su Rockol

 

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