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Darkness, il ritorno dei vichinghi rock

The Darkness - Press session 2015Justin Hawkins è vestito come l’uomo forzuto di uno spettacolo circense d’inizio Novecento, baffi a manubrio e maglietta a righe. Suo fratello Dan pare uscito da Almost Famous, col cappuccino al posto del Jack Daniels. Difficile credere che suonino nello stesso gruppo. A rendere la scena ancora più strana, in sottofondo passa una compilation di grandi successi di Antonello Venditti. Il cantante e il chitarrista sono a Milano per raccontare l’album Last of Our Kind i Darkness recuperano parte dello spirito sbruffone dei primi lavori e dell’amore spudorato per il classic rock, vale a dire le materie che nella prima manciata degli anni Duemila ne fecero un antidoto ai rocker depressi e seriosi di questo mondo. «Con Hot Cakes abbiamo sbagliato i tempi», ammette Justin riferendosi all’album precedente. «Ci offrirono una bella cifra per aprire per i Def Leppard al Download Festival. Non potevano dire di no, perciò interrompemmo le registrazioni e fu un male. Questa volta abbiamo cancellato ogni impegno e ce ne siamo andati a scrivere a Valentia Island, in Irlanda, lontani dalle distrazioni. Poi abbiamo inciso in Inghilterra». Se fossimo entrati nello studio di registrazione avremmo visto qualcosa d’eccitante? «Oh, solo noi che suoniamo… con addosso vestiti più brutti».

Il quarto album dei Darkness è stato lanciato da Barbarian, un pezzo sulle conquiste militari del vichingo Ivar the Boneless che nell’865 invase l’Anglia Orientale. La canzone, ha detto sobriamente il cantante, “contiene non uno, ma due monologhi drammatici, un assolo di chitarra che è stato definito irresponsabile, un riff che fa tremare le ginocchia alle signore e un ritornello che fa cacare addosso i gentiluomini. E insomma, i classici Darkness». Niente di nuovo, già i Led Zeppelin subivano il fascino dell’epopea vichinga. Un’altra canzone dell’album, Roaring Waters, tratta del sacco di Baltimore. «C’è che adoro la Storia, fin dai tempi della scuola», dice Justin, spiazzandomi. Legge molto? «Beh, no, non molto. Diciamo che è il mio hobby. Mi piacciono le storie di mare e d’avventura. Come quella dei cinesi che costruiscono una flotta e se ne vanno in giro per il mondo. Ma odiano quel che vedono a tal punto da tornare a casa, distruggere le navi e cancellare ogni prova dei loro viaggi. E quindi non è detto che sia stato Marco Polo a portare in Italia tutte quelle cose, forse sono stati i cinesi prima di lui». Stare in una rock band è un po’ come essere i conquistatori di queste canzoni? Come essere moderni vichinghi? «La differenza è che loro passavano di villaggio in villaggio, noi di città in città», dice sorridendo Dan. Sono le 10 di mattina, il cappuccino sta facendo effetto. Justin aggiunge con tono signorile che «noi non stupriamo donne. Sono tutte consenzienti».

last of our kindOltre ad essere il titolo dell’album, Last of Our Kind potrebbe anche riassumere il carattere dei Darkness, gli ultimi di una razza di musicisti in via d’estinzione che considerano il rock un grande parco giochi o se preferite un teatrino spudorato. Una band anti-indie, che abbraccia lo spirito grossolano del rock da stadio senza farsene una colpa. «Tu ti senti così, l’ultimo della specie?», chiede Justin chiede al fratello. E lui: «Beh, un po’ sì. Voglio dire, al rock oggigiorno manca l’ispirazione dei vecchi tempi. Ci si limita a copiare qualcun altro. Mi piacciono le band che suonano rétro, ma le trovo un po’ troppo occupate ad apparire cool. L’unico che non lo fa, uno davvero grande, è Jack White. Lui non segue la scia agli altri, si spinge oltre». Justin: «Forse anche i Black Keys». Dan: «Le prime cose, quelle che sembravano incise su un registratore a cassetta sì, le ultime no». Non che i Darkness siano immuni dalla retromania, anzi. Lo dimostra il nuovo album che contiene, fra i tanti riferimenti al passato, anche Hammer & Tongs, una canzone decisamente stonesiana. Il chitarrista si guarda attorno e borbotta qualcosa sui Rolling Stones. Intanto al cantante arriva un messaggio sullo smartphone. La suoneria sono i due bicordi che aprono Good Times Bad Times dei Led Zeppelin. Sulla retromania non chiedo altro.

Justin Hawkins ha appena compiuto 40 anni. John Lennon diceva che la vita inizia a quell’età… «Aveva torto. La morte inizia a 40 anni. Mi sento come se stessi crepando un giorno alla volta, il che rende ogni attimo più prezioso. Carpe diem. Di solito me ne vado in giro con una valigetta piena di medicinali contro le allergie e le punture d’insetti, ma l’ho dimenticata e adesso ho la pelle che casca per terra e dalla cinta in giù è tutta un’irritazione. Orribile». E quindi la vita sulla strada non è movimentata quanto lo era una decina d’anni fa? «Passiamo più tempo ora a socializzare di quanto non facessimo allora», risponde Dan. «Non siamo mai stati una gang, ma forse lo siamo adesso». Justin: «Più che una gang, un conglomerato». Dan: «Un culto». Un culto con un po’ di turbolenze. Mentre li intervisto, la batterista dei Darkness è una ragazza chiamata Emily Dolan Davies che ha sostituito Ed Graham e che Justin giura di trattare «come qualunque membro maschile della banda. È androgina, proprio come me». Poche settimane dopo, anche lei sarà congedata. Il suo posto è ora occupato da Rufus Tiger Taylor, 24 anni, reduce dal tour Queen + Adam Lambert al fianco di papà Roger. Di Graham il cantante dice che «non era più una presenza affidabile, non s’è presentato alle prove in un paio d’occasioni». Dirà più o meno la stessa cosa di Davies: «Non ha funzionato perché non era sempre disponibile per tutte le esigenze della band. Siamo un gruppo piuttosto impegnativo».

I Darkness, che il 18 luglio saranno al Pistoia Blues Festival, hanno collezionato una serie formidabile di critiche, riassumibili nella definizione che diede loro il Los Angeles Times di gruppo-burla alla Spinal Tap. «All’inizio» racconta il cantante in un raro momento di serietà «trovavo divertenti le critiche. Mi ha dato fastidio quando sono scesi sul personale, specie per mia madre che le leggeva e stava male. Ora trovo più facile ignorarle e andare avanti per la mia strada. Perché fare un disco mi fa sentire come un pittore di fronte a una tela bianca e a infinite possibilità di riempirla. Perché più invecchio e più apprezzo le cose belle della vita. Perché vedere i sorrisi della gente nelle prime file mi fa scordare la fatica dei viaggi intercontinentali. La musica è un po’ come i bambini: per il 90% è una gran rottura di coglioni, ma il 10% è pura magia. E poi, che altro potremmo fare nella vita se non suonare? Ammettiamolo, lo facciamo per mancanza di alternative».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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